Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica
(Alberto Strumia)
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 3 – La vita in Cristo e la Preghiera, Amazon 2023. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube https://www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
(AVVISO: Con questa puntata si conclude il ciclo di lezioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica)
Puntata n. 132 (nn. 591-598)
- Perché domandare: «Sia fatta la Tua Volontà come in Cielo così in terra»? (2822-2827 2860)
La volontà del Padre è che «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,3). Per questo Gesù è venuto: per compiere perfettamente la Volontà salvifica del Padre. Noi preghiamo Dio Padre di unire la nostra volontà a quella del Figlio Suo, sull’esempio di Maria Santissima e dei Santi. Domandiamo che il Suo disegno benevolo si realizzi pienamente sulla terra come già nel cielo. È mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la «costanza per compierla» (Eb 10,36).
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Qui si parla del modo più perfetto, utile e costruttivo. con cui una creatura umana può servirsi della propria libertà. È quello di domandare di essere messi in grado di scegliere secondo la Volontà di Dio. Dio “delega” alla nostra libera volontà, una parte della Sua Volontà, perché noi, scegliendo di fare la Sua Volontà, ne abbiamo il giusto beneficio, già da ora sulla terra. E insieme ci prepariamo a godere della partecipazione alla Vita di Dio, nell’Eternità.
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- Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (2828-2834 2861)
Chiedendo a Dio, con l’abbandono fiducioso dei figli, il nutrimento quotidiano necessario a tutti per la propria sussistenza, riconosciamo quanto Dio nostro Padre sia buono al di là di ogni bontà. Domandiamo anche la grazia di saper agire perché la giustizia e la condivisione permettano all’abbondanza degli uni di sopperire ai bisogni degli altri.
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Inizia, a partire da questo numero, la spiegazione delle sette domande che riguardano le necessità di ciascuno di noi in relazione alla presente vita quotidiana.
La prima necessità è quella di alimentare il corpo. In questa domanda possiamo intendere incluso non solo il cibo, ma tutto quanto serve per mantenerlo e sostenerlo in salute e in condizioni umanamente dignitose. Il plurale dacci – “al presente” nella formulazione della preghiera – lascia intendere che il “soggetto” che rivolge la domanda al Padre, è un soggetto “plurale” e non isolatamente “singolare”. In questo viene incluso l’amore per il prossimo che chiede che la giustizia e la condivisione permettano all’abbondanza degli uni di sopperire ai bisogni degli altri.
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- Qual è il senso specificamente cristiano di questa domanda? (2835-2837 2861)
Poiché «l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4), questa domanda riguarda ugualmente la fame della Parola di Dio e quella del Corpo di Cristo ricevuto nell’Eucaristia, come pure la fame dello Spirito Santo. Noi lo domandiamo con una confidenza assoluta, per oggi, l’oggi di Dio, e questo ci viene dato soprattutto nell’Eucaristia, che anticipa il banchetto del Regno che verrà.
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Poi si aggiunge, in sintonia con l’esplicito insegnamento di Cristo, di riferire sempre ogni aspetto ed esigenza della vita normale di ogni giorno (il pane quotidiano) alla Rivelazione, alla Dottrina di Cristo, per avere ben presente che «l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
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- Perché diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»? (2838-2839 2862)
Chiedendo a Dio Padre di perdonarci, ci riconosciamo peccatori dinanzi a Lui. Ma confessiamo al tempo stesso la Sua misericordia, perché, nel Figlio Suo e attraverso i Sacramenti, «riceviamo la redenzione, la remissione dei peccati» (Col 1,14). La nostra domanda, tuttavia, verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo a nostra volta perdonato.
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La domanda di essere perdonati, per avere una risposta efficace, richiede il “pentimento sincero”, cioè la consapevole presa d’atto di essersi allontanati dal “modo giusto” di rapportarci con Dio Creatore, con Dio Padre. Così come la presa d’atto del “pentimento sincero” di chi ci ha fatto del male, perché si è allontanato dal “modo giusto” di rapportarsi con Dio Creatore, richiede a noi di perdonarlo come Dio lo Padre lo ha perdonato. Non tocca a noi sapere se il pentimento altrui è stato interiormente sincero, perché questo solo Dio può saperlo, ma a noi tocca la disponibilità a perdonare chi si mostra pentito.
