Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 2 – I Sacramenti e la liturgia, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube https://www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS

 

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Puntata n. 58 (nn. 238-241)

  1. Quale legame esiste tra le azioni e le parole nella celebrazione sacramentale? (1153-1155 1190)

Nella celebrazione sacramentale azioni e parole sono strettamente congiunte. Infatti, anche se le azioni simboliche già per se stesse sono un linguaggio, è tuttavia necessario che le parole del rito accompagnino e vivifichino queste azioni. Inseparabili in quanto segni e insegnamento, le parole e le azioni liturgiche lo sono anche in quanto realizzano ciò che significano.

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Questo numero, dice con un linguaggio più vicino al nostro, ciò che la dottrina della Chiesa, facendo proprio il linguaggio con il quale la espresse san Tommaso e con lui quanti lo hanno seguito, esprime con i concetti:

– di “materia” (le cose, le azioni, i gesti)

– e di“forma” (le parole pronunciate sulle cose, compiendo le azioni)

dei Sacramenti. Come in tutte le cose “naturali”, è la “forma”, il principio “informativo” che fa sì che ciascuna di esse “sia quello che è”, così per analogia, anche nei Sacramenti è la “forma” (le parole pronunciate sulla “materia”) che fa sì che si attui il “Sacramento”, quale segno capace, per azione di Cristo, di restituire gratuitamente (per “Grazia”) il giusto rapporto tra l’uomo e Dio Creatore (la “giustizia originale”).

Questo significa l’espressione: “i Sacramenti sono strumenti della Salvezza”. Tutto questo è condensato nella frase di questo numero che dice: Nella celebrazione sacramentale azioni e parole sono strettamente congiunte.

Si insiste poi sul fatto fondamentale dell’“efficacia” dei Sacramenti: essi non sono appena dei segni “evocativi”, che ricordano qualcosa di lontano nella storia passata. Pur belle – le azioni simboliche già per se stesse sono un linguaggio e sono significative – da sole rimarrebbero qualcosa di ancora lontano, che non cambia il nostro “presente”. Occorre che le parole del rito accompagnino e vivifichino queste azioni, così che esse, per l’azione diretta di Cristo stesso, realizzano ciò che significano.

In questo senso i Sacramenti sono segni efficaci della Grazia che operano ciò che significano.

In questo numero del Compendio della dottrina si è così condensato ciò che, nella teologia dei Sacramenti, è il trattato sui “Sacramenti in genere”, in quanto parla di ciò che è un Sacramento in generale, in ciò che ha di comune con tutti i sette Sacramenti.

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  1. Con quali criteri il canto e la musica hanno una loro funzione nella celebrazione liturgica? (1156-1158 1191)

Poiché il canto e la musica sono strettamente connessi con l’azione liturgica, essi devono rispettare i seguenti criteri: la conformità alla dottrina cattolica dei testi, presi di preferenza dalla Scrittura e dalle fonti liturgiche; la bellezza espressiva della preghiera; la qualità della musica; la partecipazione dell’assemblea; la ricchezza culturale del Popolo di Dio e il carattere sacro e solenne della celebrazione. «Chi canta prega due volte» (sant’Agostino).

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Dopo avere parlato dei “Sacramenti in genere”, questo numero aggiunge una precisazione sul canto che, normalmente nelle celebrazioni solenni, o comunque quando è possibile eseguirlo con dignità e in maniera da aiutare la preghiera, accompagna la liturgia. Esso non è essenziale per la validità e liceità della liturgia, ma ne è un arricchimento, purché rispetti le condizioni richieste per non rovinare, ma accompagnare gli atti liturgici. Allo scopo questo numero indica alcuni criteri che devono essere rispettati:

(a) la conformità alla dottrina cattolica dei testi. Non è lecito che le parole di un canto siano dottrinalmente erronee;

(b) la bellezza espressiva della preghiera, così che il canto aiuti a pregare e non distolga o disturbi chi vuole farlo. Questo richiede anche il rispetto dei tempi delle azioni liturgiche, compresi dei tempi adeguati di silenzio per il raccoglimento;

