Ecco una mia intervista sul tema del fine vita che ho rilasciato a quinewssiena.

Dott.ssa Giuliana Ruggieri

Dott.ssa Giuliana Ruggieri

 

Giuliana Ruggieri, presiede l’Osservatorio di Bioetica, a cui hanno aderito professionisti che vogliono una sintesi coerente tra scienza e religione

 

Giuliana Ruggieri, medico dirigente pesarese, vive e lavora a Siena da più di vent’anni. All’ospedale Santa Maria delle Scotte si occupa di chirurgia dei trapianti, ricerca e naturalmente bioetica in quanto presidente dell’Osservatorio permanente che ha raccolto centinaia di aderenti fra le più diverse professioni. Qualcosa di cui c’era bisogno nel tentativo di esplorare strade dove il percorso fra scienza e morale può mostrarsi in contrasto. Sono temi dell’Osservatorio il fine e l’inizio vita, l’accanimento terapeutico, le tecniche di fecondazione, la transessualità e l’utilizzo delle droghe; insomma tutto ciò che attiene alla dignità dell’essere umano e a quello che può essere fatto o non fatto con il suo corpo. Tematiche che soprattutto per chi come la dottoressa Ruggieri, parte da una forte fede religiosa, costituiscono necessità di analisi e studio per poter al meglio esplicare la propria professione.

– Il tema del fine vita sembra esser quello che le cronache oggi dibattono con maggior frequenza. Recentemente c’è stata la firma in Vaticano di una dichiarazione congiunta dei rappresentanti delle religioni monoteiste abramitiche; in sostanza la medicina non deve e non può togliere la vita ai pazienti. Ritiene che questo pronunciamento congiunto chiuda la questione o avvii un nuovo percorso condiviso?

“Considero importante che le tre religioni più influenti nel mondo attraverso tale Dichiarazione congiunta si oppongono “ad ogni forma di eutanasia”, così come “al suicidio medicalmente assistito”, considerando tali azioni “completamente in contraddizione con il valore della vita umana” e di conseguenza “sbagliate dal punto di vista sia morale che religioso e dovrebbero essere quindi vietate senza eccezioni”. Il documento dichiara inoltre che l’obiezione di coscienza dovrebbe essere sempre riconosciuta; incoraggia la diffusione delle cure palliative; si augura che sia sempre più radicata nella società una cultura che promuova la cura della persona anche nella fase terminale della vita, ricorda che accanto al paziente vi sono anche i familiari e mette l’accento sull’importanza dell’assistenza spirituale. Tale dichiarazione nelle premesse pone un criterio realistico: afferma che i principi e la prassi conseguente sostenute delle religioni abramitiche non sono in linea “con gli attuali valori e prassi umanistiche laiche”, ma sono imprescindibili per pazienti, familiari, operatori sanitari e politici aderenti a una di queste religioni”.

– Come la comunità giuridica e l’Organo legislativo potranno prendere questo pronunciamento?

“Penso che il mondo politico e “il potere” giudiziario non possano non tener conto di tali posizioni espresse nella società civile. In Portogallo, per esempio, la decisione del Parlamento del 30 Maggio 2018 di dire “no” all’eutanasia ha incontrato l’appello lanciato dal Patriarca cattolico di Lisbona Manuel Clemente, che in un’iniziativa senza precedenti nel paese, ha lanciato una dichiarazione congiunta dei responsabili di diverse comunità religiose (cristiani di varie denominazioni, ebrei, musulmani, buddisti e indù) che ha affermato l’inviolabilità della vita umana e il rifiuto dell’eutanasia e, dopo veglie e manifestazioni pacifiche organizzate dalle comunità interreligiose, ha invitato i deputati «a tener conto del fatto che la società si è espressa insistentemente per il no alla legalizzazione dell’eutanasia». Un’osservazione è però importante: il documento fa riferimento a direttive anticipate, ma purtroppo la legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” (le cosiddette DAT), ha già introdotto nel nostro paese l’eutanasia. Infatti per questa legge idratazione e nutrizione sono considerati atti terapeutici e come tali richiedono il consenso informato del paziente e di conseguenza la non somministrazione e l’interruzione dei trattamenti e anche di sostegni vitali. In realtà il rifiuto porta alla morte dei pazienti per fame e per sete come ci ha insegnato la vicenda di Eluana Englaro”.

