Persone sorridenti, foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

 

di Mattia Spanò

 

Più che la fine della storia – epitaffio fortunato inventato da Francis Fukuyama – mi preoccupa la fine della politica, di cui invece non si parla.

Sgombriamo il campo. In ballo non c’è l’esistenza di una classe dominante e di una classe dominata, o il fatto che tutto sia negoziabile, né l’esistenza di meccanismi, processi e regole scritte che dovrebbero sostenere una società e uno Stato in qualunque condizione, di ricchezza e povertà, guerra o pace, giustizia o ingiustizia, libertà o cattività (sì, i popoli possono essere imprigionati).

Queste belle cose sono tutte nominalmente disponibili in sommo grado, come mai prima nella storia occidentale.

È venuta meno l’idea di progresso dal basso, quella pulsione che muove le persone a cercare il meglio per sé proponendo modifiche dello statu quo, che o si affermano o vengono scartate.

È decaduto il concetto di partecipazione, in termini di contributo-godimento, del singolo individuo alla collettività.

Questo dinamismo naturale è stato debellato, mi si passi il termine, dalla Scienza – finanziaria e medica, per lo più – intesa come alleanza di concetti claustrofobici a fini commerciali. Disposte a tenaglia, hanno potato tutto il resto.

Un complesso rozzo e convergente di interessi ha imposto, attraverso il relativismo culturale tanto osteggiato da Joseph Ratzinger, l’idea che la verità non esista. Nel vuoto che si è creato, ha posto l’unica verità verità possibile: il dualismo prodotto-cliente. L’unica verità sono i soldi, e soprattutto la direzione che prendono – da noi a loro.

Ciò è stato possibile perché alle persone sono stati forniti strumenti tecnici ed intellettuali per decostruire, e nessuno per edificare. Le persone hanno imparato a distruggere molto bene, ma non sanno più costruire. Una sedia, un’idea, una teoria. Nulla.

Lo spazio liberato e ingombro di macerie è stato occupato da una verità piovuta dall’alto, depurata di qualsiasi legame con il bisogno umano.

Ci è stato detto che le cose stanno così, non esiste alternativa. In misura variabile ci abbiamo creduto tutti.

Si potrebbe obiettare che, dal momento che la realtà è così solida, compatta e mocolore, non c’è bisogno di un governo, nè di leggi. Come per magia, all’orizzonte vediamo stagliarsi l’Algoritmo: l’insana idea che le società umane possano funzionare come una lavastoviglie.

Quando Roberto Speranza diceva di affidarsi alla Scienza nel prendere decisioni, ometteva di concludere che lui non serviva a nulla: può governarci un abbonamento al The Lancet, o a Science. Compilato da macchine che ricevute istruzioni (input) determinano processi o prodotti (output).

Che molte ricerche scientifiche siano sponsorizzate da case farmaceutiche, con risultati tutt’altro che indipendenti, non preoccupa nessuno. Il ragionamento fallace é: ci devono vendere qualcosa, mica possono volerci morti. Funziona finché non fanno cartello con la lobby dei cassamortari.

Se esiste solo una verità scientifica nel senso farmaceutico e finanziario, essa è una verità futile, che vizia ed esclude ogni altro aspetto: non esiste l’autorità, non esiste l’esigenza dell’autorità, come non esiste un bel tramonto ma solo un tramonto più o meno rosso.

Questa sottile lesione del presupposto è indicibile. Ciò che occorre salvare è la natura antibiotica del potere che i pochi esercitano sui molti per procura: attraverso l’Algoritmo.

Si adottano soluzioni scientifiche punitive per “salvare il pianeta”: andare in monopattino, spegnere la luce, mangiare lombrichi, fare la doccia gelata, passare una certa quota di tempo a separare etichette di carta da barattoli di tolla.

La gente coccola la spazzatura in casa, fruga dentro lo scarto come i cartoneros o gli ultimi fra i poveri che girovagano nelle discariche kenyote.

Avete notizia di aziende che abbandonano il packaging? Non dico contengono o ripensano: abbandonano. Anche la sostenibilità e l’ecologia sono concetti relativi. Che però nessuno si azzarda a discutere.

Siete a conoscenza di filiere corte che rimettano al centro i contadini, l’acquisto di prodotti agricoli al dettaglio da trasformare a casa secondo i bisogni?

