Evangelizzare con l'amicizia-libro-di-dom-Giulio-Meiattini

 

 

di Sabino Paciolla

 

E’ stato da poco pubblicato, dalle Edizioni La Scala (Noci-Ba), un agile libretto con un titolo che attira l’attenzione: Evangelizzare con l’amicizia. Mistica e missione in Egied van Broeckhoven. Ne è autore d. Giulio Meiattini, monaco dall’Abbazia Madonna della Scala, già noto ai lettori di questo blog. Il libro ci presenta l’itinerario spirituale di un santo dei nostri giorni che ha attraversato, come una stella luminosa e discreta, il tormentato firmamento della metà del ‘900, in anni pieni di fermenti sociali ed ecclesiali.

Ho rivolto a d. Giulio qualche domanda per saperne di più intorno al personaggio di cui si occupa il libro, perché mi sembra che presenti alcuni aspetti capaci di offrire qualche raggio di luce nel nostro difficile tempo, soprattutto per chi intende vivere la sua fede e la sua testimonianza cristiana in una società sempre più aliena ed estranea al messaggio evangelico.

D. Giulio, innanzitutto potresti dirci chi è Egied van Broeckhoven, al quale hai dedicato questo piccolo libro?

P. Egied van Broeckhoven è stato un sacerdote gesuita belga. Nato nel 1933 è entrato ancora molto giovane nella Compagnia di Gesù (1950). Dopo gli anni di formazione e l’ordinazione sacerdotale (1964), a partire dal 1965 ha scelto, come campo del suo apostolato, l’ambiente scristianizzato dei quartieri più poveri, lavorando come prete operaio in alcune fabbriche metallurgiche nelle periferie di Bruxelles per condividere la vita dei lavoratori e far loro giungere il vangelo dell’amore cristiano. Nel 1967 ha perso la vita in un incidente sul lavoro, cosa purtroppo non rara a quei tempi. Nessuno si ricorderebbe di lui, oggi, se non avesse lasciato un ampio diario che ci permette di spingere lo sguardo all’interno della sua esperienza spirituale e di intravedere la sua straordinaria profondità. Un vero e proprio mistico del secolo scorso.

Dunque sono trascorsi ormai più di sessanta anni dalla sua morte. A dire il vero non mi ero mai imbattuto nel suo nome fino ad ora.

Il suo nome e soprattutto i suoi scritti non sono molto noti. Anche per questo ho voluto scrivere qualcosa su di lui. Dei suoi diari è stata edita fino ad ora solo una piccola parte. Pochi anni dopo la sua morte ne fu pubblicata una scelta antologica. Apparsa nell’originale fiammingo, fu poi tradotta rapidamente in diverse lingue, anche in italiano, col titolo Diario dell’amicizia (Jaca Book 1973). Nonostante questo non fu colto, purtroppo, il valore di questa testimonianza. Quasi nessuno se ne è più occupato. Per avere un’altra edizione italiana, un po’ più ampia e meglio curata, ci sono voluti decenni. E’ del 2018 l’edizione di Marietti-Dehoniane, questa volta titolato L’amicizia. Diario di un gesuita in fabbrica. Bisognerebbe davvero provvedere, e spero che presto qualcuno lo faccia, a pubblicare una edizione integrale dei diari. La mancanza di accesso alle fonti nella loro integralità spiega anche perché esistano fino ad ora pochissimi approfondimenti su questa figura dalla spiritualità e dal messaggio così originali: qualche articolo e appena un paio libri (di cui uno in lingua catalana) difficilmente reperibili.

A quanto si capisce dal titolo del tuo libro, e anche dai titoli con cui il diario è stato di volta in volta pubblicato, l’amicizia sembra essere al cuore della vita di questo gesuita.

