messa in televisione

 

 

di Annarosa Rossetto

 

Assistiamo in questi giorni ad una sorta di braccio di ferro tra Conferenza Episcopale e Governo sulla ripresa della celebrazione delle funzioni religiose con la partecipazione del popolo, giocato tra autoritarismo, prudenza, sudditanza, responsabilità e tante altre tensioni. Anche all’interno della Chiesa ci sono posizioni diverse sia su tempi e modalità di riapertura, con chi spinge e chi frena, sia sulla interpretazione di quanto questo periodo di forzata chiusura comporterà per il futuro della Chiesa italiana.

La chiusura stessa, tra l’altro, è stata abbastanza disomogenea in quanto ci sono state Diocesi in cui le chiese erano letteralmente chiuse, altre in cui era addirittura vietato amministrare i Sacramenti nonostante le porte aperte, altre in cui era vietato ricevere i Sacramenti con l’ulteriore divieto anche solo di entrare in chiesa, altre ancora in cui le chiese erano aperte e i sacerdoti erano stati autorizzati o anche incoraggiati dai vescovi a confessare e comunicare i fedeli su richiesta privata.

Possiamo quindi vedere laici, sacerdoti e anche vescovi che chiedono con insistenza una riapertura prudente ma rapida delle chiese alle celebrazioni con la presenza dei fedeli e che sentono questa prolungata chiusura come un abuso di potere da parte dello Stato e una debolezza dei pastori nell’accondiscendere a restrizioni più dure di quanto non sembri davvero necessario per rispettare norme di prudenza e ridurre i rischi di contagio nei luoghi di culto.

Troviamo poi posizioni che valorizzano questo forzato digiuno eucaristico perché ha permesso di sviluppare un più intimo rapporto con Dio e che era prima vissuto, talvolta, in modo superficiale perché dato per “scontato” e che ipotizzano una maggior consapevolezza dei Cattolici del valore della partecipazione alla Messa dopo esserne stati privati tanto a lungo. Anche la grande rete spontanea di solidarietà per sostenere chi più soffre della chiusura è stata da molti interpretata come il modo più autentico di vivere l’essere Chiesa in queste settimane di difficoltà così come l’implementazione di nuovi mezzi di condivisione dei momenti di preghiera attraverso le piattaforme web e i social viene vista come un’ampliamento delle risorse per la pastorale futura. E ci sono stati anche sacerdoti che hanno addirittura rivendicato di non aver mai celebrato la Messa in questo periodo, eccezion fatta e a malincuore, per il Triduo Pasquale perché senza “l’assemblea” l’Eucaristia non avrebbe senso e che hanno criticato il Comunicato stampa della CEI ritenuto troppo frettoloso e addirittura “troppo duro”

Infine ci sono alcuni che, guardandosi intorno sia nel mondo virtuale che in quello reale, invece ipotizzano che questo periodo di astensione forzata dalla partecipazione diretta e l’uso, o forse abuso, di trasmissione delle funzioni religiose su YouTube, in televisione o sui social, gli appelli a vivere la propria fede all’interno della “chiesa domestica” della propria famiglia abbia già avuto un impatto molto negativo sulla partecipazione, anche ove possibile, ai Sacramenti.

L’aveva già fatto un giovane sacerdote prima di Pasqua tramite un video in cui annunciava che avrebbe ridotto fino a quasi eliminare le trasmissioni di lezioni di catechismo, riflessioni, ecc. in streaming proprio perché si rendeva conto di una qualche forma di adagiamento ad un rapporto “virtuale” tra lui e i suoi parrocchiani che, per telefono, gli dicevano di non “aver mai pregato meglio” potendo ora seguire numerose Messe, Rosari e meditazioni quotidiane.