Giammai. Il tempo che risparmiamo evitando di cucinare o fare la salsa, le bucce che avremmo messo da parte per darle al maiale, le mattine passate a tirare la pasta come le nostre nonne, lo spendiamo in larga parte a rovistare nella monnezza separando il tetra dal pack, tappi e scotch da carta etc. Tutto molto etico e soprattutto razionale.

Dobbiamo inocularci tutti un preparato galenico di inefficacia certa e rischi più frequenti del normale, accettando ogni genere di lasciapassare collegato a questo o altre disposizioni, come ad esempio l’uso del contante, senza che sia lecito il minimo dissenso.

Queste cose sono pura antipolitica, e accadono in ordine a tre fenomeni derivati da un’idea semplice: tu accetti questo, e in cambio avrai più tempo libero per te. Per che fare a parte intrattenermi, cioè sperperare un tempo vuoto in cazzate tonanti?

Il primo degli artifici mentali è il fatto che l’uomo non sappia più provvedere a se stesso e alla propria famiglia, ma sia incastonato in una catena di dipendenze. La specializzazione verticale ha fatto sì che lo spazio dell’iniziativa umana non sia stato solo disincentivato, ma addirittura in qualche caso messo fuori legge.

Un individuo che si specializzi nel produrre bulloni sarà tutto preso dai bulloni, incapace di cucinarsi un uovo. Vediamo sempre più persone che sanno fare una, massimo due cose. Gente che se Deliveroo o JustEat vanno in crash muore di fame. In attesa che diventino incapaci di farsi la doccia, o qualcuno inventi YouShower: ti entrano in casa per lavarti mentre scrivi una mail o ascolti un podcast di Marzullo.

Stiamo entrando nell’era dell’uomo-ingranaggio: l’intelligenza artificiale ha bisogno di rotelline che girano, non di concorrenza.

Come già notato da Ivan Illich, l’uomo ha perduto la capacità di costruirsi gli strumenti per mettere a punto altri strumenti, la capacità di costruirsi un riparo, procurarsi il cibo e via dicendo.

Gradualmente, la tecnica  ha impedito l’accesso alle materie prime e alle conoscenze atte a lavorarle, orientando l’attenzione dalle necessità primarie a una struttura più evoluta e complessa dei bisogni.

L’uomo dipende da tutto. Essenzialmente, dipende dall’artificio, dal manufatto altrui. Non solo non è più in grado di intagliarsi un mestolo o un tagliere da un pezzo di legno, ma ha smarrito l’idea che ciò possa essere fatto.

Il secondo pilastro del degrado è stato estendere il confine pubblico fra ciò che è bene e ciò che è male, decretando ciò che è pubblico come intrinsecamente buono, e ciò che è intimo e privato cattivo.

In altre parole, è scomparso il privato. Potrei drogarmi e ciò nonostante pensare che drogarsi sia sbagliato, provare vergogna o semplicemente ritenere che drogarmi sia un fatto che riguarda me soltanto.

Questo grado di complessità, che è essenzialmente morale, è del tutto inaccettabile: è un problema di coerenza logica, si direbbe.

Se pensi così, devi agire di conseguenza. Vero anche al contrario: dal momento che agisci così, devi pensare coerentemente. Storicamente questo “se pensi A allora fai A” non è mai stato vero nemmeno nella teoria, tuttavia si pretende che lo diventi nella pratica.

Può sembrare una banalità, ma non lo è. Si mira a regolare ogni comportamento umano portandolo alla luce tramite stratagemmi retorici ipertrofizzati dai media.

Se manifesti in pubblico attrazione erotica per i bambini, è una forma d’amore lecita. Se al contrario ti nascondi, sei un criminale. Male è ciò che è nascosto, bene ciò che è evidente, sorvegliato e approvato da tutti.

Ugualmente, si stabilisce che una persona con tendenza omosessuale debba vivere questa dimensione del sé in forma pubblica. Colui che fa outing è l’eroe della settimana.

Non solo, ma deve vivere l’omosessualità nella sua forma più spinta, come se l’archetipo del gay o della lesbica sia quello che sfila al Gay Pride. O ancora più  estremo, deve essere padre-padre o madre-madre. Tutto è esagerato, caricaturale, eppure ognuno deve genuflettersi alla caricatura.

