di dom Giulio Meiattini

 

Dopo aver ascoltato, negli ultimi anni, le ripetute denunce contro la “cultura dello scarto”, adesso nessuno si occupa più dei nuovi scartati. Mi riferisco alle persone che hanno preferito non vaccinarsi, non per capriccio o per paura irrazionale, ma per motivi ragionati, sostenuti da numerosi studi e ricerche e da scienziati di rilievo internazionale. Costoro vengono adesso sempre più ostracizzati e messi all’angolo del dibattito pubblico e della vita sociale. Di questi nuovi scartati quasi nessuno si preoccupa, anche se non commettono nessun reato, non disobbediscono a nessuna legge e hanno dalla loro parte ragioni almeno altrettanto plausibili di chi invece il vaccino lo vuole per sé e lo vorrebbe imporre anche agli altri, per fare della “vaccinazione” (cioè della riduzione allo stato vaccino) un nuovo status di riconoscimento e ammissione sociale.

Ma non voglio qui fare discorsi generali, bensì portare alcuni esempi, tratti dalla mia esperienza personale, per mostrare come questa nuova cultura sanitaria dello scarto e della riduzione delle masse ad allevamento, della società a corral con bestiame marchiato, sia entrata profondamente anche negli ambienti della vita religiosa. In modo del tutto acritico e disinformato. Non farò nomi, racconterò solo alcuni episodi reali che mi sono capitati in prima persona e di recente.

 

A ottobre scorso ho dovuto fare un viaggio piuttosto lungo in auto. Pensavo di fermarmi, nel percorso, in qualche monastero, per diluire almeno in un paio di tappe la lunga marcia. Nel viaggio di andata una piccola comunità monastica maschile mi ha aperto le porte con generosità, per un pernottamento e un paio di pasti, senza chiedermi né se ero vaccinato né se avevo fatto il tampone o avessi il green pass. A questa ospitalità cortese, tuttavia, hanno fatto da pendant altre esperienze di segno diverso.

 

Nel viaggio di ritorno contavo di poter sostare, per una notte, in un monastero femminile al quale mi lega un consolidato rapporto di amicizia. Ho domandato, in anticipo, se avessi potuto essere ospitato per una notte, anche se non ero dotato di green pass. La risposta, gentile ma inequivocabile, è stata la seguente: per decisione comunitaria accettiamo solo ospiti vaccinati o tamponati nelle 48 ore. Inutile dire che le monache di quella comunità sono vaccinate con doppia dose. Evidentemente, l’ospite senza il green pass per loro rappresenta un rischio troppo elevato. Ho preso atto della risposta, che in qualche modo mi aspettavo, e ho telefonato a un altro monastero femminile, in cui più volte ho predicato e nel quale sono, immeritatamente, molto benvoluto e spesso invitato. Anche in questo caso tutte le monache sono rigorosamente vaccinate. Quando ho fatto presente vagamente alla superiora (senza avanzare nessuna richiesta specifica) che da lì a una settimana sarei stato di passaggio a pochissimi chilometri dal monastero, la risposta è stata: “Ma io non posso venire fin lì a salutarti”. Alla mia delicata allusione che, eventualmente, avrei potuto raggiungere io il monastero, la replica all’incirca è stata: “Ma mangi al ristorante?”. Chi ha orecchi intenda, dice il Vangelo. La cosa è finita lì. Anche se dopo qualche giorno mi hanno richiamato dicendosi disposte ad accogliermi, alcuni imprevisti indipendenti dalla loro volontà hanno poi impedito che la cosa andasse in porto. Il sottofondo del dialogo era comunque chiaro: era meglio non insistere, e ho infine deciso che avrei fatto il viaggio di ritorno in unica soluzione di continuità, senza soste intermedie e senza mettere in difficoltà nessuno.

 

Questo è quanto la paura da contagio riesce a produrre anche nei rapporti più forti e fraterni, costruiti nel corso di lunghi anni. La paura dei vaccinati verso i non-vaccinati o comunque la paura dei contatti in genere, anche qualora si sia protetti dallo scudo vaccinale, è riuscita ad erigere solidi muri e a incrinare i più bei ponti. Una volta tanto i muri sono da preferire!

Da notare, a scanso di equivoci, che in ambedue i casi, trattandosi di monasteri di “clausura”, gli ospiti sono accolti già di per sé in ambienti rigorosamente separati, sia per i pasti sia per il pernottamento, e che i contatti con i membri della comunità non sono per nulla agevoli, anche in tempi ordinari, ma disciplinati e regolati da barriere architettoniche e distanze logistiche ben precise, indipendentemente da emergenze sanitarie o epidemiche. In questi luoghi, anche laddove la clausura è stata mitigata, la separazione fra ospiti e comunità è una norma ordinaria e ben marcata. Anche in chiesa, durante la liturgia, e nei parlatori la disposizione degli spazi porta da sé a conservare le distanze di rispetto. Perché, dunque, tanto timore?