Indubbiamente, se volessimo riassumere in una parola sola il filo d’oro che attraversa l’esperienza spirituale e l’itinerario missionario e apostolico che caratterizza la vita di p. Egied, la parola sarebbe certo “amicizia”. E’ questo un aspetto che ha sempre attirato l’attenzione sia di grandi pensatori, come Platone, Aristotele, Cicerone, sia di grandi teologi, come S. Agostino. E nella storia della spiritualità cristiana non mancano pagine ed esempi notevoli che illustrano l’amicizia ai suoi più alti gradi. E’ uno dei temi classici su cui si torna sempre di nuovo a riflettere e che, di sua natura, attrae l’interesse di molti. Già la Bibbia con Gionata e Davide e alcune pagine dei libri sapienziali intesse l’elogio dell’amicizia. Tuttavia, a quanto mi sembra, non è facile trovare qualche opera o qualche personaggio che abbia valorizzato l’amicizia in modo così intenso, profondo e, direi, sistematico, tanto da farne la cifra sintetica di un’intera vocazione ed esistenza, come ha fatto Egied van Broeckhoven. La sua lezione, esistenziale prima ancora che scritta, sul tema dell’amicizia ne fa un maestro fra i più grandi su questa dimensione della vita umana e cristiana. Non dimentichiamo che Gesù dice ai suoi discepoli: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. In fondo l’amicizia è anche uno dei concetti più importanti che illustrano la nostra relazione con Dio e con Gesù sotto il profilo del legame di amore e di apertura e fiducia reciproche.

Potresti aiutarci a capire come van Broeckhoven intende l’amicizia? Qual è, secondo te, l’aspetto più originale del modo di vivere e concepire l’amicizia da parte di questo gesuita prete operaio?

Indubbiante l’aspetto più originale e omnicomprensivo è l’interpretazione trinitaria dell’amicizia. La Trinità, per Broeckhoven, è il prototipo dell’amicizia. Sia le relazioni eterne fra le Tre Persone divine sia la loro azione e manifestazione nel mondo e nella storia, rappresentano la fonte e la realizzazione originaria e assoluta delle relazioni fra amici. Per il van Broeckhoven il Padre e il Figlio vivono l’apertura e il dono della loro rispettiva intimità come trasparenza reciproca nell’amore, ma non si fermano qui. Lo Spirito è insieme il terzo Amico, o il Terzo Amato, a cui essi si aprono ammettendolo nella loro amicizia, e insieme lo stesso legame amicale che li lega. Se vogliamo, già un importante teologo medievale, Riccardo di S. Vittore, aveva suggerito di pensare allo Spirito Santo come il Con-dilectus, colui che viene cooptato nel rapporto di amore fra le altre due Persone.

Da questi aspetti elementari di una teologia trinitaria dell’amicizia si può capire tutta la novità che ne deriva per l’amicizia fra creature umane: l’amicizia non è solo un legame a due, in fondo chiuso in una reciprocità fra io e tu – come non di rado la si intende – ma tende ad aprirsi a un terzo, anzi a molti altri, per renderli partecipi del legame di amicizia originario. Questo, per p. Egied, è del tutto evidente nella rivelazione della vita trinitaria nel mondo. Il Padre non trattiene il suo Amato (il Figlio diletto) presso di sé, ma lo invia perché anche gli uomini siano abbracciati in questa relazione amicale e ne divengano partecipi. E questo è possibile grazie al dono dello Spirito, cioè alla condivisione con i redenti della stessa Amicizia comune che lega Padre e Figlio.

Mi sembra che alla luce di queste considerazioni si possa capire anche l’aspetto profondamente missionario dell’esperienza condensata nei diari di p. Egied. Infatti nel titolo del tuo libro parli di mistica e missione.

Sì, quanto appena detto permette di comprendere molto bene che, contrariamente a quanto si pensa, l’amicizia per questo giovane gesuita non è un rapporto ristretto, fra pochi, ma tende ad espandersi. Egli, fedele allo spirito della Compagnia di Gesù, avvertiva la spinta e l’anelito a portare il Vangelo nel mondo operaio scristianizzato, e vedeva nell’amicizia, cioè nel contatto intimo fra persona e persona, proprio questo movimento di apertura e questo abbraccio tendenzialmente universale, espansivo e dunque missionario. A partire dall’esperienza dell’amicizia trinitaria, egli si sente inserito nella stessa traiettoria missionaria che spinge Dio ad andare verso il mondo, a spingere il Figlio nel mondo. Essere missionario per lui è vivere come il Figlio, inviato nel mondo per manifestare al mondo l’intimità del Padre e la loro comune amicizia che è lo Spirito. Meglio far parlare direttamente lo stesso p. Egied, per capire meglio questa connessione fra amicizia e missione. Ecco un suo passaggio eloquente:

