Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

maschio e femmina Dio
Adamo ed Eva davanti a Dio, ca 1350, di Guariento (1338, ca 1367), affresco, Cappella Carrarese, Galilean Academy of Arts and Sciences, previously Patavina, Padova, Veneto. Italia

 

Puntata n. 20 (nn. 71-74)

  1. Quale relazione Dio ha posto tra l’uomo e la donna? (369-373; 383)

L’uomo e la donna sono stati creati da Dio in uguale dignità in quanto persone umane e, nello stesso tempo, in una reciproca complementarità, essendo maschio e femmina. Dio li ha voluti l’uno per l’altro, per una comunione di persone. Insieme sono anche chiamati a trasmettere la vita umana, formando nel matrimonio «una sola carne» (Gen 2,24), e a dominare la terra come «amministratori» di Dio.

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L’antropologia biblica, sulla quale si basa il contenuto dottrinale di questo numero, rivelata nei due racconti del libro della Genesi che riguardano la creazione dell’uomo, prevede due caratteristiche fondamentali dell’essere umano, in quanto creato ad “immagine” e “somiglianza” di Dio (Gen 1,26).

(a) Anzitutto, per tutti i singoli individui del genere umano, il dato di essere dotati, per natura, di uguale dignità, in quanto persone umane

(b) e contemporaneamente, la natura comunionale della creatura umana: come Dio-Trinità è una comunione di Persone, analogamente l’essere umano è creato come comunione di persone, come maschio e femmina, come famiglia. Da questo deriva la natura indissolubile del matrimonio, alla quale Gesù farà riferimento quando verrà interrogato in merito alla questione del divorzio («All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto», Mc 10,6-9).

Questo è uno dei “principi non negoziabili” (come sono stati chiamati da Benedetto XVI) sulla base dei quali la Chiesa è chiamata a sfidare culturalmente il mondo. Provate a costruire la società degli uomini negando questo principio e finirete per rendere la vita delle persone e dell’intera società sempre meno vivibile. Indipendentemente dal fatto che si sia credenti o meno, questo è un dato di fatto, un “dato di natura”. Su questa base va rilanciata la sfida della “legge naturale” e del “diritto naturale”. Non come una “nostalgia apologetica”, ma come una “legge scientifica” che governa l’umanità, come una “questione antropologica”.

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  1. Qual era la condizione originaria dell’uomo secondo il progetto di Dio? (374-379; 384)

Dio, creando l’uomo e la donna, aveva loro donato una speciale partecipazione alla propria vita divina, in santità e giustizia. Nel progetto di Dio l’uomo non avrebbe dovuto né soffrire né morire. Inoltre, regnava un’armonia perfetta nell’uomo in se stesso, tra creatura e Creatore, tra uomo e donna, come pure tra la prima coppia umana e tutta la creazione.

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Questo numero parla della “condizione originaria” dell’uomo, che godeva di quelli che tradizionalmente venivano chiamati “doni preternaturali”, come l’immortalità, l’essere immune dalla sofferenza (nel progetto di Dio l’uomo non avrebbe dovuto né soffrire né morire), vivere in armonia con sé stesso, nella coppia e con tutta la creazione (regnava un’armonia perfetta nell’uomo in se stesso, tra creatura e Creatore, tra uomo e donna, come pure tra la prima coppia umana e tutta la creazione).

Verosimilmente l’uomo, essendo dotato di un corpo materiale, cioè composto di parti (quindi non perfettamente semplice) sarebbe stato soggetto a mutare fino a disgregarsi, come avviene a tutti i corpi composti. Le piante e gli animali erano destinati a disgregarsi, a nascere e a morire. Da questa legge naturale di trasformazione della materia, l’uomo era stato esentato per un dono di Dio, in ragione dell’immortalità della sua anima, andando “oltre” le normali possibilità della natura (praeter naturam).

Non solo, ma gli esseri umani erano creati in “stato di grazia”, cioè Dio aveva loro donato una speciale partecipazione alla propria vita divina. Essi erano inseriti in una “familiarità” con la Trinità. La Grazia, per definizione è una forma di partecipazione alla vita stessa di Dio. Come vedremo più avanti, al n. 423: «La Grazia è il dono gratuito che Dio ci dà per renderci partecipi della Sua vita trinitaria».

Con il “peccato originale” l’umanità, sceglierà, nei progenitori, liberamente di rinunciare a tutto questo (sia alla Grazia che ai doni preternaturali), illudendosi, su suggerimento di Satana – che per primo aveva compiuto la stessa scelta – di poter stabilire autonomamente il “giusto modo di vivere”, in alternativa alla “giustizia originale”.

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LA CADUTA

  1. Come si comprende la realtà del peccato? (385-389)

Nella storia dell’uomo è presente il peccato. Tale realtà si chiarisce pienamente soltanto alla luce della Rivelazione divina, e soprattutto alla luce di Cristo Salvatore di tutti, che ha fatto sovrabbondare la Grazia proprio là dove è abbondato il peccato.