(c) la qualità della musica che deve essere buona, non disturbante, ma tale da elevare l’anima a Dio;

(d) quando è possibile anche la partecipazione dell’assemblea. Soprattutto nel canto comune degli inni e delle parti della Messa che coinvolgono direttamente il popolo (Kyrie, Gloria, Credo, Santo, Padre Nostro, Agnello di Dio). Ma anche tali da chiedere l’ascolto da parte dell’assemblea di una preghiera antica che richiede un coro o un solista con preparazione musicale. L’esecuzione non deve essere teatrale, o esibizionistica da parte di chi canta, ma compiuta come una preghiera;

(e) la ricchezza culturale del Popolo di Dio. Ciò vale soprattutto negli inni tradizionali, anche locali, che accompagnano le processioni, o l’ingesso e la conclusione delle celebrazioni, esprimendo la fede del popolo consolidata nei secoli;

(f) il carattere sacro e solenne della celebrazione. Non dunque l’esibizione di se stessi, ma la coralità della comunione ecclesiale. Questo richiede anche un’educazione, un’insegnamento a cantare liturgicamente, rispettando il tempo della musica e controllando il livello del volume della voce.

La frase attribuita a sant’Agostino: «Chi canta prega due volte» è stata abusata a volte come un’indicazione a cantare per forza, anche se si è in pochi e incapaci di cantare dignitosamente. In realtà, la frase nella sua formulazione più nota è qui bene cantat bis orat, ma spesso si tralascia di precisare “bene”.

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  1. Qual è la finalità delle sacre immagini? (1159-1161 1192)

L’immagine di Cristo è l’icona liturgica per eccellenza. Le altre, che rappresentano la Madonna e i Santi, significano Cristo, che in loro è glorificato. Esse proclamano lo stesso messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola, e aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei credenti.

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Questo numero è dedicato a quell’altra forma espressiva dell’arte cristiana che è quella delle immagini sacre (dipinti, sculture, decorazioni) che si sono affiancate alla liturgia fino dai primi secoli, come segni visibili di richiamo alla fede. Inizialmente simbolici, riconoscibili solo dai cristiani, a causa delle persecuzioni; più tardi espressioni pubbliche della fede, e insieme anche forme didattiche di catechesi visiva, particolarmente efficace per coloro che non sapevano leggere i testi scritti (aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei credenti).

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  1. Qual è il centro del tempo liturgico? (1163-1167 1193)

Il centro del tempo liturgico è la domenica, fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico, che ha il suo culmine nella Pasqua annuale, la festa delle feste.

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Dopo che si è detto del “soggetto” e del “metodo” della liturgia, questo numero insieme al prossimo riguardano il “tempo” nel quale la Chiesa, fino dalle origini ha collocato i gesti (“atti”) della liturgia, in riferimento a quello centrale che è la celebrazione dell’Eucaristia (la santa Messa), in obbedienza alla richiesta di Cristo «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,23).

Il centro del tempo liturgico è la domenica in quanto è il giorno nel quale è avvenuta la Risurrezione di Cristo.

«Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28,1).

«Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro » (Mc 16,2).

«Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba» (Lc 24,1).

«Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro» (Gv 20,1).

Il comando di compiere ciò che aveva fatto il Signore «in memoria», per ispirazione dello Spirito Santo, è stato inteso come il comando di ripetere per ricordare, ricollegandosi con quell’atto unico che solo Cristo aveva il potere di compiere, così come aveva avuto il potere di risorgere. Ecco il collegamento con la domenica, giorno della Risurrezione. Quel giorno sarebbe diventato, per la Chiesa, il giorno di festa per eccellenza, centro della settimana (al posto del Sabato ebraico), perché in relazione al giorno della Risurrezione, la Pasqua, centro dell’Anno liturgico.

Si introduce, così, il numero successivo.

 

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