“Viviamo il tempo dei falsi positivi in cui si trattano i sani da appestati, si usa la legge per violare la legge, si cancellano il linguaggio e la memoria decapitandoli per puntiglio modaiolo – la dematerializzazione e la possibilità di manomettere la conoscenza hanno rotto il vaso di Pandora – si fa carne di porco di ogni diritto positivo o naturale che sia, e il dato non ha più nulla a che fare con la realtà ma con l’algoritmo.”

 

 

 

di Mattia Spanò

 

Se c’è un’espressione entrata nella neo-lingua della nuova normalità del transumano trionfante che mi affascina, è falso positivo. Partiamo da un presupposto: il linguaggio è in continua evoluzione, e sin qui. Bisognerebbe però domandarsi: quale linguaggio muta?

Prima che morisse, imbucato fra due amici poeti, sono andato a disturbare Mario Luzi a Pienza. Parlando di poesia, fece una considerazione che mi colpì: se Leopardi avesse visto il riflesso del sole sui parabrezza della macchine, la sua opera sarebbe stata diversa. Non meno grande e bella, ma diversa.

Un conto è che la realtà cambi per sovrapposizione: la stadera non esiste quasi più mentre esiste il cambio Tiptronic, il che comporta l’arricchimento complessivo della lingua, e soltanto nel tempo il linguaggio muta senza cancellare parole antiche. Posso non usarla più ma so che la stadera è una bilancia, e il carato corrisponde al seme di carruba noto per essere omogeneo e stabile, usato per pesare pietre preziose.

Un altro conto è asserire tramite la pratica, come mi sembra accada, che il linguaggio modifica la realtà (modifica, non crea), cioè procede per cancellazione. La cancellazione avviene per tabù linguistici (ad esempio negro, frocio, handicappato, aborto), per moda culturale (resilienza, inclusione, territorio), per contaminazione (cringe, friendzonare, briffare) e altre sventure, cioè avviene per novismo e astrazione. 

Il novismo è l’ideologia secondo cui ogni cosa è necessariamente nuova: la realtà si modifica per proliferazione di specie, vale a dire le novità crescerebbero come funghi dopo la pioggia. Questa convinzione tradisce, a mio avviso, una profonda stanchezza e delusione per l’esistente. La mente deve continuamente produrre oggetti e concetti nuovi per sopportare la propria incompiutezza. Ciò che conta e su cui poggia, è l’emotività nevrotica.

L’astrazione è l’ultimo meccanismo. Concetti come “identità digitale”, “informazione in tempo reale”, “nuova normalità”, “fake news” sono idee insussistenti. Semplicemente non esistono, né per la verità se ne avverte il bisogno naturale. Si impongono per scassinamento culturale da ripetizione ossessiva. Il fatto di usare queste espressioni correntemente non le fa esistere, ma fa si che ci si comporti come se esistessero, il che presto o tardi manda a sbattere.

Tutto ciò che va sotto il cappello dell’idea del linguaggio che modifica la realtà è ormai investito dell’attributo virale: il virus, come un parassita, devasta e uccide ogni forma di vita precedente, e alla fine muore lui stesso. La woke culture americana è un esempio eclatante. Trovo suggestivo che questa aggressione mortifera al linguaggio e le sue conseguenze stia subendo una brusca accelerazione per via epidemica.

Torniamo al nostro falso positivo. Falso è il contrario di vero, fa parte dei concetti secondari, privativi. Mentre nero è un’altra cosa rispetto a bianco, come morbido rispetto a rigido, falso e tenebra, ad esempio, indicano assenza di verità e luce. Positivo invece è concetto solido, del quale negativo denota l’assenza o, in fisica, la polarità opposta. Il falso positivo è il negativo truccato da bella donna, cioè qualcosa che sembra vero e perciò inganna. Un sortilegio. Si confonde la trasparenza con la giustizia, il vero col sincero, si contrappone il cuore al cervello. Durante una gita in montagna con alcuni compagni del collegio, rimasi senza sigarette. Preso da una voglia sfibrante di fumare, rollai dentro una cartina degli aghi di pino convinto che fosse circa la stessa cosa. Non lo era, e al tempo stesso quel non esserlo è stato il parabrezza sotto il sole di cui parlava Luzi.

Sia che il falso positivo riguardi un test diagnostico, sia lo stato di salute di una persona o qualsiasi altra cosa, la natura di quella non cambia. Chiamare una porzione di lasagne filetto in crosta di topinambur è un falso positivo: io ho qualcosa davanti agli occhi e sotto i denti, ma lo nomino secondo criteri campati in aria. Se il vaccino AstraZeneca dà problemi, cambiano il nome in Vaxzevrya. Se un lotto di vaccino è scaduto, si scrive una letterina in cui si estende la durata, e diamine: il vaccino lo produce il mittente. In un mondo in cui chi trova una mozzarella sul banco frigo al supermercato chiama i Nas e scattano sanzioni e chiusure, la stessa persona si fa iniettare un vaccino scaduto perché il venditore ha scritto che non succede niente. Se una mascherina non è un dispositivo di protezione individuale, basta dire che non serve a proteggere te ma gli altri da te. Tutti questi slittamenti logico-semantici, altrimenti dette bubbole, vengono accettati senza coglierne l’insensatezza, o peggio senza degnare della minima attenzione il fatto che sia l’oste a decretare la bontà del vino.

Viviamo il tempo dei falsi positivi in cui si trattano i sani da appestati, si usa la legge per violare la legge, si cancellano il linguaggio e la memoria decapitandoli per puntiglio modaiolo – la dematerializzazione e la possibilità di manomettere la conoscenza hanno rotto il vaso di Pandora – si fa carne di porco di ogni diritto positivo o naturale che sia, e il dato non ha più nulla a che fare con la realtà ma con l’algoritmo. Un mondo in cui nemmeno le scarpe esistono più: ci sono quelle virtuali griffate. Manco a dirlo, “sono stupende”.

 

 

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