Esposizione e riflessioni sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

(Alberto Strumia)

 

Su richiesta di alcuni lettori interessati abbiamo pensato di rendere disponibile una semplice presentazione, “a puntate”, del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica (ed. del 29-6-2004) facendo seguire ogni numero da qualche spiegazione, che lo renda meglio afferrabile e assimilabile nella sua portata “dottrinale” ed, insieme, “esistenziale” (un tempo si sarebbe detto “spirituale”) così che si dimostri veramente utile per la vita cristiana.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nei tre volumetti: A. Strumia, Libere riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo, vol. 1 – Il Credo, Amazon 2021; vol. 2 – I Sacramenti e la Liturgia, Amazon 2022; vol. 3 – La vita in Cristo e la preghiera, Amazon 2023. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaAS.

 

Signore Dio

 

Puntata n. 1 (nn. 1-5)

Sezione prima: «Io credo» – «Noi crediamo»

  1. Qual è il disegno di Dio per l’uomo? (1-25)

Dio, infinitamente perfetto e beato in sé stesso, per un disegno di pura bontà ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della Sua vita beata. Nella pienezza dei tempi, Dio Padre ha mandato Suo Figlio come Redentore e Salvatore degli uomini caduti nel peccato, convocandoli nella Sua Chiesa e rendendoli figli adottivi per opera dello Spirito Santo ed eredi della Sua eterna beatitudine.

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Il n. 1 Introduce in sintesi, il contenuto di tutta la prima sezione e addirittura di tutto il Catechismo, che dovrà svolgere giustificando, una per una, alla luce della Rivelazione e della teologia, ciascuna delle singole affermazioni (“articoli”) che riguardano:

(a) L’“esistenza” e gli “attributi” di Dio («Dio, infinitamente perfetto e beato in sé stesso» [rifiuto dell’“ateismo”: Dio esiste!]);

(b) La “Creazione” – frutto di una libera scelta di Dio – di tutto ciò che esiste e, in particolare dell’uomo («liberamente creato» e che si “distingue” da Dio [rifiuto del “panteismo”]);

(c) Il “motivo” dell’atto di creare, il “fine”, lo “scopo” della Creazione («per renderlo partecipe della Sua vita beata» [qui entra in gioco la “partecipazione” come modalità di esistenza dell’uomo distinta ma non contrapposta a Dio Creatore; è il motivo che i medievali avevano cercato di esprimere con la formula bonum diffusivum sui: il bene per sua natura tende a comunicarsi]);

(d) La questione del “peccato originale” («degli uomini caduti nel peccato»), cioè della libera scelta (degli Angeli e) degli uomini di interrompere il “giusto rapporto con il Creatore”, rompendo così la “giustizia originale” (amissio, defectus originalis iustitiae);

(e) La“Redenzione”come“riparazione”del“giusto rapporto”tra l’uomo e Dio (“giustizia originale”, iustitia originalis) compiuta da Dio stesso («Redentore e Salvatore degli uomini»);

(f) Anticipazione della Rivelazione della “natura trinitaria” di Dio, Uno in tre Persone («Dio “Padre” ha mandato Suo “Figlio” [… ] per opera dello Spirito Santo»)

(g) La “Chiesa-Sacramento” come “luogo” nel quale si rende “oggettivamente” (con sicurezza e non appena con una percezione soggettiva, psicologica) possibile la “partecipazione”, l’esperienza della recuperata “giustizia nel rapporto con Dio Creatore”;

(h) L’anticipazione della nozione di “Sacramento” e dei “Sacramenti” come “mezzi sicuri” per riaccedere al “giusto rapporto con Dio Creatore” ([iustitia originalis]: «rendendoli figli adottivi fin da ora, ed eredi della Sua eterna beatitudine dopo la risurrezione»).

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Capitolo Primo: L’uomo è «capace» di Dio (30)

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode […]. Ci hai fatto per te e il nostro cuore non ha sosta finché non riposa in te» (sant’Agostino, Confessioni, Libro 1, n. 1).

  1. Perché nell’uomo c’è il desiderio di Dio? (27-30; 44-45)

Dio stesso, creando l’uomo a propria immagine, ha iscritto nel suo cuore il desiderio di vederlo. Anche se tale desiderio è spesso ignorato, Dio non cessa di attirare l’uomo a Sé, perché viva e trovi in Lui quella pienezza di verità e di felicità, che cerca senza posa. Per natura e per vocazione, l’uomo è pertanto un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. Questo intimo e vitale legame con Dio conferisce all’uomo la sua fondamentale dignità.

