Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno C)

(2 Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16 – 3,5; Lc 20,27-38)

 

 

di Alberto Strumia

 

Le letture di oggi hanno come tema centrale quello della “risurrezione” di ogni “singola persona”, di ciascuno di noi, dopo la morte del corpo.

Prima che Dio, attraverso la Rivelazione, chiarisse all’umanità qual è la condizione degli esseri umani dopo la loro morte, e li istruisse sulla vera concezione della vita ultraterrena, le idee non potevano non essere che confuse nelle diverse civiltà e culture.

La paleontologia e l’archeologia documentano come, fino dai tempi più remoti, le diverse forme delle sepolture degli uomini e delle donne, indicassero almeno un istintivo desiderio, se non una convinzione, che la vita umana, in qualche modo, dovesse continuare anche dopo la morte. Addirittura nelle sepolture, eseguite talora con tecniche di imbalsamazione del corpo, per conservarlo più a lungo possibile, si trovano, oltre agli oggetti cari al defunto, anche resti di alimenti da conservare per il nutrimento. Tutto questo non era appena l’espressione di un pio desiderio, ma il manifestarsi di un “istinto” dell’anima umana che si percepisce come immortale. In fondo questo “istinto” verso l’eternità della vita è un indizio, se non una dimostrazione “psicologica” dell’immortalità dell’anima umana: noi ci percepiamo interiormente “fatti per l’immortalità” e percepiamo la morte, allo stesso tempo come un “fatto naturale” e come un’“ingiustizia”.

Presso il popolo di Israele, nel primo periodo dell’Antico Testamento, quello che contava, era la perennità del popolo piuttosto che della “singola persona”. C’è voluto il paziente lavoro educativo della Rivelazione, rivolta di volta in volta a “singole persone” (patriarchi, sacerdoti, re e profeti, donne ritenute sterili alle quali veniva promessa una nascita imminente) per arrivare a fare affiorare, nelle coscienze, il valore, davanti a Dio, del “singolo essere umano come persona”, uomo o donna che fosse.

– Prima lettura. Nel il secondo libro dei Maccabei, dal quale è tratta la prima lettura,  è documentata la fede consapevole nella risurrezione della singola persona: «Da Dio si ha la speranza di essere da Lui di nuovo risuscitati». In un altro passo dello stesso libro si dice anche che Giuda Maccabeo «mandò a Gerusalemme la somma di duemila monete d’argento, e con esse fece offrire un sacrificio per il perdono dei peccati. Il suo fu un gesto bello e nobile, suggerito dalla fede nella risurrezione» (2Mac 12,43).

– Seconda lettura. San Paolo, come fa in ogni sua lettera, insiste sulla centralità della Risurrezione di Cristo – che «è il primogenito dei morti» come dichiara il versetto dell’Alleluia – il quale ha restituito, per Grazia, agli uomini, se vogliono accettarla, la possibilità di accedere ad una vita eterna di beatitudine (il Paradiso). Accedendovi anche dopo una normalmente necessaria purificazione di “restauro” (il Purgatorio); lasciandoli comunque liberi anche di rifiutarla per sempre (l’Inferno). Nel brano della seconda lettura di oggi, ciò è espresso, con una sorta di riferimento a quanto affermato più esplicitamente altrove, dicendo che «Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, […] ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza», quella della Salvezza in vista della vita eterna.

– Nel Vangelo Gesù entra in qualche descrizione in più, in merito a quella che sarà la condizione degli esseri umani dopo la risurrezione, per lasciando al futuro di quel momento la chiarezza dell’esperienza diretta. Alla domanda cavillosa dei sadducei, costruita ad arte per metterlo in contraddizione, Egli risponde «quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

= Nell’affermazione «infatti non possono più morire» è contenuta la spiegazione immediata del perché «non prendono né moglie né marito»: se non si muore più viene meno la necessità di trasmettere la vita a nuovi esseri umani.

= Ma subito dopo Gesù dà una spiegazione più profonda, “teologica” e non appena “biologica” (legata alla continuità delle specie). Ed è contenuta in una seconda dichiarazione: «perché sono uguali agli angeli». Qui ci si riferisce

  • prima di tutto alle anime spirituali dei defunti che vivono indipendentemente dal corpo sopravvivendogli;
  • Ma anche alle anime ricongiunte ai loro corpi, dopo la risurrezione finale della carne, quando anche il corpo sarà “spiritualizzato” («risorge un corpo spirituale», 1Cor 15,44), cioè restituito al dono preternaturale dell’immortalità, perduto con il peccato originale; anzi addirittura “glorificato”, essendo elevato ad un livello ancora più grande. Questo Egli lo lascia intendere aggiungendo «poiché sono figli della Risurrezione [la Sua], sono figli di Dio» e quindi resi simili a Lui al massimo grado.

Nell’attesa terrena di coloro che vivono «aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rom 8,23), ad alcuni viene assegnata la ”vocazione” di anticipare, nel loro stato di vita (di verginità/celibato) la condizione finale di essere simili agli angeli, per ricordare a tutti quali sarà la condizione finale, dopo la risurrezione della carne, quando l’affettività, che ora si realizza normalmente nel matrimonio, avrà raggiunto direttamente il suo scopo, quello che oggi richiede la mediazione dell’unione fisica.

Questo passaggio si propone anche agli sposi soprattutto quando, attenuatasi l’attrazione fisica per l’avanzare dell’età, la stabilità del legame tra l’uomo e la donna è resa possibile perché si è compiuto il passaggio dall’“innamorarsi del corpo” all’“innamorarsi dell’anima” della persona alla quale ci si è promessi per la vita intera.

In Maria tutto si realizza in anticipo, come un segno e una guida per noi. Per questo il suo corpo è stato anticipatamente “glorificato” con la sua Assunzione al Cielo. Per questo a lei impariamo a rivolgerci guardandola come colei ci guida nella fede in ciò che ci attende.

 

Bologna, 6 novembre 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 


 

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