   

Un altro esempio, come conferma. Sono chiamato in extremis a predicare un corso di esercizi spirituali in un altro monastero femminile (anche qui tutte vaccinate, meno una “dissidente”). Dunque, mi dico, almeno qui si può entrare! Il predicatore prenotato già da tempo, all’ultimo momento ha dovuto disdire. Così, una settimana prima dell’appuntamento, le monache mi hanno contattato per chiedermi, se mi era possibile, di prenderne il posto. Ho accettato, per venire in aiuto alle consorelle. Il giorno dopo, però, la superiora (forse ricordandosi in ritardo del dettaglio) mi fa sapere che avrei dovuto fare il tampone, prima di recarmi da loro. Davanti a questa richiesta, le ho esposto una considerazione che mi sembrava onesta ed equa. Non ho nulla in contrario, le ho detto, a fare il tampone, anche se non ne vedo la stretta necessità; infatti, avrei dormito e mangiato nei locali della foresteria del tutto separati dagli ambienti monastici e nella vasta sala in cui avrei tenuto le meditazioni per una decina di religiose sarei stato a vari metri di distanza da loro.

Se voi lo desiderate – ho detto dunque alla superiora – posso fare il tampone senza nessun problema. Tuttavia, se dal vostro punto di vista questa misura è così necessaria per la vostra sicurezza, per tutelare anche la mia salute chiedo anche a voi di fare il medesimo test. Perché mai io solo dovrei fare il tampone, come fossi l’unico soggetto pericoloso? Quando sarei stato piuttosto io il soggetto più a rischio, recandomi in una comunità estranea. Loro avrebbero avuto solo me, come potenziale contagiante, mentre io mi sarei trovato a predicare a un gruppo di persone, ciascuna delle quali poteva essere venuta in qualche modo in contatto col virus. Il rapporto di probabilità era decisamente a mio sfavore.

La superiora, persona sicuramente molto più virtuosa di me, ha detto però che per loro non era possibile fare il tampone tutte insieme e poi “loro erano tutte vaccinate…”, come se il vaccino fosse sinonimo di non contagiosità e il problema dei falsi positivi e negativi non esistesse (ecco su quale livello di informazione si muoveva la loro richiesta!).

Alla fine ho risposto che neppure per me era possibile, a queste condizioni, predicare loro gli esercizi, perché un principio sanitario o vale per tutti o non vale per nessuno. Così, le brave monache hanno ripiegato su un corso di esercizi on line, fra quelli già registrati sul web. Ottima soluzione, mi verrebbe da dire. Rispettosa della salute di tutti. In ogni caso, non sembra che la mente di queste sorelle sia stata sfiorata dal pensiero che anche loro potevano costituire un rischio per il sottoscritto. Solo loro erano nella condizione di vulnerabilità e nella necessità di proteggersi. Ecco un ottimo esempio di cosa significa che il vaccino è “un atto di amore”!

 

Qualcuno si chiederà: perché scrivere di queste cose? Non certo per prendersela con queste sorelle e comunità, verso le quali nutro affetto e stima e di cui capisco bene la preoccupazione. Scrivo perché spero che qualche religioso o religiosa, leggendo rifletta, se è mai possibile, e giunga a capire fino a che punto l’iniqua pratica del lasciapassare sanitario sia divenuta già mentalità, prima ancora che norma vincolante, perfino in alcune comunità monastiche (spero poche!). In tal modo una paura irragionevole prende il sopravvento sulla virtù evangelica dell’ospitalità e, purtroppo, anche sul buon senso. Se, come dice S. Benedetto nella Regola, gli ospiti devono essere accolti in monastero come Cristo in persona, quest’ultimo sembra che debba avere a tutti i costi il green pass, se vuole essere accolto.

 

Così, mentre dei lavoratori scendono in piazza e manifestano, rischiando lavoro e stipendio, per battersi contro la legge iniqua e discriminatoria del lasciapassare sanitario (che non ha nulla di sanitario, ma è solo un ricatto), e lo fanno per il bene di tutti, questi esempi di “vita contemplativa”, purtroppo, danno segni di adeguamento alle nuove leggi razziali. Le buone religiose di cui ho parlato saranno ben contente se un giorno la carta verde sarà richiesta anche per entrare nelle chiese, per loro questo sarà normale, perché la loro metamorfosi da donne di preghiera in agenti sanitari è già iniziata.

Care sorelle, vorrei dire loro, un conto è la ragionevole prudenza e cautela, doverosa e proporzionata, un altro la pura e semplice chiusura delle porte in faccia, in nome di non provati pregiudizi pseudo-scientifici e di una scadente informazione. Vi consiglio una cosa: fate fare il tampone anche a Gesù, prima di riceverlo nella santa comunione! Potrebbe essere appena passato nei vagoni della metropolitana, dove ogni giorno migliaia di poveri lavoratori sono obbligati a stiparsi senza alcuna misura di sicurezza (per i nostri governanti lì il green pass non serve!), mentre voi, ben al sicuro nei vostri cori lontani dalla gente infetta, cantate lodi, vespri e compieta. Sia detto fraternamente: davvero oltre a vivere in una condizione di protezione invidiabile, volete adesso diventare addirittura invulnerabili? Dio ci custodisca tutti dalla malattia, ma ancor di più dalle esagerazioni irragionevoli della paura.

 

Dom Giulio Meiattini, monaco benedettino e teologo, è ben noto su questo blog

 

 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email