© Andreas Solaro/ AFP - Papa Francesco risponde al telefono
© Andreas Solaro/ AFP – Papa Francesco risponde al telefono

 

 

di Mattia Spanò

 

Fin da quel “buonasera” pronunciato al termine di un lungo silenzio stralunato il giorno della sua elezione, papa Francesco ha esibito un approccio informale all’ufficio petrino, alla Chiesa e a tutto ciò che riguarda la concezione cattolica di Dio. Ciò lo ha reso simpatico e accattivante agli occhi del mondo, e in un primo tempo di tutti i fedeli.

L’assenza di formalismo, nel senso di noncuranza per le forme, è una qualità oggi molto apprezzata. La maggior parte delle persone ritiene che un approccio informale sia sintomo di genuinità, sincerità, autenticità. Un atteggiamento formale al contrario annoia, insospettisce, viene percepito come ipocrita e falso.

La maggior parte delle persone sembra pensare che un approccio spontaneo lasci invariata la sostanza, mentre un approccio formale (cioè ipocrita) nasconda la vera sostanza – invariabilmente diversa, se non opposta a quella dichiarata – oppure addirittura l’assenza di sostanza. Algebricamente: spontaneo uguale autentico, sorvegliato uguale falso.

L’approccio informale tende a simulare una società di pari: nel caso del papa, chiamatemi Francesco – così un film agiografico uscito un anno dopo la sua elezione. L’idea di un papa o un presidente “alla mano”, “uno di noi” non è solo mistificatoria: è una tagliola, una trappola per topi.

Se il papa è come me – rappresentato dal fatto che posso chiamarlo per nome, Francesco, Cecco, o Ciccio se mi pare – egli non possiede alcuna qualità particolare, alcuna assistenza divina: è papa o presidente per una convenzione arbitraria, un tristo gioco del caso. Come tale esercita la sua autorità in modo ugualmente arbitrario e dispotico. Per la verità, più d’uno ha osservato in “Francesco” questo modus operandi. Non è dunque la forma di amoralità suprema della coerenza con se stessi il problema.

Torniamo al punto. In realtà sia l’informale e il formale non hanno alcuna relazione diretta con la verità o la falsità di un fatto. Ci piace pensarlo per pigrizia, abitudine, conformismo, ma la verifica di un fatto è un fenomeno ben più complesso e articolato.

Il corollario dell’”informalismo” – chiamiamolo così – in ambito ecclesiastico è che non importa se un prete celebra l’Eucarestia con tutti i crismi liturgici o lo fa sopra un materassino galleggiante al mare. L’idea sottostante è che Dio sia un simpatico broccione che non bada a queste cose.

L’esito è che mai come in questo tempo il sacro è stato così trascurato e sostanzialmente rimosso. Il fatto è che le persone, e fra queste i fedeli cattolici, considerano ormai la forma, il rito, il sacramento un fastidioso ingombro, un penoso retaggio vuoto di significato.

Le polemiche sulle determinazioni contenute in Fiducia Supplicans – la famosa questione delle benedizioni alle coppie omosessuali – si arenano contro l’altissimo grado di informalità che contraddistingue Francesco. Eppure, in questa sua mancanza di buone maniere liturgiche e dottrinali, e più acutamente di autentico disprezzo del sacro, il papa è a suo modo rigoroso, nel senso che non tradisce mai a sua antipatia per la forma.

Credo che a Bergoglio interessino poco tanto la forma quanto la sostanza. Quando ad esempio disse che l’Eucarestia non è un premio per i buoni ma una medicina per i bisognosi, o quando disse che non era necessario confessarsi poiché basta parlare con Dio, si trattava di affermazioni auto reggenti. Sono monadi isolate dal contesto di un pensiero compiuto. Insomma governano le intenzioni, i sentimenti del momento, meglio se riassunti in poche parole comprensibili anche ai macachi.

Si crea così un doppio binario giuridico, come acutamente osservò Giorgio Agamben a proposito del nazismo e della sospensione dei diritti durante la pandemia: non è che la Costituzione tedesca fosse stata abrogata. Sotto Hitler, si accostò ad essa un secondo apparato giuridico, quello nazionalsocialista, avulso dalle leggi precedenti che nella sostanza sovrascrisse.

Il giochino di rivendicare il primato della prassi sulla dottrina sotto la maschera del discernimento della situazione ha, nei fatti, fatto strame della dottrina. Non si tratta in fondo di determinare se, quando e dove un papa possa definirsi eretico ma, rubando un titolo felice a Martin Mosebach – Eresia dell’informe – siamo di fronte ad una posizione nuova, più radicale: il rifiuto della forma. L’eresia non come falsa dottrina, ma come anti-dottrina.

La dottrina, il diritto come lettera morta. Se non c’è dottrina, per certi versi non può darsi alcuna eresia formale perché appunto non esiste alcuna forma da combattere o da cambiare. Il risultato è che il papa può permettersi di affermare che il matrimonio è solo fra uomo e donna, e al tempo stesso ammettere la benedizione per le coppie omosessuali.

Si può obiettare, e giustamente, che il matrimonio è un sacramento e la benedizione un sacramentale. Ma se Dio non può unire due persone che vivono una condizione intrinsecamente maligna per loro stesse, perché dovrebbe poterle benedire? È il genere di incomprensibile contraddizione che ottiene un solo e unico risultato: cancellare la dottrina, rendendola un puro esercizio retorico.

 


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