Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 – Il Credo, Amazon 2021. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

Dio creatore del mondo

 

Puntata n. 10 (nn. 36-40)

«IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»

  1. Perché la professione di fede inizia con: «Io credo in Dio»? (198-199)

Perché l’affermazione «Io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull’uomo e sul mondo, e di tutta la vita di ogni credente in Lui.

Dopo le necessarie premesse che hanno introdotto i “fondamenti” che sono all’origine della fede cristiana cattolica, parlando delle “fonti” dalle quali trarre il suo “oggetto” (ciò che viene proposto da credere):

(a) Dio come “soggetto” della Rivelazione;

(b) La sacra Scrittura e la Tradizione come “veicoli” e della Rivelazione;

(c) Il Magistero come “interprete” autorevole e “garante” dell’autentica interpretazione;

il Catechismo è passato a trattare della “fede” e del suo “soggetto” – l’uomo – parlando:

(a) prima di tutto dell’“atto” e della “virtù” della fede;

(b) e ora del “contenuto” della “dottrina” della fede, racchiusa nell’insegnamento della Scrittura, che ha avuto il suo “compimento” nell’insegnamento di Cristo («non son venuto per abolire, ma per dare compimento», Mt 5,17), così come è sintetizzato negli articoli della “professione di fede”, il “Credo” o “Simbolo”.

Inizia con questo numero l’esame delle singole affermazioni (“articoli”) che vengono formulate dal “Simbolo” e prosegue per i numeri seguenti, fino ad averle esaminate singolarmente tutte.

Pronunciando (“professando”) il “primo articolo”, il Battezzato dichiara, innanzitutto di “credere in Dio”, intendendo con questo, non solo di riconoscere con la sua intelligenza (“ragione”), che deve esistere un principio causale di tutto ciò che esiste e che alcuni sono in grado di dimostrarlo, ma di riconoscere con la fede, che l’esistenza di Dio è stata anche rivelata da Dio stesso, all’umanità, come attestano le Scritture, le testimonianze, la Tradizione, gli appartenenti alla Chiesa cattolica.

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  1. Perché professiamo un solo Dio? (200-202; 228)

Perché egli si è rivelato al popolo d’Israele come l’Unico, quando disse: «Ascolta, Israele, il Signore è uno solo» (Dt 6,4), «non ce n’è altri» (Is 45,22). Gesù stesso l’ha confermato: Dio è «l’unico Signore» (Mc 12,29). Professare che Gesù e lo Spirito Santo sono anch’essi Dio e Signore non introduce alcuna divisione nel Dio Uno.

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Il “Simbolo” ci fa precisare, in particolare, di credere in “un solo Dio”. Anche la sola ragione, correttamente usata, permette di conoscere che se c’è un fondamento causale di tutta la realtà, questo non può che essere “unico”: Se ce ne fossero due (o più), il primo di essi non potrebbe essere la causa del secondo, altrimenti quest’ultimo sarebbe causato dal primo e non sarebbe più l’origine di tutto. E allora neppure il primo sarebbe il fondamento di tutto, non essendolo per il secondo. Questo dal punto di vista della sola nostra intelligenza. Ma il “Credo” ci fa dire che, noi lo affermiamo non solo perché lo comprendiamo con la ragione, ma anche e soprattutto perché è Dio stesso ad essersi rivelato come tale.

Sono di conseguenza incompatibili con la fede cristiana – oltre all’ateismo (Dio non esiste) e all’agnosticismo (non si può sapere se Dio esiste o se non esiste) – tutte le forme di paganesimo politeista (credere in più divinità), tutte le forme di superstizione che attribuiscono caratteri divini a persone e cose che non sono l’unico Dio. Al tempo stesso sono incompatibili con la fede cristiana le religioni non cristiane in quanto propongono da credere in un dio che ha caratteri diversi e incompatibili con quelli rivelati da Dio come viene descritto nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Questi caratteri (“attributi divini”) vengono spiegati nei numeri immediatamente successivi del Compendio.

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  1. Con quale nome Dio si rivela? (203-205; 230-231)

A Mosè Dio si rivela come il Dio vivente, «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6). Allo stesso Mosè Dio rivela il suo nome misterioso: «Io Sono Colui che Sono (YHWH)». Il nome ineffabile di Dio già nei tempi dell’Antico Testamento fu sostituito dalla parola Signore. Così nel Nuovo Testamento, Gesù, chiamato Signore, appare come vero Dio.