«Mio Dio dammi la trasparenza e la generosità del tuo Amore trinitario. Per giungere ad amare vera­mente il proprio amico di un amore che lo spinga verso gli altri, come il Padre ama il Figlio di un amore che lo spinge nel mondo, occorre che l’amicizia sia molto profonda. Per giungere a rende­re partecipi gli altri dell’amicizia che si porta al proprio amico, come il Padre e il Figlio fanno con­dividere al mondo la loro vita d’amore che è lo Spirito, occorre che l’amicizia sia molto profonda, trinitaria»

Grazie alla sua squisita sensibilità umana, p. Egied, come si evince dalle pagine del diario, riusciva a toccare il cuore delle persone che incontrava e a creare con loro legami profondi, attraverso i quali cercava di aprirli all’intimità divina e anche a nuove relazioni autentiche fra di loro.

E in che senso questa spinta missionaria si coniugava in lui con la dimensione mistica? Sembrerebbero due aspetti difficilmente componibili.

Leggendo i suoi appunti si capisce quale profonda vita di preghiera vivesse p. Egied. Era stato fin dalla giovinezza un grande lettore di autori mistici (come Ruysbroeck e Giovanni della Croce, per esempio). Si avverte che la celebrazione quotidiana della S. Messa, la preghiera notturna (fatta dopo una giornata sfiancante di lavoro in fabbrica), e alcuni momenti di improvvisa illuminazione interiore nel bel mezzo degli impegni e delle relazioni quotidiane, erano dei contatti profondi, dei “tocchi di fiamma”, nei quali attingeva all’Oceano divino, come talvolta egli si esprime. Diversamente non avrebbe potuto vivere in modo così generoso e denudante il deserto metropolitano, la durezza dell’ambiente di lavoro. Egli può essere l’amico universale che conduce a Dio in modo missionario, perché attinge al mistero delle relazioni trinitarie, nelle quali talvolta si sente preso e assorbito. Per lui, attirato fortemente fin da giovane, verso la vita contemplativa della Certosa, la scelta della fabbrica e del mondo secolarizzato, in cui i segni della presenza di Dio sono scomparsi, era un modo per vivere l’essenziale, la nudità dell’esperienza contemplativa e mistica. Come scrive in una sua nota: “Vivere con il mondo sulla soglia dell’abisso, per aiutarlo e gettarsi nell’abisso di Dio”.

Potresti in poche parole indicare qualche aspetto che rende questo testimone di Cristo dei nostri giorni fonte di ispirazione permanente per l’evangelizzazione anche oggi?

Il titolo del mio libro è appunto “evangelizzare con l’amicizia”. E una formula che sintetizza l’essenziale del cammino di p. Egied. Questo significa dare la priorità non tanto alla creazione di attività e strutture pastorali, che pure restano importanti, ma puntare soprattutto all’incontro personale e in profondità con le singole persone, per porle poi in relazione di comunione e amicizia tra di loro, proprio nello stile trinitario. Forse, come dico nel libro, da tempo ci si diffonde su una “pastorale del gregge”, che sembra stentare a dare frutti; mentre a p. Egied preme soprattutto il contatto con l’intimità della singola “pecorella”, che il pastore deve amare personalmente, conoscere e chiamare per nome e introdurla a sua volta in un rapporto personale di amicizia-amore con Dio e con gli altri fratelli. In fondo mi sembra di notare, in questo gesuita che comincia il suo ministero subito dopo la conclusione del Vaticano II (fra il 1965 e il 1967), il recupero e il profondo, intelligente rinnovamento di quella che una volta si chiamava “cura d’anime”.

In secondo luogo direi che p. Egied ci indica una possibile strada per vivere la nostra fede in un mondo sempre più privo dei segni della fede. Egli possiede una grande forza interiore, attinta nelle profondità dell’esperienza mistica di Dio; per questo riesce a portare o ritrovare Dio anche negli ambienti in cui Dio sembra più assente. Una sfida oggi sempre più difficile.

 

 

 

 

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