Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Culture Catholic. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Con l’ascesa di Donald Trump e dei suoi sostenitori, gli americani hanno familiarizzato con i riferimenti al “Deep State”, quella classe di potenti politici che si ritengono responsabili degli affari della nazione. I decani di questo Deep State possono tollerare cambiamenti nell’equilibrio del potere politico. Sono fiduciosi che se il loro partito verrà estromesso dal governo, torneranno presto al potere. In ogni caso, possono collaborare con il partito avversario, poiché sulle questioni fondamentali le loro ideologie non sono troppo distanti. Ma gli abitanti del Deep State resisteranno con forza a qualsiasi cambiamento radicale nelle politiche. Rappresentano il forte potere inerziale dello status quo.
Esiste uno “Stato profondo” all’interno del Vaticano? In teoria, gli uffici della Curia romana esistono solo per eseguire i desideri del Pontefice romano. Ma ogni burocrazia ha i propri interessi istituzionali, le proprie tendenze all’autoconservazione e all’autoesaltazione. Perché la Curia romana dovrebbe essere diversa?
Negli ultimi due decenni abbiamo assistito agli sforzi concertati di due Pontefici (e ora ne è iniziato un terzo) per riformare le caotiche questioni finanziarie del Vaticano. Questi sforzi hanno incontrato una forte resistenza nella Curia e, ad oggi, tale resistenza ha respinto i cambiamenti significativi che avrebbero garantito trasparenza e responsabilità. Gli stessi tre Papi hanno ripetutamente chiesto un impegno totale nella lotta contro gli abusi clericali, ma la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori continua a lamentare una mancanza di collaborazione. I romani cinici osservano che i Papi vanno e vengono, ma la Curia romana rimane. Non è forse l’equivalente dello Stato profondo?
Ieri ho scritto del potere eccessivo della Segreteria di Stato vaticana. Lo Stato vince ogni importante battaglia interna, con o senza l’approvazione papale. Il defunto cardinale Angelo Sodano, che ha ricoperto la carica di Segretario di Stato dal 1991 al 2006, non ha letteralmente lasciato il suo ufficio per mesi dopo essere stato sostituito da Papa Benedetto XVI, e anche dopo aver finalmente lasciato la sua scrivania, è rimasto un attore influente negli affari vaticani fino alla sua morte nel 2022.
Ora Papa Leone deve affrontare la formidabile sfida di convincere la burocrazia radicata a riflettere le sue priorità. Il primo passo in questo processo, naturalmente, sarà quello di scegliere la propria squadra di leadership.
Quando un Pontefice Sovrano muore (o si dimette), i vertici della Curia Romana cessano di ricoprire le loro cariche (poiché, ancora una volta, servono a discrezione del Papa). Di norma, un Pontefice neoeletto chiede ai prefetti dei dicasteri di riprendere le loro funzioni donec aliter provideatur, cioè a meno che o fino a quando non prenda altre disposizioni. Papa Leone ha confermato tutti i prefetti su questa base il 9 maggio, il giorno dopo la sua elezione.
Ad oggi, Papa Leone non ha sostituito nessun capo di dicastero. La sua unica nomina importante è stata quella dell’arcivescovo Filippo Iannone per ricoprire la carica che lo stesso Papa aveva ricoperto, come prefetto del Dicastero per i Vescovi. (E l’arcivescovo Iannone, cosa significativa, era già al servizio di un membro di alto rango della Curia, come prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi). Né il nuovo Papa si è mostrato energico nell’inserire i propri uomini ai livelli inferiori della burocrazia vaticana. testo L’osservatore del Vaticano Andrea Gaggliarducci osserva: «Leone XIV continua – finora – a lavorare con la struttura che lo ha preceduto, con gli stessi ghostwriter di Papa Francesco». (Se vi stavate chiedendo perché alcune dichiarazioni pubbliche di Papa Leone sembrano essere state fatte da Papa Francesco, ora avete la risposta).
Se esiste un “Stato profondo” in Vaticano, nessun prelato è più centrale nelle sue operazioni del cardinale Kevin Farrell. Scrivendo oggi su The Pillar, Ed Condon richiama l’attenzione sul fatto che il cardinale Farrell non è solo il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. È stato anche scelto da Papa Francesco come camerlengo: il funzionario che supervisiona i beni materiali della Santa Sede durante l’interregno papale. Papa Francesco lo ha poi nominato presidente di una nuova Commissione per le questioni riservate, ovvero il gruppo che custodisce i segreti più importanti del Vaticano. Successivamente, Papa Francesco ha nominato il cardinale Farrell a capo di un Comitato per gli investimenti. Condon conclude: “L’effetto cumulativo di queste nomine ha reso Farrell, in pratica, uno degli uomini meno noti ma più potenti nel regno delle finanze curiali”. Come ho osservato lo scorso novembre, la nomina del cardinale Farrell a tutte queste cariche delicate è quantomeno curiosa, dato che ha una comprovata esperienza nel non notare le indiscrezioni e nel non denunciare gli illeciti. In altre parole, è il custode ideale degli interessi dello status quo burocratico. (del Card. Farrell abbiamo parlato varie volte di lui su questo blog, ndr)
Phil Lawler
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