Mai come oggi la legge, che ha per sua natura il fine pratico di tutelare il singolo all’interno di una comunità e la comunità dai comportamenti dannosi del singolo, ha debordato nella pretesa morale di stabilire in modo univoco cosa siano il bene e il male ma lo fa, si badi bene, solo in termini di vidimazione sociale.

Ciò che prima era privato adesso deve necessariamente essere pubblico. Se un’azienda sta per assumerti e vede ad esempio che non hai profili social, si insospettisce. Facilmente non ti assumerà perché non è in grado di accedere alla tua sfera privata, cioè non è in grado di giudicare che persona sei secondo loro.

Anche questo è avvenuto in barba al presunto diritto di ognuno ad essere ciò che desidera, a fare ciò che vuole, a diventare chi vuole (bisogna essere ambiziosi!, dicono… e d’altra parte l’ambizione nasce dalla scoperta di essere il nulla che avanza).

Dall’autodeterminazione si è passati in un amen all’eterodeterminazione: siamo ciò che piace agli altri – ben postulato nel comandamento social del Like. Le persone per lo più non hanno la minima idea né di chi sono, né di cosa vogliono: si esprimono in relazione a risposte a bisogni forniti dall’esterno.

È l’approvazione pubblica e sociale che decreta chi sei. È la fornitura d’identità socio-culturale che ci elegge membri di una comunità, non più fatti storici, geografici, culturali e linguistici. Meno che mai, la libertà del singolo di scegliere.

Accettiamo senza batter ciglio che Zelensky vada al Congresso americano sproloquiando che il sostegno all’Ucraina sia un “investimento in democrazia”. Un uomo che ha nazionalizzato il sistema mediatico nel suo paese ponendolo sotto il controllo del governo, messo fuorilegge undici partiti d’opposizione, sta perseguitando e cancellando la chiesa ortodossa russa e minacciando l’esistenza dell’etnia russofona ucraina.

Il presidente ucraino ha il diritto di pensare che ciò che fa sia “democratico” perciò stesso che ne parla in pubblico, alla luce del sole. Ciò che vediamo e sentiamo è l’unica verità.

L’unica cosa inammissibile è la clandestinità: tutto deve essere alla luce del sole e sulla pubblica piazza. Il luogo dove quelli che si oppongono a queste “verità scientifiche” verranno decapitati.

Il terzo pilastro del degrado politico, ovvero della politica in via d’estinzione, è l’idea ormai endemica che esistano scelte buone, consapevoli e civili, e scelte criminali. La categoria della possibilità, il lavoro che comporta esaminare le istanze individuali o di gruppi d’interesse vengono estirpati a monte. Occorre determinare hic et nunc se una cosa sia buona o cattiva.

Sul piano politico, siamo andati molto oltre la normale dialettica. È l’idea, per lo più maggioritaria, che la gente possa scegliere i propri rappresentanti bene o male.

È la scomparsa dell’autonomia, cioè della facoltà primordiale di stabilire da soli regole efficaci ed efficienti. Lo zoccolo, il piedistallo sul quale poggia la convivenza civile. La convinzione che se non ci fosse una norma che vieta di farlo, la gente si saluterebbe spaccandosi bottiglie di vetro in faccia.

Ciò che si sta soffocando, in effetti, è la capacità innata dell’uomo di darsi delle regole e che queste, tramite relazioni con un grado variabile di conflittualità, si possano armonizzare ed integrare in sistemi più complessi.

Questa soppressione dell’autonomia si è conseguita attraverso il reiterarsi del dilemma dell’incudine e del martello: in entrambi i casi, finisci schiacciato.

Il proliferare di partiti-fotocopia, partiti-brand, vincoli esterni e organismi sovranazionali, ha reso la scelta del singolo, come di gruppi organizzati e corpi intermedi, irrilevante. Tutto ciò che non ha rilievo, in politica, è male. O meglio, non è nemmeno politica ma il suo contrario: l’homo homini lupus.

Che un uomo politico o un partito tradiscano il mandato popolare non è un accidente, ma l’ortoprassi della cosa pubblica. Pura normalità, consuetudine, fatalismo. Ma così muore la politica. Come direbbe forse Thomas Stearns Eliot: non già con uno schianto, ma con un lamento.


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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