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di Francesco Agnoli

 

 

Siamo nella polis tra V e IV secolo, ad Atene. I sofisti predicano la forza della parola che persuade, che convince, che vince, senza legame con la verità, senza alcun vincolo con un bene superiore. I giovani ricchi vanno ad imparare l’arte di dire tutto e il contrario di tutto, rendendo più forte l’argomento più debole e viceversa. La democrazia diventa tirannia dei capi popolo, dei tribuni. Socrate si oppone a tutto ciò. Non fa direttamente politica, ma indirettamente: forma cittadini amanti della verità, della giustizia, della legge.

Il suo discepolo, Platone, medita sulla città che uccide i suoi migliori cittadini. E ipotizza una città ideale, perfetta, che descrive nella Repubblica. Siamo davanti alla prima utopia:

-Rigida distinzione classista tra filosofi/governanti, guerrieri e produttori.

-Comunismo: filosofi e guerrieri non possono avere né proprietà privata né famiglia (comunismo di beni, di donne e di figli). Fine della vita privata (“nessuna donna viva in privato con nessuno; inoltre anche i figli siano comuni”, cresciuti dallo stato in asili pubblici tendenzialmente pervasivi, con nutrici professioniste). Donne tutto come gli uomini, anche i guardiani: “per sua natura la donna partecipa di tutte le attività, pur essendo più debole in ognuna di esse”.

-Eugenetica: dopo aver ricordato che negli allevamenti di animali gli allevatori di cani e cavalli selezionano per migliorare la razza, afferma che la riproduzione umana deve essere sottoposta ad analoghe regole di eugenetica sotto il controllo dei reggitori, in modo che “gli uomini migliori si accoppino con le donne migliori, il più spesso possibile, e che, al contrario, i peggiori si uniscano con le peggiori, meno che si può; e i figli degli uni vanno allevati, quelli degli altri no, se il gregge dev’essere quanto mai eccellente. Ma nessuno fuori che i governanti deve sapere che avviene tutto questo…”; occorre ricorrere all’inganno machiavellico ante litteram, facendo dei sorteggi truccati allo scopo di far apparire casuali unioni invece stabilite a tavolino). Platone ammette anche, come tutti gli antichi, l’infanticidio di bambini malformati, generati da genitori troppo anziani, da genitori non autorizzati, o eccedenti il numero chiuso. Arriva anche a dire che certi adulti malati non devono essere curati, perché inutili pesi per la città.

Al pensiero utopico si contrappongono, nel mondo pagano, i grandi giuristi romani come Cicerone I sec. a C. (“La politica a Roma è il laboratorio del fare e non sogno o illusione”, Rocco Pezzimenti) e gli autori cristiani, compreso Agostino (uno stato perfetto, definitivamente e staticamente giusto, in cui gli uomini non debbano neppure fare la fatica di scegliere tra bene e male, è impossibile-sarebbe il paradiso in terra- e assurdo: dove finirebbe la libertà dell’uomo, il suo merito, il suo impegno a migliorarsi?. La politica, per costoro, deve essere servizio, per il bene comune, ma non mancheranno mai negli uomini, accanto ad altruismo e senso della giustizia, il fascino del potere fine a se stesso, l’egoismo.

Per leggere un’altra utopia dobbiamo aspettare il 1516: nasce dalla penna del magistrato e cancelliere Tommaso Moro, prevede una trionfante giustizia sociale basata sulla comunione dei beni (ma senza la distruzione della famiglia di Platone).

Poi La Città del sole di Campanella (1602). Anche questo frate domenicano eretico vuole eliminare definitivamente il male morale (comunismo) e fisico (eugenetica, unioni combinate tra persone adatte e sotto la giusta congiunzione astrale). Aleggia qui, come in Platone, lo spettro totalitario: lo Stato perfetto, per essere tale, per rendere perfetti i suoi cittadini, li plasma e li muove come burattini. Ma questa società perfetta di automi, senza libertà, proprietà, famiglia… è un sogno per Campanella, un incubo per i suoi giudici.

L’idea utopica -per secoli su qualche libro- arriverà in un certo momento storico, al potere, con il comunismo ed il nazionalsocialismo.

 

Le precedenti puntate le trovate qui.

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