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Il n. 2 è la descrizione del “senso religioso”: è la ricerca “naturale” di Dio, del senso di tutto, dello scopo della vita.

La “domanda”. Per porsi delle domande come queste non si richiede di avere ancora la “fede” in una “rivelazione”, ma semplicemente di interrogarsi e mettersi a cercare una risposta che vada oltre la superficie delle cose.

La “dipendenza”. L’uomo sperimenta toccandola con mano la sua natura di “creatura”, cioè di “dipendenza causale” da Dio Creatore. («Si dicono “cause” quelle cose dalle quali ne dipendono altre quanto al loro “essere” [esistere, permanere, identità] e/o al loro “divenire”» [mutamento, crescita, vita] (San Tommaso d’Aquino, Commento alla “Fisica”, Libro I, lettura 1, n. 5).

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  1. Come si può conoscere Dio con la sola luce della ragione? (31-36; 46-47)

Partendo dalla creazione, cioè dal mondo e dalla persona umana, l’uomo, con la sola ragione, può con certezza conoscere Dio come origine e fine dell’universo e come sommo bene, verità e bellezza infinita.

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L’affermazione del n. 3 introduce, pur non sviluppandola ancora, la questione delle “modalità” con le quali si può conoscere Dio. La storia del pensiero e, più in particolare, la tradizione cristiana ci documentano che si può conoscere Dio, per quanto sia “Altro” rispetto alle creature (non è materiale, non è limitato, non è direttamente osservabile, ecc.):

– oltre che “per ciò che non è” (teologia “negativa”, apofatica);

– anche “per ciò che è”, come “concetto limite”, come “pienezza”, “totalità” (sommo bene, somma verità, ecc.) di ciò che le creature sono solo parzialmente (teologia “positiva”, analogica).

Questa conoscenza può avere la certezza di una “dimostrazione”. E una conoscenza dimostrativa è ciò che chiamiamo anche oggi “scienza”. L’esistenza di Dio e le sue principali proprietà (“attributi”) sono dimostrabili scientificamente. Ciò è stato negato da tutta la modernità (e in particolare, in ambito cristiano, dal protestantesimo [fideismo: di Dio si può parlare solo a partire dalla Rivelazione e non con l’uso della sola ragione]), ma oggi le scienze si stanno riavvicinando a riscoprire ciò che era stato negato. E a farlo sono le “scienze dure”, come la matematica, la logica, la fisica e la biologia, più ancora delle cosiddette “scienze umane”. Le scoperte più interessanti, in tal senso, si presentano sotto forma di “teoremi” e non appena di riflessioni devote degli scienziati credenti. È un dato tipico del nostro tempo che, paradossalmente, oggi si riesce più spesso a parlare e intendersi meglio, su questi temi, con gli ingeneri e gli scienziati piuttosto che con i filosofi e i teologi!

Si tratta di un’affermazione che si basa, sia sulla Rivelazione stessa («Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore», Sap 13,5), che sulla ragione.

In questo senso il mondo creato, che noi osserviamo con i nostri sensi e gli scienziati studiano scientificamente, è una sorta di “rivelazione” esso stesso, nel senso che “parla” del Creatore, ne presuppone l’esistenza per essere pienamente compreso e spiegato. Oggi si parla perciò della Creazione come di una sorta di “rivelazione cosmica”.

Il numero successivo (n. 4) spiegherà questi due modi attraverso i quali l’uomo può arrivare alla conoscenza di Dio Creatore, elaborando così una “via negativa” (“apofatica”) che si concentra su ciò che Dio “non è” e, quindi, sulla Sua “indicibilità” (sviluppatasi soprattutto nella tradizione dell’Oriente cristiano, nel mondo greco e russo). E una “via positiva”(“catafatica”) che si concentra su ciò che Dio “è” e, quindi, su ciò che di Lui si può dire, per “analogia”, anche con il nostro linguaggio umano (sviluppatasi soprattutto nella tradizione del mondo occidentale latino).

