Anche il Portogallo nel gennaio scorso ha legalizzato l’eutanasia. E’ il quinto paese in Europa, dopo Olanda, Belgio, Lussemburgo e Svizzera e il nono al mondo con Colombia, Canada, Uruguay e cinque Stati degli Usa. Undici mesi dopo aver discusso cinque proposte sul tema in Commissione Affari Costituzionali, Diritti, Libertà e Garanzie, l’Assemblea della Repubblica ha approvato a larga maggioranza (136 a favore, 78 contro e 4 astensioni) quella che si chiamerà “Legge per la morte medicalmente assistita”.

Di seguito rilanciamo il volantino che Comunione e Liberazione del Portogallo ha pubblicato.

 

 

L’attuale discussione sull’eutanasia è sintomatica di una perdita del desiderio di vivere, molto più diffusa di quanto vorremmo ammettere o affrontare. Un momento come questo ci ricorda quanto coraggio ci vuole per sostenere la nostra speranza e quella di chi ha gli occhi puntati su di noi. Di fronte alla sofferenza, le domande esplodono: «Perché io? Come è possibile sopportare questo? Se questa è la vita, vale ancora la pena viverla?».

Abbiamo tutti queste domande che, in un certo senso, urlano, anche se spesso sembrano oscurate o anestetizzate, come se quello che fino a poco tempo fa era evidente non lo fosse più, sia nei giovani, spesso soffocati dal contesto in cui vivono, sia in chi, imprigionato in un letto e in un dolore per il quale non vede né fine né scopo, percepisce la realtà come un ostacolo al suo desiderio di felicità. Ma l’eutanasia non risolve questo dramma.

  • Dice un medico malato di Sla (sclerosi laterale amiotrofica) in un’intervista: «Scusi, ma pensa che ci sia qualcuno che vorrebbe vivere così? Secondo lei, quando dieci anni fa sono entrato nelle stanze di terapia intensiva e ho visto persone intubate, che vivevano di tubi e in condizioni precarie, cosa crede che abbia detto e pensato? Non vorrei mai, mai vivere così. Piuttosto, lasciatemi morire». E aggiunge: «Eppure la malattia mi ha permesso di rendermi conto di quanto sia bello chiedere aiuto e, soprattutto, che se noi, i malati, siamo adeguatamente assistiti, non c’è malattia che impedisce alla vita di essere un diritto e di rimanere un dono in modo da essere vissuto sino alla fine».
  • Anche un’oncologa dice: «Quando arriva il cancro, quando arriva il dolore, è come se la vita fosse messa a nudo. Tutto si semplifica, nascono le vere domande. Ho scoperto che il cancro non sempre prende la vita, ma può darla. Perché l’uomo vivente è l’uomo che chiede».
  • Un’insegnante delle medie aggiunge: «Come insegnante, vedo che i più piccoli ci guardano e ci chiedono di aiutarli a mantenere viva la speranza che valga la pena nascere, che sia possibile essere felici. Sono in grado di bombardarci di domande esistenziali, domande sul significato della vita e della morte e della sofferenza». Per questa insegnante, il dramma che affronta ogni giorno quando entra in classe è quello di decidere di sostenere il desiderio infinito del cuore dei suoi studenti o di relativizzarlo.
  • All’inizio di questo secondo lockdown, la struttura di emergenza dell’ospedale di Lisbona ha lanciato un appello ai volontari per sostenere gli operatori sanitari nelle attività di assistenza ai pazienti e per un supporto amministrativo, richiedendo di avere più di 18 anni e di essere già stati infettati dal virus. Servivano 80 volontari. Ci sono state 845 iscrizioni.

In questa pandemia, abbiamo visto emergere tracce di speranza in tanti che non hanno mancato di affermarla, anche sacrificandosi: nei cappellani ospedalieri o in tanti giovani volontari ComVidas nelle case di cura in cui c’era il Covid (dove tutti sono fuggiti, loro sono entrati ); in medici e infermieri che lavorano senza rinunciare a rispondere ai loro pazienti; nella dedizione di tanti docenti nella proseguire il rapporto con i propri studenti, ora a distanza, perché è la modalità che la realtà permette; ancora, nella creatività di imprenditori e lavoratori che reinventano le loro aziende per non chiudere.

Una speranza che trova eco in quei tanti che si sono offerti volontari per aiutare in prima linea, anche con discrezione e in lavori semplici (dieci volte più del necessario, e in un contesto di estrema crisi e difficoltà), dimostrando come a spingerci sia la voglia di vivere e di non lasciar morire.

Questo stesso desiderio ha spinto alcuni a partecipare al dibattito pubblico, mossi dalla necessità di affermare e testimoniare che il problema posto meritava la ricerca di una vera risposta che non poteva esaurirsi solamente nel dibattito politico-partitico.

Le domande che la vita pone richiedono una risposta credibile, una risposta che può essere data solo da chi le ha incrociate, da chi non le ha cancellate, da chi vive la ragione come un’apertura, lasciandosi interrogare dalla vita, da chi non vive una ragione stentata, chiusa, che le cancella. Abbiamo bisogno di adulti che non abbiano paura delle domande della ragione. Soprattutto quelle che esplodono di fronte alla sofferenza: «Perché io? Come è possibile sopportare questo? Se questa è la vita, vale ancora la pena viverla?». Queste domande hanno dentro una strada di bene che può essere percorsa in compagnia di Cristo che è venuto da noi e che, per dare l’unica risposta totale, ha sofferto ed è morto come noi, ha attraversato la contraddizione di una vita che sembra perdere. E lo ha fatto vincendo la morte, rimanendo al nostro fianco, per sempre. Risponde alle nostre domande con la sua presenza, visibile oggi, accanto a chi soffre.

Per questo i nostri Vescovi ci ricordano con insistenza che tutta la vita umana ha valore e «ora più che mai rafforziamo il nostro intento di accompagnare con cura e amore tutti i malati, in tutte le fasi della loro vita terrena e, in modo particolare quella finale».

Guardare chi già lo fa sostiene la nostra speranza e apre la possibilità di un percorso che non vogliamo perdere, con tutti coloro che incontriamo.

 

Comunione e Liberazione Portogallo

 

 

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