Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

Tutti i Santi in Paradiso

 

Puntata n. 50 (nn. 206-207)

  1. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (1005-1014; 1019)

Significa morire in Grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il Suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui» (2Tm 2, 11).

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La condizione “giusta” per essere sempre pronti al momento della morte che ci fa passare da questo stato “provvisorio” della vita a quello della “vita definitiva”, nel quale ha stabile dimora la “giustizia” è quello di essere nel “giusto rapporto” con Dio in Cristo. Questo significa l’espressione in Grazia di Dio.

Successivamente, trattando della Grazia e dei peccati, verrà precisato in che modo tale rapporto può essere infranto (con il “peccato mortale”). Per questo viene raccomandata la Confessione frequente, in generale; e al più presto se si è consapevoli, o si teme, di essere in peccato mortale. Per mettersi al riparo, attingendo alle sorgenti della Grazia che ci uniscono a Cristo. Come dichiara san Paolo: «Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui» (2Tm 2,11).

Occorre mantenere un sano equilibrio tra l’ossessione maniacalmente scrupolosa di non essere in Grazia e la superficialità incosciente di sentirsi sempre a posto. Per questo la Confessione regolare e frequente è di aiuto e ci offre il modo di un confronto più oggettivo sulla nostra vera situazione.

A questo proposito il Catechismo di san Pio X elencava tra i “peccati contro lo Spirito Santo”, i due estremi opposti:

– la «Disperazione della Salvezza» e

– la «Presunzione di salvarsi senza merito».

La prima significa ritenersi più potenti di Dio nella nostra capacità di compiere il male rispetto alla Sua di compiere il nostro bene, finendo per non riconoscerlo come Onnipotente, neppure di fronte alla nostra domanda di perdonarci il male commesso.

La seconda ricade in una forma di “fideismo protestante” che delega tutto a Dio, disimpegnando la nostra libera volontà, fino al permissivismo morale più totale. Questo equivale a negare l’esistenza del peccato, come si fa nel mondo di oggi!

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  1. Che cos’è la vita eterna? (1020; 1051)

La vita eterna è quella che inizierà subito dopo la morte. Essa non avrà fine. Sarà preceduta per ognuno da un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, e sarà sancita dal giudizio finale.

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Siamo giunti al termine dell’esposizione sul Credo, con gli ultimi “articoli”, quelli che riguardano le “ultime realtà”. I “novissimi” (in latino novus è “nuovo” nel senso di essere “il più recente”, quindi ciò che arriva alla fine, e non può essere superato da ulteriori novità). Sono gli “ultimi” avvenimenti della vita del singolo e dell’umanità intera, del cosmo e del Creato come lo abbiamo conosciuto. Ciò che ci sarà oltre sarà “eterno” e “definitivo”.

Si tratta dei “quattro novissimi” elencati già nel Catechismo di san Pio X che un tempo si imparava a memoria per prepararsi alla “prima Comunione”:

“Morte”, “Giudizio”, “Inferno”, “Paradiso”.

Il numero inizia dicendo che la vita eterna è quella che inizierà subito dopo la morte. Ecco comparire il primo dei “Novissimi”, la “Morte” individuale, alla quale lo stesso Gesù, come uomo, ha voluto sottoporsi (così che di Lui si può dire che «ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana» [IV Preghiera eucaristica] e nessuno può dire di sé che le proprie sofferenze non sono state assunte da Lui nella Sua Passione).

Se è vero che la vita cristiana, già su questa terra è un “anticipo” della beatitudine eterna, per la ricchezza “esistenziale” (“spirituale” secondo il linguaggio teologico classico), solo dopo la morte, coloro che hanno seguito Cristo con la fede e le opere, vivendo e morendo in Grazia di Dio, hanno la “pienezza” dell’esperienza di una vita che non muore e la piena beatitudine nella visione di Dio («In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna», Mc 10,29-30).

Dopo la “morte” c’è per ciascuno il “giudizio particolare”, che è individuale (sarà preceduta per ognuno da un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti) che introduce nella condizione eterna definitiva che avrà scelto in base alle scelte compiute liberamente nella vita terrena. Hai vissuto in Cristo e ti sei sempre riavvicinato a Lui, dopo ogni caduta; oppure hai rifiutato Cristo e Dio quando lo avevi conosciuto adeguatamente non hai voluto seguirlo. Nell’eternità avrai definitivamente ciò che hai scelto già per te nella vita terrena.

Oltre al “giudizio particolare” Gesù parla esplicitamente di un “giudizio universale”, nel noto capitolo 25 (vv. 31-46) del Vangelo di Matteo. Non siamo in grado di definire “cronologicamente” se i due giudizi coincideranno o saranno distanziati “nel tempo” l’uno dall’altro, se non altro perché nella nuova dimensione dell’eternità il “tempo” non è più il nostro “tempo cosmologico”, misurato dall’evoluzione dell’universo fisico nel suo complesso. Né il tempo misurato dal moto del nostro corpo fisico. Su questi temi la teologia (soprattutto quella medievale) ha svolto varie considerazioni di ordine filosofico e scientifico interessanti, ma che rimangono ipotesi teologiche opinabili e non sono verità di fede. Ciò che conta è quanto la Rivelazione ci dice in ordine ai due “giudizi”.

 

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