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  1. Basta la sola luce della ragione per conoscere il mistero di Dio? (37- 38)

L’uomo, nel conoscere Dio con la sola luce della ragione, incontra molte difficoltà. Inoltre, non può entrare da solo nell’intimità del mistero divino. Per questo, Dio l’ha voluto illuminare con la Sua Rivelazione non solo su verità che superano la comprensione umana, ma anche su verità religiose e morali, che, pur accessibili di per sé alla ragione, possono essere così conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza di errore.

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Il n. 4 spiega che la conoscenza di Dio Creatore, condotta con la sola ragione, senza l’aiuto della Rivelazione da parte di Dio, non è in assoluto impossibile, come viene sostenuto oggi anche da molti credenti (sia perché sono sprovvisti degli strumenti conoscitivi adeguati, che per un pregiudizio ideologico). Ma è difficile, perché richiede un livello di intelligenza e di studio molto elevato, che pochi possono raggiungere. Quindi è possibile “per gli uomini”, ma “non per tutti”. Lo è, di fatto, solo per alcuni: i più dotati e attrezzati tecnicamente. Questo non meraviglia, perché vale anche per tutte le altre discipline: non tutti sono in grado di accedere ai più alti livelli delle diverse scienze, o dell’arte, o della musica, ecc.

San Tommaso lo spiega in un passo della sua Somma teologica, sul quale si basa anche questo numero del Compendio.

«La verità su Dio, investigata con la ragione, è raggiungibile per l’uomo, solo da parte di pochi, e a prezzo di un lungo tempo e insieme a molti errori (I, q. 1, a. 1co [notazione che significa: I parte, questione 1, articolo 1, corpo dell’articolo]).

La Rivelazione, con la quale Dio si comunica esplicitamente e direttamente, rende accessibili, mediante la “fede”, quelle “informazioni” (“verità”) che la maggioranza degli uomini, non sufficientemente attrezzati, non potrebbe altrimenti raggiungere.

Spiega ancora san Tommaso: «Fu necessario, per la Salvezza degli uomini, che vi fosse una qualche dottrina per mezzo di una rivelazione divina, in aggiunta alle discipline filosofiche che sono oggetto della ricerca umana» (I, q. 2, a. 1co).

È importante sottolineare, come qui Tommaso fa un passo in più (lo stesso che abbiamo già visto al n. 1 del Compendio), ed è che questa Rivelazione non è data solamente per soddisfare l’esigenza di “conoscere” la verità, da parte degli uomini, ma soprattutto, per rendere loro accessibile la “Salvezza”.

La “Salvezza” va intesa non come qualcosa di astrattamente al di là della vita “normale” (vita terrena), ma come la “restituzione” (“riparazione”, “ricostruzione”: questo è il vero senso della parola “redenzione”) della “giustizia originale”, del “giusto rapporto” dell’uomo con Dio Creatore. La parola “redenzione” indicava il “riscatto” di uno schiavo, la liberazione di un prigioniero. E quindi la restituzione della dignità di uomo libero. L’uomo prigioniero del suo errore (“peccato originale”) viene liberato e ricostruito, al punto che gli viene dato anche un “posto di lavoro” nella creazione e nella vita cristiana.

Le contraddizioni della nostra vita umana di tutti i giorni, in casa, in famiglia, sul lavoro, nella società, a livello nazionale e internazionale, la malattia, il dolore, la morte, ecc., sono un segnale per l’uomo dell’“ingiustizia” nella sua condizione attuale. Qualcosa è stato perduto di ciò che dovrebbe esserci, per avere un “giusto modo” di esistere. Occorre una “rimessa a posto”, una “riparazione” della condizione umana che restituisca questa “giustizia originale” che verosimilmente è stata perduta.

La Tradizione e con essa la Teologia, fondandosi sulla Rivelazione, chiama questa “perdita” con la formula “peccato originale” e la sua restituzione resa di nuovo accessibile con il sostantivo “Redenzione”. E chiama Cristo con l’appellativo di “Redentore”.

Ai nostri giorni ci si deve arrendere e arrivare a riconoscere “storicamente”, “sperimentalmente”, “scientificamente”, che non c’è una strada diversa, che sia praticabile efficacemente per l’umanità, per organizzare la vita “individuale”, “domestica”, “sociale”, “nazionale”, “internazionale”. Questa è la “sfida culturale” che la Chiesa è chiamata a lanciare nei nostri tempi, come fece nei primi secoli di fronte al mondo greco e romano.