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I numeri dal 73 al 78 parlano del “peccato originale”. Si tratta di una delle questioni più censurate e rimosse dalla cultura contemporanea e, quasi sempre, anche dalla predicazione e dalla formazione cristiana di questi ultimi decenni. Una censura dovuta ad un’“ideologia” antropocentrica che considera il rapporto dell’uomo con Dio Creatore – e di conseguenza con Cristo – come secondario e irrilevante. Non a caso Benedetto XVI, in una conversazione privata con papa Francesco e da quest’ultimo riferita, affermava che «Questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore» (Udienza generale del 3 agosto 2016).

Si tratta di un’ideologia che deriva anche da una precedente comprensione infantile, riduttiva, del tutto inadeguata del racconto biblico di Gen 3. Quest’ultimo, infatti, descrive il peccato originale secondo un genere letterario mitico-simbolico che richiede un’adeguata preparazione per essere pienamente compreso nel suo reale contenuto, in tutta la sua portata antropologica e culturale.

Ma nel corso dei secoli la riflessione teologica dei Padri della Chiesa e dei teologi medievali, in particolare, ci ha offerto l’adeguata comprensione del passo scritturistico.

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  1. Che cos’è la caduta degli Angeli? (391-395; 414)

Con tale espressione si indica che Satana e gli altri demoni, di cui parlano la Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa, da Angeli creati buoni da Dio, si sono trasformati in malvagi, perché, con libera e irrevocabile scelta, hanno rifiutato Dio e il Suo Regno, dando così origine all’Inferno. Essi tentano di associare l’uomo alla loro ribellione contro Dio; ma Dio afferma in Cristo la Sua sicura vittoria sul Maligno.

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Questo numero parla del “peccato originale degli Angeli” del quale abbiamo notizie nella Scrittura e nella Tradizione.

– Nell’Antico Testamento, racconti di genere letterario simbolico e allegorico alludono a Satana, come creatura spirituale – angelo – che, per orgoglio, ha rifiutato la “giustizia originale” nel rapporto con Dio Creatore, presumendo di rendersi totalmente autonomo da Lui; e ad altri angeli che ne hanno seguito la libera scelta. Ne è conseguita per loro quella “perenne privazione della visione di Dio”, che Gesù nel Vangelo chiama “Inferno”.

Il demonio figura fin dal libro della Genesi come una “creatura” (non, dunque, una sorta di “dio del male”, come riteneva l’eresia manichea) nel ruolo del “tentatore”, sotto la forma simbolica del serpente («Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”», Gen 3,1; «e diventereste come Dio», Gen 3,25).

Nel libro del profeta Isaia: «Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? […] Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, […] mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!» (Is 14,12-15).

– Nel Nuovo Testamento il demonio viene definito da Gesù stesso come «padre della menzogna» e «omicida fin dal principio» (Gv 8,44); nella prima lettera di Pietro, come «Il vostro nemico, il diavolo, [che] come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8); nella prima lettera di san Giovanni come «peccatore fin dal principio» (1Gv 3,8);

nell’Apocalisse, viene citato numerose volte e qualificato come «il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra» (Ap 12,9).

Passi, questi (ed altri ancora) che sono stati sufficienti per il consolidarsi della dottrina sul demonio, gli altri angeli suoi seguaci e l’Inferno, realtà alla quale si riferiscono le parole stesse di Gesù nel Vangelo: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41).

La Tradizione ne ha dedotto che:

– Il demonio, o diavolo, i cui nomi propri attribuitigli anche da Cristo, sono:

= Satana («Gesù gli rispose: “Vattene, satana!”, Mt 4,10);

= Beelzebù («Se io scaccio i demoni in nome di Beelzebù, i vostri figli in nome di chi li scacciano?», Mt 12,27)

= Principe di questo mondo («ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori», Gv 12,31);

è una “creatura”, un “puro spirito”, un “angelo” che ha commesso il “peccato originale”, scegliendo di rompere il “giusto rapporto” con Dio Creatore;

= è il “tentatore” del genere umano (coincidente con la prima coppia dei progenitori) che ha indotto a seguirlo nella rottura della “giustizia originale” nel rapporto con Dio Creatore;

= che l’“Inferno” è la condizione nella quale si è privati eternamente dall’esperienza della presenza di Dio. Il demonio ha il ricordo ben chiaro di Dio, per averlo conosciuto in precedenza e, quindi, crede in Lui per la fiducia accordata alla propria memoria. Per questo san Giacomo potrà dire che i demoni hanno la fede, ma senza la Grazia e la carità («Anche i demoni lo credono e tremano!», Gc 2,19). Credono in Dio perché si ricordano di Lui che hanno conosciuto prima del peccato, essendosi poi liberamente privati di Lui con il peccato.

 



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