– Anni fa mi trovai testimone involontario di un momento molto doloroso e privato: la telefonata di commiato dell’on. Lucio Magri alla compagna di tante battaglie politiche on. Luciana Castellina. Di lì a poche ore, Magri mise fine alla sua vita in Svizzera, perché fatto rispondente alle sue convinzioni e alla sua condizione. Da allora molto si è fatto in tema di testamento biologico, di accanimento terapeutico, di cure palliative e medicina del dolore. Ma il fatto che nella primavera scorsa abbiate voluto dar vita all’Osservatorio ci dice anche che esistono diversi modi di approcciarsi alla questione e non esistono visioni univoche… E’ così?

“Si non esistono visioni uniche sul tema “fine vita” e secondo noi la società attuale si sta avviando su un pendio scivoloso a causa di un vero e proprio “cambio di paradigma”: il dare la morte al paziente diventa il “prendersi cura” come un vero e proprio atto terapeutico e l’aiuto al suicidio diventa “assistito” (a conferma di ciò nella letteratura scientifica dedicata si parla di MAID Medical Assistance in Dying, in Canada e di VAD Volontary Assisted Dyingin Australia). Così con pochi inganni lessicali e antropologici viene annullata una cultura millenaria fatta di pietà, solidarietà, compassione, di vera cura per il malato. Questa nuova cultura, direbbe Antigone, non ha nulla a che vedere con le “leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre”. Esistono infatti da quando un essere umano decise di curare un altro essere umano”.

– Anche dalla scienza arrivano molti dubbi?

“Sì molti lavori scientifici hanno evidenziato che il suicidio assistito e l’eutanasia presentano rischi potenziali per malati disabili: la richiesta di tale pratiche da parte dei familiari e dei pazienti avviene per la presenza di dolore non ben trattato e soprattutto per effetto della depressione quasi sempre sottostimata, sottodiagnostica e sopratutto non curata. (Curr Opin Anaesthesiol. 2014 Apr;27(2):177-82. Curr Opin Anaesthesiol. 2014 Apr;27(2):177-82Int J Epidemiol. 2014 Apr;43(2):614-22, (Health Psychology del 2007 Journal of Clinical Psychiatry , 2010). Il professor Benoît Beuselinck, oncologo dell’Università di Lovanio dichiara: “L’eutanasia in Belgio ha raggiunto la “quota” 2.000 casi in un anno, pari al 2% dei decessi. Tra il 2008 e il 2013, sono raddoppiatele persone che vi ricorrono. E 65 sono i casi l’anno di persone che la richiedono per depressione. Ma alla “dolce morte” arrivano anche persone con cecità incipiente, Alzheimer nella fase iniziale, persone stanche di vivere, delinquenti di reati sessuali, persone sofferenti per età avanzata e per solitudine. ” (Euthanasia and Assisted Suicide: Lessons from Belgium a cura di David Albert Jones,Chris Gastmans e Calum MacKellar. Edit. Cambridge University Press; 21 settembre 2017). Ho appena finito di leggere il libro “Questione di vita e di morte” di Paolo Flores d’Arcais, direttore di Micromega. e la cosa che più mi ha colpito sono le ultime righe delle pagine dedicate appunto a Lucio Magri: “E’ la protervia di sottane gerarchiche e scranni parlamentari che la (l’eutanasia ndr) rende a pagamento, la consente di fatto all’abbiente e non a chi ha meno, che rende privilegio anche vita-e-morte, vita-e-liberta’.” Viene considerato dall’autore un “bene” il dare la morte, un bene da dover garantire a tutti perché con l’eutanasia la vita e la libertà troverebbero la loro massima espressione e attuazione. Insomma il darsi e dare la morte viene considerato l’atto supremo d’amore verso se stessi e verso i propri cari. Che genere di concezione della vita umana presuppone questo tipo di legittimazione suprema della volontà individuale? Ma è possibile che l’umanità e la dignità della persona, e persino l’amore, possano esprimersi addirittura nell’eutanasia? La libertà dell’uomo deve concretizzarsi dentro la vita e non al di sopra di essa. La libertà dell’uomo non può essere completamente staccata dalla sua felicità, dalla sua soddisfazione totale.

– Ci sono diversi esempi che la suggestionano particolarmente?

Charlie Gard, Alfie Evans e tanti altri bambini, la cui morte è stata decisa dai giudici in accordo con i medici e contro il parere dei genitori non dimostrano che ci troviamo davanti a una eutanasia di stato e l’autodeterminazione diventa in realtà eterodeterminazione?

