Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

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Puntata n. 47 (nn. 191-194)

  1. Come partecipano al Suo ufficio regale? (908-913; 943)

I laici partecipano alla funzione regale di Cristo, avendo da Lui ricevuto il potere di vincere in se stessi e nel mondo il peccato, con l’abnegazione di sé e la santità della loro vita. Esercitano vari ministeri a servizio della comunità e impregnano di valore morale le attività temporali dell’uomo e le istituzioni della società.

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La parola “regalità” a noi, oggi, suona molto astratta, talvolta quasi un po’ ridicola e va capita nel modo giusto. Al tempo stesso, come le altre parole “cristiane”, va conservata e spiegata. I primi cristiani, con i loro Vescovi e quanti sono poi stati dichiarati “Dottori” nella Chiesa, hanno plasmato il linguaggio in senso cristiano, piuttosto che appiattirlo sui significati del linguaggio del mondo.

La parola “Re” (Rex) significa, nella sua etimologia, una persona che sa “reggere”, tenere in pugno, in mano, la propria vita come quella di un intero popolo. A partire da se stesso, dalla propria vita, dalla propria casa e famiglia, dalle proprie cose, dal proprio lavoro.

La perdita delle “giustizia originale” ha causato una facile tendenza alla “perdita del controllo di se stessi” e nei rapporti con le persone e le cose. La “restituzione” di quel “giusto rapporto” con Dio e con se stessi, rende un cristiano (nell’incontro tra Grazia e libertà) nuovamente capace di essere “padrone di sé” (compos sui), “re di se stesso”. E quindi padrone delle sue azioni, dei rapporti con le altre persone, del proprio lavoro, fino a divenire collaboratore di Dio nel creato («l’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore», Laborem exercens, n. 25), collaboratore di Cristo nell’opera della Redenzione («l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità», Laborem exercens, n. 27).

La liturgia sottolinea, esplicitamente, la regalità di Cristo nella Solennità di Cristo Re che ricorre nell’ultima domenica dell’Anno liturgico.

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  1. Che cos’è la vita consacrata? (914-916; 944)

È uno stato di vita riconosciuto dalla Chiesa. È una risposta libera a una chiamata particolare di Cristo, con la quale i consacrati si dedicano totalmente a Dio e tendono verso la perfezione della carità sotto la mozione dello Spirito Santo. Tale consacrazione si caratterizza per la pratica dei consigli evangelici.

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In questo numero si fa solo un accenno “in senso generale” alla “vita consacrata”, definendola come uno «stato di vita».

– La parola stato lascia intendere che si tratta di un “modo permanente” che, quindi, abbraccia tutta la vita di una persona, con un impegno che diviene “volontario” dal momento in cui esso viene riconosciuto “coscientemente” come una corrispondenza tra la volontà di Dio e ciò che la propria persona non riesce a non desiderare come “un bene per la propria vita”.

– Qui si aggiunge, poi, che tale stato di vita è riconosciuto dalla Chiesa, che lo riconosce come un bene “oggettivo” per l’intera comunità ecclesiale e non semplicemente come un patrimonio “soggettivo” della persona.

– Tale stato è “definito” dalla pratica dei «consigli evangelici»: castità, povertà e obbedienza, in vista del Regno dei Cieli. Nella vita monastica e religiosa questa condizione viene legata alla professione di una promessa solenne a Dio (i voti religiosi). In altre forme di vita in una promessa pubblica fatta alla Chiesa, dinanzi ad un suo rappresentante. In altre forme ancora in una promessa privata.

Si sottolinea, poi, che tale “stato di vita”, non è frutto di una volontà di superare se stessi, quanto è frutto di una mozione dello Spirito Santo; diversamente non potrebbe reggersi per una vita intera.

È una risposta libera a una chiamata particolare di Cristo che fa desiderare di abbracciare “il Suo modo di vivere l’amore”, fin da ora, in anticipo su quella che sarà la condizione eterna di tutti: «Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come Angeli nel cielo» (Mt 22,30).

Si riprenderà, quasi fugacemente, il tema della motivazione della scelta di questo “stato di vita” al n. 491, spiegando che è «Cristo modello di castità» ad attrarre alcuni, come “esemplare” di uno stato che viene percepito come desiderabile anche per la propria vita. Non viene aggiunto altro, quasi per lasciare la libertà dello Spirito di suscitare una varietà di “carismi” nella Chiesa. Ciò che è importante comprendere è il fatto che non si sceglie questo stato di vita per “sentirsi bravi”, ma per un’attrattiva non seguendo la quale la propria vita sarebbe “di meno” di ciò per cui è stata voluta da Cristo. Esattamente come si sceglierebbe il matrimonio, avendo incontrato la persona senza la quale la propria vita sarebbe “di meno” di ciò per cui è stata voluta da Cristo e desiderabile per se stessi.

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  1. Che cosa offre la vita consacrata alla missione della Chiesa? (931- 933; 945)

La vita consacrata partecipa alla missione della Chiesa mediante una piena dedizione a Cristo e ai fratelli, testimoniando la speranza del Regno celeste.

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Il numero è autoesplicativo. Si può solo aggiungere che la “verginità per il Regno dei Cieli” non è la negazione dell’“affettività”, ma è la continuazione, nella storia della Chiesa, del modo in cui Cristo ha vissuto l’“affettività”, ha guardato e amato le persone, facendo loro avvertire di essere volute da Dio, di avere il diritto di esistere per il loro bene e per il bene di tutti («Allora Gesù, fissatolo, lo amò», Mc 10,21).

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Credo la comunione dei santi

  1. Che cosa significa l’espressione comunione dei santi? (946-953; 960)

Tale espressione indica anzitutto la comune partecipazione di tutti i membri della Chiesa alle cose sante (sancta): la fede, i Sacramenti, in particolare l’Eucaristia, i carismi e gli altri doni spirituali. Alla radice della comunione c’è la carità che «non cerca il proprio interesse» (1Cor 13,5), ma spinge il fedele «a mettere tutto in comune» (At 4,32), anche i propri beni materiali a servizio dei più poveri.

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Anche questo numero è autoesplicativo, indicando che, per sua natura la Chiesa è una “comunione”, nel senso che i battezzati hanno in comune “oggettivamente” cose sante («sancta»): la fede, i Sacramenti, in particolare l’Eucaristia, i carismi e gli altri doni spirituali. Gesù, nel Vangelo di san Giovanni, prega perché i fedeli della futura Chiesa, anche dopo il suo inizio nella comunità degli Apostoli siano in comunione: «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11); «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,20-21).

Il numero successivo completa la spiegazione, che qui è stata incentrata su ciò che di “oggettivamente santo” i membri della Chiesa ricevono da Cristo.

 

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