Riportiamo in merito parte delle riflessioni di un altro giovane sacerdote che, partendo dall’aver notato come l’appello della CEI al Governo sia stato giudicato da molti “troppo duro,” riflette su Facebook sulle conseguenze di questa chiusura delle celebrazioni al popolo (grassetto nostro):

È inevitabile che lo sguardo delle pecore sia diverso, se non opposto, allo sguardo dei pastori. Io mi limito a osservare ciò che ho constatato in queste settimane: alla possibilità di accostarsi alla Confessione e all’Eucarestia ha risposto poca, pochissima gente, forse il 5% delle confessioni pasquali abituali è lo 0,005% (se non di meno) rispetto alle comunioni nel giorno di Pasqua.

Cosa significa questo? Che la salute sacramentale (non spirituale) dei cattolici è a picco. (..). La stragrande maggioranza dei cattolici ha preferito occuparsi legittimamente di cibo, salute ecc. relegando l’ambito spirituale ad un uso esclusivamente privato (e forse in questo siamo stati anche noi preti a incentivarlo). Con il risultato che quando tutto ritornerà normale ci saranno molti più cristiani che si affiancheranno ad altri che già fanno il ragionamento: io prego Dio da casa, tanto è uguale, non occorre che vada in chiesa. (…) Vi assicuro: noi preti, oltre alle macerie morali di una popolazione giunta allo stremo, ci troveremo a raccogliere soprattutto le macerie spirituali che saranno ancora più forti e più difficili da eliminare. Se continuiamo ancora così e aspettiamo altri due mesi credo che del cristianesimo in Italia rimarrà molto poco.

Prima di riaprire il culto pubblico, anche la Chiesa dovrebbe attuare una fase 2 dentro di essa con dei passaggi precisi, mirati, incisivi. Ci sta già pensando Gesù Cristo in persona, donandoci in questi giorni, all’interno delle nostre liturgie, il Suo discorso sul Pane vivo. Gli altri passaggi poi dovrebbero comprendere coraggiosamente una riduzione drastica delle Messe in streaming e in tv, per dire ai fedeli che l’immagine dell’Amato è importante quanto la visione dei filmati della nostra infanzia o dei nostri cari che non ci sono più. (…)

Un altro passaggio fondamentale sarà una seria catechesi sull’Eucaristia spezzata, donata e mangiata dicendo con estremo rigore che il “comportarsi bene” senza la Messa è moralismo, l’aiuto ai poveri senza la Messa è volontarismo, pregare a casa senza il desiderio della Messa è intimismo, leggere la Parola senza cercarne il culmine nell’incontro con il Risorto è protestantesimo.

Se in questo periodo di emergenza hai avuto più tempo per pregare, ringrazia Dio. Se senza partecipare all’Eucarestia e senza vedere nessuno hai pregato meglio, sei fuori strada. Occorre anche precisare una cosa che forse abbiamo imparato ai tempi del catechismo ma che ora non ricordiamo più: sì, Cristo è presente realmente quando preghiamo, Cristo è presente realmente quando ascoltiamo o proclamiamo la Parola, Cristo è presente realmente nei poveri e negli emarginati; ma nell’Eucarestia Cristo è presente realmente e sostanzialmente (cioè con il corpo tangibile tutto intero), come ricordava san Paolo VI. Ecco perché niente e nessuno può sostituire questa fisicità con il Risorto.

(…)Non so se potremo rivederci presto e ritornare a celebrare insieme ma mi addolora che molti preti, molti teologi, molti laici dicono che in fondo Dio non si può ridurre alla celebrazione o al Sacramento. E grazie! Ma perché contrapporre le realtà come se Cristo fosse diviso in se stesso? Perché non ammettere che negandoci l’Eucarestia celebrata e spezzata, il più grande di tutti i sacramenti, ci tolgono tre quarti di cuore?

 (…) L’emergenza finirà e allora vedremo fisicamente il Risorto. Ma non dimentichiamoci mai quanto ci è mancato in questi giorni, se davvero ci è mancato.

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