Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

Pilato e Gesù

 

Puntata n. 29 (nn. 111-114)

  1. Come avviene l’entrata messianica a Gerusalemme? (557-560; 569-570)

Nel tempo stabilito Gesù decide di salire a Gerusalemme per soffrire la Sua Passione, morire e risuscitare. Come Re Messia che manifesta la venuta del Regno, Egli entra nella Sua città sul dorso di un asino. È accolto dai piccoli, la cui acclamazione è ripresa nel Sanctus eucaristico: «Benedetto Colui che viene nel Nome del Signore! Osanna (salvaci)» (Mt 21,9), La liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa con la celebrazione di questa entrata a Gerusalemme.

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Prima di entrare nei “Misteri” della vita di Cristo che riguardano la Passione, si conclude questa sezione sulla vita “pubblica” di Gesù, parlando del Suo ingresso in Gerusalemme, che i Vangeli descrivono come “regale” e “trionfale”.

La scelta dell’“asino” denota, secondo l’uso del tempo, una cavalcatura principesca e dalla dignità regale. I mantelli stesi lungo il percorso, i rami di palma e d’ulivo, l’acclamazione del popolo che, nella liturgia viene ripresa con il Prefazio e il canto del Sanctus, hanno un significato “simbolico” oltre che reale, a conferma delle profezie dell’Antico Testamento e della dignità di Messia Salvatore, atteso nei secoli, riconosciuta a Gesù («Ecco, a te viene il tuo Re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina», Zac 9,9).

La liturgia, poi, dà un risalto centrale a questo ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, anteponendo alla celebrazione della Messa della Passione, il rito della benedizione dell’ulivo con la processione di ingresso nella chiesa, introdotta dalle parole: «Imitiamo, fratelli carissimi, le folle di Gerusalemme, che acclamavano Gesù, Re e Signore, e avviamoci in pace» (Messale Romano).

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GESÙ CRISTO PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO

  1. Qual è l’importanza del Mistero pasquale di Gesù? (571-573)

Il Mistero pasquale di Gesù, che comprende la Sua Passione, Morte, Ri- surrezione e Glorificazione, è al centro della fede cristiana, perché il disegno salvifico di Dio si è compiuto una volta per tutte con la Morte Redentrice del Suo Figlio, Gesù Cristo.

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Il Catechismo si limita a registrare il dato presente nei Vangeli, profetizzato nell’Antico Testamento (si pensi alla figura del “servo di Jahvè”) della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, come “metodo” per realizzare la Salvezza del genere umano, riaprendo la via di accesso alla Grazia, senza altre spiegazioni. Il tutto appare “misterioso”, strano e quasi incomprensibile: non poteva Dio scegliere un modo meno cruento? Perché proprio la condanna a morte dell’Innocente per eccellenza, e la morte più infamante concepibile all’epoca: quella della Croce?

Da un lato occorre “lasciare a Dio” la libertà di scegliere il modo di attuare la Salvezza e di rivelarci solo ciò che Egli ha ritenuto necessario per noi conoscere, e noi non possiamo che rispettare il “Mistero”.

Da un altro lato i teologi, soprattutto i medievali e, in particolare san Tommaso d’Aquino, cercheranno di offrire delle “ragioni di convenienza” per spiegare – avendo come base san Paolo e i Padri – il perché della condanna a morte, come “metodo” della Redenzione, mediante la Passione e la Morte in Croce.

– Tutto parte dalla comprensione del “peccato originale” – al di là del genere letterario mitico del libro della Genesi (cap. 3) – come “perdita della giustizia originale” (defectus originalis iustitiae)

– per una “colpevole” scelta del genere umano, impersonato interamente dai progenitori

– una “colpa” (“reato”) che dal punto di vista della “giustizia” (qui si vede emergere in certo modo emergere anche il “diritto romano”) richiedeva di essere “espiato” mediante una “pena” adeguata al grado di dignità dell’offeso