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Nell’Antico Testamento, il “nome” dato a cose e soprattutto a “persone” equivale, in un certo senso, a ciò che per noi è la “definizione” di qualcosa. Il nome non è semplicemente un “simbolo denotavo” che serve, nell’uso pratico, per non confondere una persona o una cosa con un’altra. Ma ha un valore “esistenziale”, oltre che “linguistico” e “logico”. Dando il nome, Dio assegna alla persona che lo riceve tutte le sue caratteristiche, e il motivo per cui Dio la vuole esistente. Il nome è una “vocazione”, un compito unico per la persona collocata in tutta la creazione.

Così il nome con cui Dio definisce se stesso, rivela l’essenza di Dio, lo autodefinisce presso gli uomini. Per questo il nome YHWH non si poteva neppure pronunciare, per esprimere la superiorità infinita (“trascendenza”) di Dio rispetto alle creature. Esso veniva sostituito con “Signore” (in ebraico Adonai, in greco Kyrios, in latino Dominus), parola che cercava di trascrivere in linguaggio umano il nome divino trascendente.

Il numero successivo spiegherà come vada intesa la formula contenuta nel “nome di Dio” che viene espressa come: «Io sono» nella Rivelazione fissata nel libro dell’Esodo e che, nel Nuovo Testamento, Gesù attribuirà a se stesso, dichiarando il Suo essere Dio («Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “Io Sono”», Gv 8,28»).

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  1. Solo Dio «è»? (212-213)

Mentre le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno, Dio solo è in se stesso la pienezza dell’essere e di ogni perfezione. Egli è «Colui che è», senza origine e senza fine. Gesù rivela che anch’Egli porta il Nome divino: «Io sono» (Gv 8,28).

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Nella formula biblica con la quale Dio “definisce se stesso”, pronunciando il Suo Nome («Io Sono», Es 2,14), la Rivelazione condensa un livello di “informazione” e di conoscenza che riunisce in sé tutto quello che è stato nella storia del pensiero dei secoli passati e sarà oggetto di studio di interi trattati di metafisica, per i secoli cristiani. Ed è tuttora oggetto di studio e di riscoperta anche nell’ambito delle nostre scienze logiche e matematiche. Dire, in terza persona, «Colui che è» significa dire che, per evitare anche solo una contraddizione logica, per poter concepire un’Origine di tutte le origini, una Causa di tutte le cause, un Fine di tutti i fini, ecc., occorre ammettere che tale Origine non sia originata da un’altra origine; che tale Causa non sia effetto di un’altra causa; che tale Fine non sia finalizzato ad un altro fine. Dio è “Ente” in modo diverso da tutti gli altri “enti” (“analogia”). Così come in matematica l’“insieme universale” non può appartenere ad un altro insieme più grande. È una “collezione” di oggetti di “tipo” diverso da tutte le altre “collezioni”, perché non può essere contenuta in una collezione più grande, a differenza di tutte le altre collezioni.

Ciò che gli studiosi hanno compreso con molta applicazione e molte difficoltà, la Rivelazione lo comunica, in un linguaggio semplice, a tutti.

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  1. Perché è importante la rivelazione del nome di Dio? (206-213)

Nel rivelare il suo nome, Dio fa conoscere le ricchezze contenute nel suo mistero ineffabile: Egli solo è, da sempre e per sempre, Colui che trascende il mondo e la storia. È lui che ha fatto il cielo e la terra. È il Dio fedele, sempre vicino al suo popolo per salvarlo. È il santo per eccellenza, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), sempre pronto a perdonare. È l’Essere spirituale, trascendente, onnipotente, eterno, personale, perfetto. È verità e amore.

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In questo numero non ci si limita a valutare l’aspetto “filosofico” e “scientifico” di ciò che è racchiuso nella “definizione” che Dio dà si se stesso, rivelando il Suo Nome («Egli solo è, da sempre e per sempre [Eternità di Dio], Colui che trascende il mondo e la storia [trascendenza di Dio]»). Ma rivela anche – in più – ciò che la sola ragione filosofica e scientifica non possono dedurre dalla sola conoscenza dell’esistenza di Dio e dei Suoi “attributi” (semplicità, unicità, eternità, onnipotenza, onniscienza, bontà infinita, ecc.): e cioè la Sua fedeltà in ordine alla Salvezza («È il Dio fedele, sempre vicino al suo popolo per salvarlo») e la Sua misericordia («ricco di misericordia», Ef 2,4). Così facendo rivela anche all’uomo la spiegazione della sua condizione di contraddizione storica, e la conseguente necessità di essere liberato da questa («per salvarlo»). La Salvezza è necessaria perché l’uomo ha compromesso il “giusto rapporto con Dio Creatore” (“peccato originale”) e non è in grado di riparare da solo il danno che ha fatto.

«Dio è l’essere infinitamente perfetto che è la SS. ma Trinità» (san Toribio di Mogrovejo).

 

 

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