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- Com’è possibile il perdono? (2840-2845 2862)
La misericordia penetra nel nostro cuore solo se noi pure sappiamo perdonare, persino ai nostri nemici. Ora, anche se per l’uomo sembra impossibile soddisfare a questa esigenza, il cuore che si offre allo Spirito Santo può, come Cristo, amare fino all’estremo della carità, tramutare la ferita in compassione, trasformare l’offesa in intercessione. Il perdono partecipa della misericordia divina ed è un vertice della preghiera cristiana.
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La chiave per comprendere questo numero sul perdono è racchiusa nell’ultima frase: Il perdono partecipa della misericordia divina ed è un vertice della preghiera cristiana. Noi possiamo “partecipare” della volontà di Dio di “ricostruire” (è il “perdono”) la “giustizia infranta” nei Suoi come nei nostri confronti (è il “peccato”). Noi ci ricollochiamo nel “giusto modo” di guardare l’altro (peccatore pentito), come lui viene ricollocato da Dio nel “giusto modo” di guardare a noi, essendo stato ricollocato nel “giusto modo” di rapportarsi con Dio.
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- Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»? (2846- 2849 2863)
Noi domandiamo a Dio Padre di non lasciarci soli e in balia della tentazione. Domandiamo allo Spirito di saper discernere, da una parte, fra la prova che fa crescere nel bene e la tentazione che conduce al peccato e alla morte, e, dall’altra, fra essere tentati e consentire alla tentazione. Questa domanda ci unisce a Gesù che ha vinto la tentazione con la sua preghiera. Essa sollecita la grazia della vigilanza e della perseveranza finale.
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La domanda «Non ci indurre in tentazione»:
– non significa propriamente di non essere abbandonati (“oggettivamente”) perché Dio non abbandona che lo invoca sinceramente;
– quanto di non sentirsi abbandonati (“soggettivamente”).
– Ma soprattutto significa di non permettere di essere messi alla prova dal “tentatore” (Satana) in modo superiore alle nostre possibilità di respingerlo («Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla», 1Cor 10,13).
La prova è necessaria per irrobustire la solidità della fede e la Grazia per affrontarla con esito positivo non viene negata a chi la domanda sinceramente. Fosse anche dopo una caduta, recuperando lo stato di Grazia attraverso il Sacramento della Penitenza.
Quanto alla cosiddetta “traduzione” del Padre Nostro che introduce l’espressione «non abbandonarci alla tentazione», va evidenziato che non si tratta, propriamente di una “traduzione” (non corrispondendo alla lettera del testo Greco, né della Vulgata latina, quanto di un’“interpretazione” dall’accento marcatamente soggettivistico.
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- Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»? (2850-2854 2864)
Il Male indica la persona di Satana, che si oppone a Dio e che è «il seduttore di tutta la terra» (Ap 12,9). La vittoria sul diavolo è già conseguita da Cristo. Ma noi preghiamo affinché la famiglia umana sia liberata da Satana e dalle sue opere. Domandiamo anche il dono prezioso della pace e la grazia dell’attesa perseverante della venuta di Cristo, che ci libererà definitivamente dal Maligno.
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Questo numero opera la precisazione tutt’altro che scontata che il Male è personificato: è Satana, il Maligno cioè colui che orienta e spinge ad allontanarsi dal Bene (in questo sta il male). Occorre puntualizzare che in Greco, come in latino con le stesso termine (πoνηρo ́ς, malus) si designa sia il male “in astratto”, che il maligno “come persona”. E qui il riferimento a Satana, come il male come persona, è evidente. Per cui se si fosse voluto, effettivamente migliorare la traduzione del Padre Nostro sarebbe stato più opportuno sostituire la dizione «liberaci dal male» con «liberaci dal Maligno», essendo questa sì, una traduzione più fedele.
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- Cosa significa l’Amen finale? (2855-2856 2865)
«Al termine della preghiera, tu dici: Amen, sottoscrivendo con l’Amen, che significa “Così sia”, tutto ciò che è contenuto nella preghiera, insegnata da Dio» (san Cirillo di Gerusalemme).
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L’Amen al termine di ogni preghiera è l’atto di sottoscrizione mediante una professione di fede da parte dell’orante.




















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