– essendo Dio, l’offeso, la cui dignità è infinita, occorreva che il “riparatore” fosse di pari dignità e solo Dio può esserlo. E doveva esercitare un potere infinito, come solo Dio può fare, per riparare un’offesa infinita. Questo richiede che il Redentore sia “vero Dio”

– al tempo stesso, essendo il colpevole l’uomo, il Redentore, il condannato, che doveva espiare e riparare, doveva essere “vero uomo”

– solo Cristo, “vero uomo” e “vero Dio” aveva entrambe le caratteristiche

– Così solo Lui poteva e doveva prendere su di Sé tutte le colpe (“peccati”) di tutti gli uomini, nessuno escluso, perché nessuno potesse dire: per me non c’è salvezza perché la mia colpa è troppo grande

– e prendere su di Sé la forma di condanna e di morte più infamante, così che nessuno potesse dire: la mia sofferenza è peggiore e non può essere sanata.

San Tommaso aggiunge che questa modalità fu l’espressione dell’amore (“carità”) infinito di Dio (Cristo) per l’uomo, come Gesù stesso aveva detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). E aggiunge che sarebbe bastata «una sola goccia» («Cuius “una stilla” salvum facere totum mundum quit ab omni scelere» [Adoro Te devote]) del Suo Sangue a salvare l’umanità. L’effusione di tutto il Suo Sangue dice la sovrabbondanza con la quale Cristo ha amato quell’umanità la cui natura Egli, il Verbo, aveva indissolubilmente unito a Sé.

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  1. Con quali accuse Gesù è stato condannato? (574-576)

Alcuni capi d’Israele accusarono Gesù di agire contro la Legge, contro il Tempio di Gerusalemme, e in particolare contro la fede nel Dio unico, perché Egli si proclamava Figlio di Dio. Per questo lo consegnarono a Pilato, perché lo condannasse a morte.

Questo numero si spiega in se stesso, limitandosi a riferire quanto si legge nei Vangeli. La frase di Gesù: «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19) viene strumentalmente interpretata dai membri del Sinedrio come un’offesa a Dio e al Tempio, meritevole della pena di morte («Gli dissero allora i Giudei: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”», Gv 2,20). Non c’è da meravigliarsi perché le condanne strumentali e ideologiche ci sono sempre state e ci sono anche oggi!

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  1. Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele? (577-582; 592)

Gesù non ha abolito la Legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma l’ha portata a compimento dandone l’interpretazione definitiva. È il Legislatore divino che esegue integralmente questa Legge. Inoltre egli, il Servo fedele, offre con la Sua morte espiatrice il solo sacrificio capace di redimere tutte «le colpe commesse dagli uomini sotto la prima Alleanza» (Eb 9,15).

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Questo numero è particolarmente importante, oggi, in quanto in esso si precisa, fondandosi sui Vangeli, che nel Suo insegnamento e nel Suo agire, Gesù non ha abolito la Legge: quella che nel nostro linguaggio chiamiamo la “legge naturale”, che si riassume nella sua essenza nei Dieci Comandamenti, ma le ha dato pieno compimento e l’ha elevata perfezionandola, in modo da renderla pienamente conforme alla “giustizia originale”, che Egli è venuto a rendere nuovamente accessibile («Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento», Mt 5,17).

Da tempo si sostiene, fraintendendo san Paolo, in non pochi ambienti, che la Legge di Mosé (i Comandamenti) è stata sostituita dalla Legge dell’Amore, legittimando, di fatto, con questa formula, l’abolizione del concetto stesso di “peccato”, eliminando progressivamente la distinzione tra bene e male in senso “oggettivo”, relativizzandola in nome della “morale della situazione”.

Ma l’Apostolo Paolo ha scritto: «Il precetto: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Rm 13,9). Chi ama Dio e il prossimo si attiene ai Comandamenti che, nell’amore vengono rispettati non legalisticamente, ma con una piena e affezionata comprensione del loro valore per la verità della vita dell’uomo. E non vengono certo aboliti o sostituiti da un sentimento vago al quale si dà abusivamente il nome di “amore”.

 

 

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