In particolare, nei nostri anni, i pontificati di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono stati improntati interamente a lanciare questa sfida al mondo, identificandola con l’Annuncio di Cristo. Questa è stata la “novità metodologica” da loro introdotta per parlare di Cristo in modo concreto e credibile all’uomo di oggi.

Ho cercato di sviluppare alcuni di questi aspetti nel mio volume La verità di farà liberi. Meditazioni per la Quaresima, la Pasqua e l’Avvento, 2ed. Amazon 2019 (IV parte: “Il peccato contro Dio Creatore nel nostro tempo”).

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  1. Come si può parlare di Dio? (39-43; 48-49)

Si può parlare di Dio, a tutti e con tutti, partendo dalle perfezioni dell’uomo e delle altre creature, le quali sono un riflesso, sia pure limitato, dell’infinita perfezione di Dio. Occorre, tuttavia, purificare continuamente il nostro linguaggio da quanto contiene di immaginoso e imperfetto, ben sapendo che non si potrà mai esprimere pienamente l’infinito mistero di Dio.

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Questo n. 5 fa un accenno alla questione non secondaria del “linguaggio” appropriato per parlare di Dio. Nell’antichità questo problema veniva qualificato come la questione dei “nomi divini”. Come si può “chiamare” Dio, con quali “nomi”, rispettandone la trascendenza sulle creature e allo stesso tempo rendendo comprensibile ed esprimibile, con il linguaggio umano, ciò che Lui stesso ci vuole fare conoscere di se stesso? A questo proposito è necessaria l’“analogia”. “Analogia”, (in “logica” e nella “teoria del linguaggio”) significa che uno stesso “nome” (parola) può essere “detto” (in logica si dice che può essere “predicato”, di un soggetto) secondo diversi “modi”, “significati” che non sono però tra loro disparati (totalmente equivoci), ma hanno qualcosa di “realmente comune”. (Per approfondimenti si può vedere il mio studio Percorsi interdisciplinari della logica, Edusc, Roma 2017, reperibile anche on line).

Gesù stesso ce lo insegna (“rivela”) con il Suo esprimersi in “parabole”, cioè ricorrendo all’“analogia” del linguaggio. Dunque come possiamo parlare correttamente di Dio?

Possiamo usare sia nomi “negativi”, cioè che, “negando i limiti” delle creature, cercano di esprimere la trascendenza del Creatore. Per cui diciamo che Dio è “in-finito”, “im-mortale”, “in-creato”, ecc., dove il prefisso “in” (nel senso di “non”) di ogni nome nega la limitatezza della creatura per potersi riferire alla trascendenza del Creatore, distinguendolo essenzialmente dalla creatura. Questo garantisce da quelle forme di idolatria che, nelle religioni pagane primitive facevano adorare il “creato” in luogo del Creatore, o addirittura identificandolo con il Creatore.

Ma possiamo usare anche nomi “positivi” utilizzati al limite superiore della loro positività (via eminentiae). Così diciamo che Dio è “onni-potente”, “onni-sciente”, “onni-presente”, “bontà infinita”, “sapienza infinita”, “misericordia infinita” (nomi astratti non personali), ecc. Si stabilisce così un’analogia di “attribuzione” o “proporzione semplice” nella quale il nome eccellente è attribuito a Dio come “sommo analogato”, in quanto è causa di tutti gli “analogati secondari” (nelle creature).

Possiamo anche stabilire dei paragoni con alcune “relazioni” naturali che intercorrono tra le creature, nella consapevolezza che quando coinvolgono Dio, tali “relazioni” non si attuano allo stesso modo, ma solo con una certa somiglianza che rimane per noi insondabile. Così è Gesù stesso a spiegarci che Dio è “Padre”, ma non allo stesso modo in cui un uomo è “padre” («Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro», Gv 20,17. Gesù evidenzia la differenza tra il modo in cui Dio è Padre per Lui [mio] e il modo in cui è Padre per gli uomini [vostro]). Si stabilisce, così, nel linguaggio un’analogia di “proporzionalità propria”.

Altri nomi (“concreti”) possono essere attribuiti a Dio solo “metaforicamente”: il “leone di Giuda”, il “sole oriente dall’alto”, il “braccio potente di Dio”, ecc., come modi di dire suggestivi, ma non letteralmente appropriati. La Sacra Scrittura ne fa un largo uso didattico.

 

 

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