“Vi era un solo modo di “togliere” (aufheben, in senso hegeliano) l’inizio e la fine della vita. Affermare che di essi è padrone assoluto l’uomo. Cioè: che di fronte a essi, la libertà è “indifferente”, dovendo essa decidere autonomamente. E siamo precisamente all’aborto come “auto-determinazione” ed all’eutanasia come “scelta di vivere o non”. (Cardinale Carlo Caffarra Relazione al Simposio Internazionale Evangelium Vitae ediritto. Veritatis Splendor Evangelium Vitae: il destino dell’uomo. Città del Vaticano, 23 maggio 1996).

Quando si affronta il tema del fine vita molto spesso si dimentica di affermare con chiarezza e con sdegno che non tutti i pazienti oggi ricevono o possono ricevere cure palliative, terapie del dolore, adeguato sostegno a domicilio. L’ assistenza ai disabili gravi è fortemente carente, così come i diritti per i caregiver (badanti, assistenti, ecc,) e familiari. Sono insufficienti i fondi per le prestazioni minime ai malati cronici… In tale situazione la Corte Costituzionale sembra avere in mente un altro paese e e ritiene che il problema da risolvere oggi sia invece come concedere il diritto a farsi uccidere. Credo quindi che compito di un medico, di un ospedale, della legge e dell’autorità, della società e delle sue agenzie civili e religiose, sia quello di essere sempre dalla parte della vita. E dunque di proporsi comunque di salvaguardarla in qualunque sua fase evitando l’accanimento terapeutico e tutelando quel fil di vita fino a che è possibile. Per tutto questo, e non solo, ha senso un Osservatorio di Bioetica”.

– Le fiction cinematografiche ci offrono scenari terrificanti di un futuro remoto in cui il fine vita dovrebbe esser legalizzato per la popolazione non produttiva. Di fatto la scienza sta allungando moltissimo la vita degli individui, senza che parallelamente si metta un freno efficace alle patologie degenerative, in specie quelle che attengono alla funzionalità cerebrale. La consola la certezza di non esser testimone di ciò che avverrà fra cent’anni o sente la necessità di lasciar traccia oggi per un domani?

“Purtroppo il fine vita legalizzato per la popolazione non produttiva non è già più solo una “fiction cinematografica”, ma è la naturale evoluzione di ciò che ho descritto nella prima domanda. Infatti in Olanda chi ha più di 75 anni può richiedere allo stato la pillola per darsi la morte: la pillola o il “Kit completo” viene recapito per posta. La centralità del tema del fine vita, cosi come la descrive anche lei nella domanda è certamente sollecitata anche dai progressi della tecnica, dall’esistenza di nuovi farmaci – alcuni definiti “intelligenti” – e di macchine che, pur garantendo una sopravvivenza più lunga, pongono in maniera amplificata il problema etico. «La tecnoscienza – come dice il filosofo Emanuele Severino – non conosce la verità e la rifugge come metafisica e non può nemmeno conoscere che cosa sia in verità la morte e l’angoscia per la morte». E dunque, su questo crinale, non può che intervenire quella che è l’essenza anche dell’autentica laicità: la cultura del limite. Perché le scienze, la tecnologia, i farmaci, le macchine hanno conferito all’uomo un potere sulla vita e sulla morte che non deve necessariamente essere praticato, specie se offende la nostra dignità e va a colpire il profondo di certi valori etici. (Il senso del limite/ La barriera infranta tra libertà e fede. Marco Ajello. Il Mattino.Editoriale 27 settembre 2019). La deriva antropologica che stiamo vivendo è sotto gli occhi di tutti, non si capirebbe altrimenti come mai all’ordine del giorno del dibattito politico ci siano in questi tempi, il suicidio assistito, figlio della solitudine esistenziale e la ridefinizione della famiglia, sino alla reintroduzione della “schiavitù antica”, si pensi all’utero in affitto. J.R.R. Tolkien, mi viene in aiuto nella risposta alla parte finale di questa domanda: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni! – esclamò Frodo. Anch’io – annuì Gandalf – come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. In ebraico speranza si dice “tiqwah”, una parola che indica “corda”,”filo”. Sperare significa pensare che una corda mette in relazione il mio essere con Qualcun altro, un filo lega gli avvenimenti caotici, drammatici, dolorosi che avvengono nel mondo e tutto ciò è reso possibile dalla croce, morte e resurrezione di Cristo. Noi dobbiamo continuare a dire a tutti che solo con la croce di Cristo il dolore può essere accompagnato. Non dobbiamo dimenticare che questa è la radice della nostra cultura, da questo sono nati ospedali come il Santa Maria della Scala. Sperare è nello stesso tempo affermare con decisione che nessuno è padrone della vita. “Non si tratta di rielaborare una dottrina sulla libertà e sul valore della vita: è ormai troppo tardi per dare questa risposta. Essa ormai cade in un terreno che non è più neppure capace di intenderla”. ( Card. Carlo Caffarra Relazione al Simposio Internazionale Evangelium Vitae e diritto. Veritatis Splendor Evangelium Vitae: il destino dell’uomo. Città del Vaticano, 23 maggio 1996). Si tratta di ricostruire dei veri luoghi in cui sia dato all’uomo di oggi la possibilità di continuare a sperare. Alle mie figlie, ai miei pazienti, ai miei studenti, ai miei amici vorrei lasciare le ragioni per cui è possibile continuare ad avere una Speranza.

