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di Mattia Spanò

 

In un episodio del 2006 di South Park, irriverente serie a cartoni animati, l’odioso bambino Eric Cartman è in attesa dell’uscita della nuova Nintendo Wii. Costretto ad aspettare due settimane e bruciando d’impazienza, decide di farsi ibernare fino all’uscita della Wii. Convince l’amico Butters ad accompagnarlo in alta montagna, dove si congela ma rimane sepolto da una valanga: i suoi amici non lo ritroveranno.

Si risveglia nel 2546. La religione – il titolo originale dell’episodio è “Vai Dio, vai!” – è stata debellata. Si fronteggiano la Lega Unita Atei e l’Alleanza Unita Atei, in una spietata guerra santa a difesa della “Vera Scienza”, divinità che deve prevalere sull’“Unica Scienza”. Un terzo gruppo formato da lontre marine, l’Alleanza Atei Agnostici, è in guerra contro gli altri due. Disperato, Cartman trova un telefono giocattolo che gli consente di chiamare il se stesso nel passato per dissuaderlo dall’ibernarsi. Per due volte tenta l’approccio, ma ogni volta la telefonata si conclude bruscamente quando i due Cartman si mandano a quel paese. Ne verrà fuori, in qualche modo, avendo imparato la lezione.

Certi capolavori popolari giocano da un lato il ruolo del giullare di corte del potere, cu è permesso talvolta di dire la verità, e dall’altro hanno il merito straordinario di disegnare scenari potenti, spesso in largo anticipo sui tempi. La parabola dell’infelice Eric Cartman insegna che ciò che butti fuori dalla porta rientra sempre dalla finestra, benché in forma caricaturale, e che l’uomo non è furbo come pensa.

Dovrebbe essere chiaro che la Scienza è la nuova religione mentre la scienza, quella minuscola, necessaria, uscirà a pezzi da questa pandemia. Chi pensa che si tratti di un’esagerazione, o che la situazione sia differente, è fuori strada. Lo scientismo è il demone meridiano della post-modernità. Una forma di decrepitezza intellettuale che in faccia alla morte si ostina follemente a vivere come se quest’ultima non esistesse. Non mi riferisco soltanto alla morte fisica: anche a quella ideale, teoretica e spirituale. L’idea cioè che il seme debba morire per portare frutto, è stata spazzata via senza complimenti. 

Espressioni come “credere nella Scienza”, “avere fede” – i più prudenti professano “fiducia” – sono entrate nel linguaggio comune, sia nella forma scritta che parlata. Aberrazioni logiche come l’idea di “libertà collettiva”, o calembour come mascherine e vaccini che non servono a proteggere te ma gli altri da te, per non parlare del green pass o delle infinite contraddizioni che appestano la comunicazione pandemica – qualcuno ha parlato di “infodemia” – stanno celermente traghettando le persone verso l’assoluta irrilevanza del pensiero critico. Di sottigliezza in sottigliezza, l’intelletto si atomizza e scompare. Di qui  la necessità di assumere enunciati-maschera che simulano l’intelligenza nel momento in cui la seppelliscono forse per sempre, come “obbligo morale” o “pandemia dei non vaccinati”.

Da un lato si pretendono “competenze”, viceversa ti viene tolto il diritto di parola. Dall’altro qualsiasi incompetente (ciò che ognuno di noi è rispetto alla maggior parte dei fenomeni) sostenga quattro ideuzze che ha orecchiato in giro, in spirito di conformismo distillato gran riserva, ha i requisiti per impancarsi maître à penser e raccattare spiccioli di gloria personale. Disparità di trattamento risibile, prima che inaccettabile. Non difendo le tesi no-vax né quello pro-vax. È il fatto stesso che esistano tesi no-vax e pro-vax a disturbarmi profondamente: la connotazione ideologica tumula il metodo sperimentale e i dati.

Le stesse conoscenze cosiddette umanistiche – la parte più cospicua del sapere tout court – si sono arrese senza combattere alla logica del metodo scientifico, o meglio al suo santino. L’attitudine scientista ha travolto anche la sfera religiosa che si è rinserrata in categorie sociologiche, psicologiche, antropologiche e perfino statistiche, abbracciando qualsiasi criterio strampalato fuorché quelli che gli sono propri. Ogni tanto, retaggio del passato, si rivolge qualche fervorino d’ufficio al dio inutile. Risultato? La Chiesa in uscita trascolora nell’uscita dalla Chiesa.

Se malauguratamente si fanno notare i mostruosi conflitti d’interesse che imbrigliano enti di vigilanza e produttori di farmaci, o che non basta scrivere nel sottopancia “scienziato” per avere l’ultima parola – quella, a ben vedere, che si incide sulle lapidi – oppure, orrore supremo, si portano elementi che confutano la vulgata o quanto meno invitano alla cautela, si viene bollati come criminali, eversori, terroristi. L’escalation di violenza verbale, lo scherno, il dileggio e la dissacrazione, nel senso di creazione di un pappone indistinto di asserzioni parziali e indimostrate, sarebbero ridicoli se non fossero pericolosi.

In Simboli della Scienza Sacra e ne Il regno della Quantità, l’esoterista Renè Guenon demolisce lucidamente lo scientismo materialista, cioè “l’obiettività scientifica altrimenti detta noia”  che Joseph Roth fulmina nella prefazione di Ebrei erranti. Spiacerà ricordare che il metodo scientifico moderno nasce nel Medioevo, non con Galileo contro il cardinal Bellarmino, tutt’altro che un ottuso persecutore della scienza. La visione medievale è totale, cerca la sintesi fra oggetto e soggetto, fonde i piani simbolici e analogici, esprime una ricchezza policroma e cangiante che è la base stessa del sapere scientifico. Oggi siamo ridotti a chiamare “Scienza” il bugiardino dell’aspirina e gli scarni comunicati dell’Ema o dell’Aifa, e “scienziati” signori che storpiano canzoncine natalizie. Eric Cartman ci ha avvertiti sull’arrivo delle lontre marine dell’Alleanza Atei Agnostici. Chissà se conosce la profezia del santo curato d’Ars: togliete Dio dagli altari, e in capo a dieci anni si adoreranno le bestie. 

 

 

 

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