Un esponente delle forze dell’ordine scriveal blog. La firma della lettera è, per ovvi motivi, uno pseudonimo.

 

poliziotto polizia

 

Caro Paciolla,

Desidero trasmetterle una riflessione personale che credo rifletta lo stato d’animo dei servitori dello Stato come me. Ne parlo in terza persona perché sono fratelli con cui ho condiviso e condivido ogni aspetto della vita, e non voglio ridurre il fatto al mio sentimento personale. Non siamo divise: siamo uomini e donne come tutti. Anche noi siamo parte del popolo. Quella parte che più di altre ha servito e onorato la sovranità dello Stato.

Per lo Stato si sono fatti ammazzare, per lo Stato sono stati mutilati, per lo Stato sono stati odiati, derisi, offesi, hanno preso sputi e botte, ma quello Stato hanno sempre difeso.

Quello Stato, come un padre cinico, li ha mandati in giro malvestiti, male equipaggiati e loro, convinti di agire per un bene superiore e per proteggere i propri fratelli e le proprie famiglie, mai si sono lamentati, nemmeno quando si trovavano ad indossare pantaloni tre taglie più grandi, giacche con bottoni dorati che nemmeno alla prima comunione ti avrebbero fatto fare bella figura, scarpe con le suole che alla prima acqua si scioglievano.

Quando li lasciavano ad un angolo di strada con giubbotto e mitra sotto la furia dell’acqua e della neve o sole accecante, magari a presidiare la casa di qualche membro del governo, non hanno mai desistito né esitato, o anche solo pensato di farlo.

Quando ordinavano di manganellare i propri fratelli hanno obbedito, anche se i dubbi gli consumavano l’anima.

Sono sempre vissuti nella convinzione di servire un padre che, alla fine, avrebbe lodato il loro agire, apprezzato il loro fatica e soprattutto li avrebbe difesi e tutelati esattamente così come loro lo avevano difeso e tutelato anche fino all’estremo sacrificio.

Poi è intervenuta una classe politica decisamente affamata, ottusa, prona a lobby e interessi stranieri e quei figli, già bistrattati e sfruttati, sono diventati nello spazio di una notte, dei bastardi. Indegni di indossare quella divisa, indegni di essere chiamati figli. Increduli.

Perfino il figliol prodigo poté tornare da un padre amorevole che nulla gli chiese in cambio per riaccoglierlo fra le sue braccia e nella sua famiglia. Ma questi figli non hanno mai abbandonato la casa per vivere nella dissolutezza e nel vizio, questi figli hanno sempre seguito onestà, abnegazione e rettitudine, ricevendone in cambio un ricatto vile e disprezzo.

Quel padre non ha soltanto dimenticato quei figli che l’hanno sempre amato e servito. Quel padre ha voluto togliere tutto ai suoi figli, stipendio, nome, dignità.

Ma quelli che ha abbandonato e rifiutato non sono figli come gli altri: sono gladiatori che, come si sono battuti fieri e coraggiosi quando necessario in difesa del padre e dei fratelli, fieri e risoluti affronteranno senza paura anche questa durissima prova.

Non temono la morte, perché l’hanno già affrontata, non temono la paura, perché hanno imparato a conviverci e ne hanno fatto una preziosa alleata. Hanno, questo sì, grande pena per i propri figli, le proprie mogli e mariti, padri e madri. Quello che gli rimane, nonostante tutto è il loro nome, la loro dignità, la loro forza.

Quel padre non dovrà mai temere quei figli, perché mai si ribelleranno, ma la loro forza, il loro desiderio di giustizia, di verità e di onestà si propagheranno come un’onda sonora, e non lasceranno le cose così come sono.

Concludo. Forse ai tecnici del governo interessa poco della dimensione interiore dei loro figli in prima linea. È una grave ingiustizia contro la quale, dell’adempimento del nostro sacro dovere, abbiamo il diritto di far sentire la nostra voce.

Serpico

 

 

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