– Facciamo un po’ di autocelebrazione. L’Osservatorio è già molto attivo. A Palazzo Squarcialupi ha dato vita a un convegno sulla libertà dalle droghe. Quali gli aspetti di maggior importanza dell’iniziativa e perché questa forte sottolineatura che anche le droghe siano materia prioritaria di bioetica?

“La relazione esistente tra bioetica e consumo di droga trova il suo epicentro nella presa d’atto che la problematica, come in altri casi, chiama in causa valori quali la libertà personale da un lato e la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, dall’altro, sopratutto responsabilità verso i più giovani. Che cosa fa la persona quando si fa uno spinello? Non possiamo tacere l’esistenza di un intero filone di pensiero che a vari livelli ha profuso notevoli sforzi nel tentativo, invero piuttosto riuscito, di accreditare la convinzione di una pressoché totale innocuità del consumo per esempio di cannabis. Ed è questa “falsità” che ha messo in evidenza la Conferenza pubblica “DROGA LIBERA O LIBERTA’ DALLA DROGA. Leggera o pesante ti droga sempre!” tenuta venerdì 18 ottobre a Palazzo Squarcialupi. Grazie alle relazioni del dott. Serpelloni (già Responsabile del Dipartimento Antidroghe presso la Presidenza del Consiglio) e del dott. Mantovano (magistrato e vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino), abbiamo potuto mostrare inoppugnabili e drammatiche prove del fatto che le droghe “leggere” non esistono più ormai da tempo e che anche nella cosiddetta “cannabis light” il principio attivo (THC) presente è dieci volte superiore a quello di pochi anni fa. Il danno che ciò sta causando ai nostri giovani, al loro cervello e al loro corpo è impressionante. E’ come se noi considerassimo “leggermente” alcoolica una birra con una gradazione di 40 gradi!” L’intervento di Josè Berdini inoltre responsabile della Comunità PARS (Prevenzione Assistenza Reinserimento Sociale) comunità a pochi chilometri da Macerata, dall’alto della sua pluriennale esperienza sul campo, ha segnalato che “quelle che la maggior parte della gente considera leggere sono le droghe più subdole, proprio per quell’apparenza di leggerezza dietro la quale si nascondono. Quando vivi il dramma della droga ti rendi conto che hai davanti giovani che soffrono, con frequenti crisi di depressione, con psicosi, devastati dall’assunzione di sostanze di ogni tipo. Per educare, “per ritrovarsi” ci vuole un villaggio, ci vuole una proposta educativa globale sostenuta da adulti disposti a compromettersi e a fare “compagnia”. Dal canto suo l’Osservatorio ha già avviato un Progetto Educativo multimediale e multidisciplinare di prevenzione dalle dipendenze da sostanze, presentato in occasione del Convegno e proposto alle scuole della nostra provincia a cui hanno già aderito Presidi e Professori delle Scuole di Siena, Colle val d’Elsa e Poggibonsi e varie associazioni impegnate nell’ambito educativo sia dei giovani che degli adulti. In considerazione di quella che ormai si può definire una vera e propria emergenza, l’Osservatorio di Bioetica di Siena rivolge alle Istituzioni un pressante invito ad adottare con rapidità e coraggio iniziative concrete (come quelle adottate recentemente dal Questore di Macerata che ha chiuso 4 cannabis shop) per la salvaguardia dei nostri giovani e delle loro famiglie dall’inganno delle droghe e del business crescente che c’è dietro”.

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