Un lettore mi scrive.

 

Green Pass

 

Egr. Dott. Paciolla,

leggo il comunicato relativo al momento di preghiera a Milano del 13 maggio e non posso fare a meno di pensare che fra le follie assortite cui abbiamo assistito in questo triennio nel “belpaese”, come è noto, vi è anche l’attacco ad un diritto che ingenuamente credevo almeno in parte acquisito, nonostante abbia vissuto la maggior parte della mia vita professionale in qualità di cosiddetto precario: quello di poter lavorare, una volta sottoscritto un apposito contratto.

Passino le richieste “fuori target” rispetto alle mansioni contrattuali. Passi l’obbligo de facto di straordinari talvolta ben oltre le limitazioni normative. Ma cedere il possesso del proprio corpo con l’implicita accettazione di un nuovo paradigma secondo il quale ogni sacrosanto diritto diviene una gentile concessione da parte di un potere centrale che ce lo elargisce se facciamo i bravi (ovvero se aderiamo acriticamente a folli imposizioni… per il nostro bene, si intende), ebbene questo è troppo.

Ma ciò di cui pochi parlano è il nefasto strascico che questa volontà precisa di metterci gli uni contro gli altri genera tuttora. Immaginate un’azienda che abbia convintamente dato credito alle sciocchezze profuse senza ritegno alcuno da quel sistema di potere impazzito rappresentato così ineffabilmente in terra italica da nonno banchiere e stretti affini. Ebbene ancor oggi considera un eretico, un inaffidabile, un pericoloso soggetto colui che, candidandosi per un impiego, non dimostri di aver espletato il sacro rituale delle (almeno tre) inoculazioni. A scanso di equivoci, non si tratta di supposizioni senza fondamento, ma di cose che sento ancor oggi raccontare. Ce lo immaginiamo, per dire, se ad un candidato venisse chiesta menzione circa il proprio orientamento politico, religioso o sessuale? Nemmeno voglio pensarci.

Abbiamo costruito un’intera civiltà sulla rimozione di ogni discriminazione, debordata poi in un egualitarismo che ha assunto i grotteschi connotati di puro delirio ideologico. Egualitarismo tuttavia affetto da un certo strabismo. Non che si tratti di una novità assoluta, beninteso. “Libertà per tutti ma non per i marò” leggevo tempo addietro qua e là augurandomi si trattasse di writers in preda a pesanti effetti da alcool (o più probabilmente altre sostanze). Ora tocca ai renitenti alla puntura subire infiniti soprusi, con il corollario di infimi spettacolini come quello offerto da CGIL di Reggio Emilia che piagnucola ed organizza manifestazioni (loro sì che possono) perché qualcuno, sebbene tramite azioni riprovevoli e per tal motivo non condivisibili, li accusa neanche tanto velatamente di tradimento dei lavoratori. Ma guarda un po’ che strano!

Al netto di molte altre considerazioni che potrebbero sorgere, l’inevitabile constatazione è che nonostante il cambio di leadership (almeno apparente), il nostro Paese è tuttora ostaggio del medesimo assetto di potere che ci ha manipolato, vessato, torturato e diviso con annesso scempio della carta costituzionale e quel che è peggio è che lo ha fatto ammantando tutto ciò con giustificazioni risibili tuttavia spacciate come scientifiche. Che cosa sia la scienza, secondo i protagonisti (in negativo, si intende) della stagione “pandemica” tuttora a piede libero, non è dato sapere. Ciò che manca a questo Paese sono quelle condizioni per le quali si ebbe una Norimberga all’indomani del regime nazista, ne sono prova le ormai stucchevoli esternazioni di qualche personaggio da avanspettacolo spesso sconosciuto prima del 2020 ed evidentemente condannato a rendersi ridicolo ad oltranza, oltre ai miserabili abusi di potere cui ho accennato e che mi ricordano quei Kapò così zelanti da chiedere l’infame tessera verde in anticipo rispetto al nefasto 15 ottobre. Uno scempio infinito del buon senso, dell’intelligenza, della civiltà, del diritto, della medicina, della scienza stessa.

Ora cosa dovrebbe fare il pericolosissimo nonché perfido renitente (il famoso “sorcio” di burioniana memoria) che non si è recato di corsa all’hub per poi postare il selfie sui social? Emigrare, parrebbe. Smaterializzarsi, magari per il tramite di un fuoco purificatore che non lasci, beninteso, traccia epidemiologica alcuna. Farsi dimenticare, lasciando i civilissimi e dolcissimi connazionali a godersi il mondo nuovo dove il leviatano, a fronte di incondizionata sudditanza, promette loro vita e salute. A quando anche l’immortalità?

Claudio – Saronno
 

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