Un sacerdote, lettore di questo blog, mi invia questa preziosa testimonianza che con piacere pubblico. 

 

Monsignor Victor Manuel Fernandez, archbishop of La Plata, shakes hands with a a man after a Mass at the Cathedral in La Plata, Argentina, Sunday, July 9, 2023. Fernandez was appointed by Pope Francis to head the Holy See's Dicastery for the Doctrine of the Faith at the Vatican. (AP Photo/Natacha Pisarenko)
Monsignor Victor Manuel Fernandez, archbishop of La Plata, shakes hands with a a man after a Mass at the Cathedral in La Plata, Argentina, Sunday, July 9, 2023. Fernandez was appointed by Pope Francis to head the Holy See’s Dicastery for the Doctrine of the Faith at the Vatican. (AP Photo/Natacha Pisarenko)

 

 

Gentile e caro dottor Sabino Paciolla,

 

sono un sacerdote, ormai anziano ma ancora in cura d’anime finché il Signore me ne darà la forza, e desidero dare anch’io un piccolo contributo al dibattito in corso sulla recente Dichiarazione “Fiducia supplicans” del Dicastero per la dottrina della fede. Alla mia età (ottantaquattro anni) non sono avvezzo alla posta elettronica e mi avvalgo perciò di una persona amica che ha trascritto sul computer questo mio testo. L’ho riletto ed è conforme al mio scritto a mano.

Le chiedo la cortesia di non pubblicare il mio nome, ma sole le iniziali, per ragioni di riservatezza nei confronti dei fedeli che mi conoscono personalmente.

Ho svolto ininterrottamente il ministero sacerdotale per cinquantanove anni in diverse parrocchie di città e in due santuari mariani, dedicando la quasi totalità del mio tempo alle confessioni, ai colloqui spirituali e alla preparazione ai sacramenti del battesimo, della cresima (per adulti) e del matrimonio. Sono stato accanto spiritualmente e con i sacramenti ad ammalati e morenti, un certo numero dei quali con tendenze omossessuali e, negli ultimi due decenni, anche a tanti divorziati, risposati e non risposati. Quanto segue è quello che posso testimoniare personalmente, perché lo ricordo lucidamente.

Anzitutto, di cosiddette “coppie omosessuali” (intendesi chi convive affettivamente e stabilmente con una persona dello stesso sesso) che siano venute da me a chiedere un conforto spirituale, un sacramento o anche una semplice benedizione non ne ricordo neppure una. Dove stanno tutte queste coppie di fedeli omosessuali (maschili o femminili) che si sentono “non accolte” dalla Chiesa, escluse dai preti o trattate in malo modo da essi, e desiderose di essere benedette? È possibile che la Provvidenza abbia voluto, per un arcano disegno divino, che io esercitassi il ministero in luoghi o presso chiese da loro non frequentati. Ma se così non è, la spiegazione alternativa è che di coppie omosessuali o in situazioni canonicamente irregolari che sono interessate o desiderose che la loro unione sia benedetta da un prete cattolico ve ne siano davvero poche. Per questi casi rari, valeva la pena di sconquassare il mondo cattolico con un documento che sta dividendo vescovi, sacerdoti e fedeli in tutto il mondo e rischiando di rompere l’unità della Chiesa cattolica? La prudenza (grande virtù per un Papa e un Cardinale!) non avrebbe suggerito di trattare queste questioni pastorali nella riservatezza di un discernimento sul da farsi tra il presbitero ed il suo vescovo, caso per caso? Perché gettare in pasto ai fedeli un testo che autorizza i più scalmanati a sbatterlo in faccia ai loro preti per ottenere quello che vogliono e suscita scandalo nei più puri, nei più semplici e meno preparati a queste rivoluzioni pastorali?

Invece, di singoli credenti e praticanti con orientamento omosessuale, uomini che provano attrazione verso altri uomini e donne verso altre donne, ne ho incontrati parecchi nel mio ministero. Soprattutto negli ultimi due decenni. Ne esistono di due tipologie.

Vi sono quelli o quelle la cui coscienza li fa sentire a disagio nel rivolgersi a Dio attraverso la preghiera individuale e la partecipazione alla liturgia in chiesa, perché sentono che nel compiere atti erotici omosessuali (con uno stesso amico o una stessa amica da cui sono attratti continuativamente pur non convivendo, oppure con persone occasionali dello stesso sesso) non seguono la volontà del Signore e commettono un peccato contro il sesto comandamento. Alcuni di essi provano un forte disagio nel confessarsi, altri sono più disinvolti. C’è chi ritiene che i loro atti impuri non siano peccati proprio così gravi da offendere Dio, e chi invece li considera peccati mortali che non consentono di accostarsi alla Comunione. Tutti costoro dichiarano al confessore di non riuscire sempre a trattenersi, di provare delle pulsioni forti e di agire “per come sono fatto o fatta”. Come antidoto spirituale, alcuni ricorrono ad una preghiera più assidua, altri cercano di evitare situazioni di incontro “pericolose”. Qualcuno chiede consiglio al confessore, molti preferiscono non soffermarsi su questo peccato abituale.

Nei loro confronti, ho sempre cercato di parlare con dolcezza, di rassicurarli che al loro sincero pentimento e alla domanda di perdono Dio risponderà con la sua infinita misericordia. Ho detto loro che il Signore li ama, come ama ogni suo figlio e figlia, e nel suo amore non fa distinzione tra santi e peccatori. Alla loro obiezione che potranno ricadere di nuovo nello stesso peccato perché questa tentazione “è più forte di me”, e dunque “a cosa serve confessarsi?”, ho risposto che Dio non si stanca mai di perdonare e che la Grazia del sacramento rafforza la libertà nell’evitare il male e scegliere il bene. Non confessarsi li esporrebbe al rischio di ricadere più spesso e di allontanarsi progressivamente dalla volontà di Dio.

