Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

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Puntata n. 30 (nn. 115-119)

  1. Quale fu l’atteggiamento di Gesù verso il Tempio di Gerusalemme? (583-586; 593)

Gesù è stato accusato di ostilità nei confronti del Tempio. Eppure l’ha venerato come «la dimora di Suo Padre» (Gv 2,16) e lì ha dettato una parte importante del Suo insegnamento. Ma ne ha anche predetto la distruzione, in relazione con la Propria Morte, e si è presentato Lui stesso come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini.

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L’atteggiamento costante di Gesù Cristo nei confronti del Tempio di Gerusalemme, come di tutto l’Antico Testamento (denotato più volte, nei Vangeli, come la Legge, e la Legge e i Profeti, ai quali si aggiungono anche i Salmi) non è mai stato quello di “contrapposizione dialettica”, di “rottura”, ma quello di “perfezionamento” e “compimento”.

In particolare, nei confronti del Tempio, presso il quale Egli stesso si recava per la preghiera prevista dalla tradizione ebraica. Piuttosto inveirà contro l’uso irreligioso di quel luogo, consacrato al culto di Dio («Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: “La Scrittura dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri”», Mt 21,12).

Ciò che i Suoi avversari non accettavano erano le critiche verso il loro comportamento, e il fatto che Egli parlasse di Dio come Suo Padre, perché si aspettavano un Messia principalmente “politico” che li liberasse dal potere dei Romani.

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  1. Gesù ha contraddetto la fede d’Israele nel Dio unico e Salvatore? (587-591; 594)

Gesù non ha mai contraddetto la fede in un Dio unico, neppure quando compiva l’opera divina per eccellenza che adempiva le promesse mes- sianiche e lo rivelava uguale a Dio: il perdono dei peccati. La richiesta di Gesù di credere in Lui e di convertirsi permette di capire la tragica incomprensione del Sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore.

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Come viene detto in questo numero, «Gesù non ha mai contraddetto la fede in un Dio unico, neppure quando compiva l’opera divina per eccellenza che adempiva le promesse messianiche e lo rivelava uguale a Dio».

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Per potere riconoscere che quel Dio unico era Lui stesso, una cosa sola con il Padre («Io e il Padre siamo una cosa sola», Gv 10,30), anche quando non si era ancora in grado di formulare quella dottrina trinitaria che – come abbiamo visto – sarebbe maturata nei primi secoli della vita della Chiesa, bisognava arrendersi all’evidenza dei “motivi di credibilità” della Sua divinità, che erano

– i “miracoli” che compiva

– e gli “insegnamenti” che sapeva dare con le Sue parole.

Molti, di fronte a questi “motivi di credibilità” credevano in Lui e lo seguivano («A queste sue parole, molti credettero in Lui», Gv 8,30); altri, vedendosi minacciati nel “potere religioso” che detenevano, lo combatterono fino alla condanna a morte per sopprimere gli “evidenti” motivi di credibilità in Suo favore, e non perdere il “potere” («Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui”. […] Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo», [Gv 11,47-48.53]).

Ma tutto questo – al di là della libertà e della responsabilità dei singoli (che solo Dio conosce e noi non possiamo né dobbiamo indagare), ciascuno dei quali è stato chiamato a rispondere direttamente a Dio – era stato previsto e la Passione, la Morte in Croce di Gesù, come abbiamo detto in precedenza, era la modalità scelta da Dio stesso per “riparare” la “giustizia originale” infranta dal genere umano.

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  1. Chi è responsabile della morte di Gesù? (595-598)

La Passione e la Morte di Gesù non possono essere imputate indistinta- mente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

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Questo numero precisa quanto detto nel numero precedente. La vera causa (“causa remota”) della condanna a morte di Gesù Cristo è il “peccato originale” insieme a tutti i “peccati attuali” di tutti gli uomini («Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore»), che Egli ha preso su di Sé assumendo il peso della condanna per tutte le loro colpe, al loro posto (“sostituzione vicaria”). Ciò non toglie nulla alle responsabilità personali degli accusatori contemporanei di Gesù che, piuttosto, si aggiungono, come “cause prossime” della Sua morte. Ma, come si è detto, di queste solo Dio è l’intimo conoscitore e giudice.

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  1. Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio? (599-605; 619)

Per riconciliare con Sé tutti gli uomini votati alla morte a causa del peccato, Dio ha preso l’iniziativa amorevole di mandare Suo Figlio perché si consegnasse alla morte per i peccatori. Annunciata nell’Antico Testamento, in particolare come sacrificio del Servo sofferente, la Morte di Gesù avvenne «secondo le Scritture».

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Questo numero si limita descrivere il fatto che la Redenzione è avvenuta ad opera del Verbo, cha ha assunto nella Sua Persona la natura umana nell’uomo Gesù. Così era previsto dal piano di Salvezza rivelato nella Scrittura, fino dall’Antico Testamento e preannunciato dai profeti.

Tale piano ha previsto, come modalità di attuazione, la Passione e la Morte di Gesù e, infine la Sua Risurrezione. Nulla viene detto sul “motivo” di un tale modo di procedere per realizzare il piano della Salvezza, lasciando intendere che si tratta di una “libera scelta” della Volontà divina. E noi, che non siamo Dio, non abbiamo né il diritto, né la capacità di contestarla, né di proporne una diversa, ma da questa abbiamo il dovere e il bisogno di imparare.

La teologia potrà solo individuare, alla luce di una riflessione razionale illuminata dalla fede, dei “motivi di convenienza” che aiutano a comprendere, a livello umano, le ragioni di una simile modalità. Abbiamo già più volte parlato del “peccato” come “perdita della giustizia originale” e della “riparazione” di tale giustizia, attraverso la quale essa viene resa nuovamente accessibile all’uomo.

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  1. In quale modo Cristo ha offerto se stesso al Padre? (606-609; 620)

Tutta la vita di Cristo è libera offerta al Padre per compiere il Suo disegno di Salvezza. Egli dà «la Sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45) e in tal modo riconcilia con Dio tutta l’umanità. La Sua sofferenza e la Sua morte manifestano come la Sua umanità sia lo strumento libero e perfetto dell’Amore divino che vuole la Salvezza di tutti gli uomini.

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L’idea del “riscatto”, quasi un “prezzo” (quasi quoddam pretium, secondo la dizione riportata da san Tommaso, in Summa Theol., III, q. 48, a. 4 co) sborsato per “ripagare” con una sorta di “indennizzo”, l’atto di ingiustizia inferto a Dio Creatore, fa rudemente riferimento all’immagine del “risarcimento in denaro” per dare il senso della concretezza, del realismo con il quale si deve pensare alla Redenzione e alla Salvezza. L’umanità di Gesù (natura umana assunta dal Verbo) viene vista come lo “strumento” libero e perfetto dell’Amore divino che vuole la Salvezza di tutti gli uomini. Gesù stesso fa ricorso più volte al paragone con il denaro (si pensi alla parabola dei talenti [Mt 25,14-30; Lc 19,12-27]), per far percepire anche ai più “materiali” dei Suoi uditori, la concretezza di ciò che sta compiendo. Sui soldi tutti sono sensibili…

 

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