Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 2 – I Sacramenti e la liturgia, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube https://www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS

 

Sacerdote Comunione Eucarestia Ostia

 

Puntata n. 56 (nn. 230-232)

  1. Per quale motivo i Sacramenti sono necessari alla Salvezza? (1129)

Per i credenti in Cristo, i Sacramenti sono necessari alla Salvezza, anche se non vengono dati tutti ad ogni singolo fedele, perché conferiscono le grazie sacramentali, il perdono dei peccati, l’adozione a figli di Dio, la conformazione a Cristo Signore e l’appartenenza alla Chiesa. Lo Spirito Santo guarisce e trasforma coloro che li ricevono.

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I Sacramenti non sono “facoltativi”, ma vengono qualificati qui come necessari alla Salvezza, in quanto costituiscono il “raccordo oggettivo” con Cristo che Egli stesso ci ha messo a disposizione nella Chiesa, per accedere alla “riparazione” della “giustizia originale” perduta con il “peccato originale”. Questa “riparazione” è opera di Cristo, “gratuita” (la parola “Grazia” intende esprimere questa gratuità) e non è frutto del nostri sforzi per costruircela da soli.

– Il Battesimo per “rimuovere” questa prima “rottura della giustizia originale”, ripristinandola: questo significa la formula usuale che dichiara che il Battesimo “cancella” il peccato originale;

– la Confessione per restituire la “giustizia” nuovamente perduta con atti singoli (“peccati attuali”) dopo il Battesimo, e accrescerne la consapevolezza e il godimento se non la si è perduta con un peccato grave (“mortale”), ma solo compromessa con peccati non gravi (“veniali”);

– la Comunione sacramentale, per sostenere come un nutrimento, l’esperienza dello stato di giustizia con Dio, con se stessi e il prossimo, nella propria vita quotidiana: questo si intende dire quando si parla di “aumento” della Grazia nell’anima di chi si accosta alla Comunione con le dovute disposizioni.

– E così via, come si è già detto, per gli altri Sacramenti.

Un’obiezione che spesso si sente da parte di alcune persone è:

Dio è sempre vicino a me e io lo sento nel mio cuore anche senza bisogno di andare a Messa e di confessarmi regolarmente. Il fatto è che, in questo caso la percezione è “soggettiva” e i sentimenti non offrono nessuna garanzia di verità del proprio rapporto di giustizia con Dio.

Anzi la Chiesa ti avverte che non puoi essere in stato di Grazia se non vai a Messa almeno ogni domenica e nelle feste di precetto e se non ti confessi almeno a Pasqua, e possibilmente con regolare frequenza (indicativamente almeno mensile).

Mentre i Sacramenti sono “oggettivi” e, come tali, “garantiscono” il raccordo con Cristo, se sono ricevuti nelle dovute condizioni, come sono previste dalla Chiesa. Così come non basta “pensare” ad un buon pasto, immaginandoselo con la fantasia, ma bisogna sedersi a tavola a mangiare per nutrirsi, analogamente non basta pensare a Dio per ricevere la Grazia, ma occorre accostarsi ai Sacramenti.

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  1. Che cos’è la Grazia sacramentale? (1129; 1131 1134; 2003)

La Grazia sacramentale è la Grazia dello Spirito Santo, donata da Cristo e propria di ciascun Sacramento. Tale Grazia aiuta il fedele nel suo cammino di santità, e così pure aiuta la Chiesa nella sua crescita di carità e di testimonianza.

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Questo numero ci dice che la Grazia operata in noi dalla degna ricezione dei Sacramenti, è un dono di Cristo che ci fa “partecipare” al rapporto (“Relazione”) che c’è, in Dio, tra le Persone della Trinità, che è esso stesso una Persona, è la Persona dello Spirito Santo. La Grazia, infatti, è una forma di partecipazione che ci è donata, alla vita stessa di Dio nella Trinità. Questa partecipazione “fa bene all’anima”, aiutando la persona umana di chi la riceve a “vivere bene” la vita sulla terra, preparandosi all’Eternità.

Qui si aggiunge anche il dato di fatto che il bene ricevuto dalla singola persona ha una “ricaduta” di bene sull’intera comunità, sulla Chiesa. Si tratta di un “principio” di valore universale, in base al quale non c’è un bene particolare che non sia anche un bene universale.

E di conseguenza non c’è una “privazione” di un bene (cioè un male) nel singolo che non abbia una ricaduta negativa su tutta la comunità. Come anche in un organismo una sola cellula tumorale, nascosta, può diffondere il male a tutto il corpo, così è per il male del peccato.

A questo proposito il Compendio della dottrina sociale della Chiesa così si esprime:

«A ciascun peccato si può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale, tenendo conto del fatto che “in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri”» (n. 117).

E san Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia spiegava dettagliatamente, come: «Parlare di peccato sociale vuol dire, anzitutto, riconoscere che, in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri.

È, questa, l’altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che «ogni anima che si eleva, eleva il mondo».

A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione del peccato, per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana. Secondo questa prima accezione, a ciascun peccato si può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale» (n. 16).

Per questo la separazione estrema, tra condotta nella vita privata e condotta nella vita pubblica, che oggi si teorizza e si pratica abitualmente, come se l’una non avesse conseguenza sull’altra, è falsa ed estremamente dannosa. Ed è dannosa culturalmente una modalità educativa che la insegni.

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  1. Qual è la relazione tra i Sacramenti e la vita eterna? (1130)

Nei Sacramenti la Chiesa riceve già un anticipo della vita eterna, mentre resta «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13).

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Parlando di anticipo della vita eterna già in questa vita terrena, in forza della Grazia alla quale si accede mediante i Sacramenti, questo numero si rifà a quanto Gesù insegna nel Vangelo, rispondendo ad una domanda di Pietro: «Pietro allora gli disse: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”» (Mc 10,28-30).

L’esperienza del già sostiene la fede nella promessa del non ancora.

 

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