Non ho mai negato l’assoluzione a queste persone, anche per anni e anni in cui confessavano lo stesso peccato o manifestavano la stessa debolezza. Vi sono stati dei casi in cui mi hanno chiesto il mio numero telefonico per potermi cercare e confessare più frequentemente, e così poter ricevere la Comunione. L’assoluzione nel sacramento della Penitenza è un bene spirituale maggiore di una semplice benedizione di cui parla la Dichiarazione della Santa Sede!

Per quanto riguarda i divorziati risposati civilmente cui non ho potuto dare l’assoluzione (ho ascoltato le confessioni davvero di molti di ess), ho sempre concluso l’ascolto con una benedizione sul singolo penitente, spiegando esplicitamente che non equivaleva all’assoluzione e non lo abilitava a ricevere la Comunione. Quasi tutti sono stati lieti di essere benedetti e, in ogni caso, non ho mai rifiutato una benedizione ad un divorziato risposato. E so che, come me, hanno agito e agiscono quasi tutti i sacerdoti. Sarebbe stato sufficiente che “Fiducia supplicans” avesse richiamato a tutti i preti la possibilità ed opportunità di questa prassi pastorale!

Esiste però un secondo tipo di cattolici omosessuali che nei confronti del sacramento della Penitenza o in un colloquio con il sacerdote si comportano in modo differente. Raramente in forma spontanea, più spesso sollecitati dal confessore cui hanno chiesto aiuto per un esame di coscienza, essi non riconosco affatto che il loro cedere alla tentazione contro il sesto comandamento e il compiere atti impuri con persone dello stesso sesso possa essere contro la volontà di Dio. Non pochi tra di essi contestano apertamente l’insegnamento della Chiesa in questa materia (quello stesso insegnamento che la Dichiarazione vaticana ribadisce essere immutato!) e orgogliosamente affermano: “Sono fatto così e perché non dovrei seguire il mio orientamento sessuale?”. Oppure: “Voi volete impedirmi di essere me stesso o me stessa?”. E altre frasi di simile tenore. A nulla serve ricordare loro la differenza tra tentazione omosessuale (che in sé non è peccato e a cui si può almeno cercare di resistere, anche se è facile cadere) e scelta deliberata di compiere atti sessuali contro la natura dell’uomo e della donna e, dunque, contro la volontà di Dio. La loro coscienza erronea sembra essere invincibile. In questo ha giocato una educazione alla moralità assente o largamente deficitaria nel corso della loro formazione cristiana. E qui molti vescovi, preti e catechiste dovrebbero fare un “mea maxima culpa”. E un ulteriore fattore negativo deriva proprio da affermazioni ambigue rispetto alla negatività morale degli atti omosessuali provenienti proprio dallo stesso insegnamento dei Pastori della Chiesa. Temo che, in questa linea, si ponga anche la Dichiarazione “Fiducia supplicans”, non nel suo aspetto dottrinale, ma per ciò che riguarda la prassi pastorale disorientante e non formativa di una coscienza retta della benedizione delle coppie omosessuali.

Con il loro assenso, anche a questi fedeli che fanno fatica ad accettare o rifiutano decisamente quanto la Parola di Dio dice e la Chiesa insegna sugli atti omosessuali, non ho mai negato una benedizione, motivandola con il fatto che il Signore li possa aiutare a capire quello che ora non riescono a comprendere. Alcuni tra di essi hanno rifiutato di essere benedetti da un prete aveva loro ricordato un peccato che non riconoscono come tale, e li ho congedati con cordialità e la frase: “Pregherò comunque per lei”. In certi casi, vi è stato chi ha detto di volersi rivolgere ad un altro sacerdote (e ho detto loro che avevano tutto il diritto di farlo) e chi ha affermato di voler comunque ricevere la Comunione anche dopo aver compiuto il peccato contro il sesto comandamento e senza il bisogno di confessarsi. Nella recente Dichiarazione vaticana non si menzione alcuna di queste situazioni che, però, sono tutt’altro che rare, almeno nella mia esperienza.

Concludo ponendo alcune domande, senza la pretesa di ricevere una risposta dal cardinale Prefetto Victor Manuel Fernandez: sono un semplice prete, ormai vicino al congedo dal mio servizio pastorale e da questa terra, e non vale la pena che Sua Eminenza si disturbi per così poco.

Chi ha steso questo documento ha mai passato ogni giorno ore e ore in confessionale o ricevendo fedeli per colloqui spirituali, per tanti anni? Conosce le coscienze dei cattolici omosessuali così come essi o esse le aprono ai preti quando vanno a confessarsi o chiedono di essere ascoltati? In quale parte del mondo hanno essi visto o avuto notizia di coppie di omosessuali e di coppie eterosessuali in cui uno o due dei membri è un divorziato convivente o risposato civilmente che fanno la fila davanti alla sagrestia o alla canonica del parroco per ricevere una benedizione insieme? Infine: In quale diocesi i sacerdoti rifiutano una benedizione a un singolo omosessuale che è in cammino di conversione anche se ancora ricade sovente nello stesso peccato, oppure che la chiede (o è d’accordo nel riceverla) ma necessita di rendere la sua coscienza capace di riconoscere il peccato che ora non vede?

Con un cordiale saluto nel Signore nostro Gesù Cristo.

don A. S.

 

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