II Domenica di Quaresima (Anno A) – 1 marzo 2026
Gen 12,1-4a; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9
don Ambrogio Clavadei
“Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne …”.
Era giusto il desiderio di Pietro; era giusto perché era l’esperienza travolgente della bellezza suprema del mistero di Dio che sfolgorava davanti ai suoi occhi dentro la carne trasfigurata di Cristo. Era assolutamente giusto perché era assolutamente umano; era ciò che lui attendeva e che anche noi attendiamo, o come uomini ancora inconsapevoli, o come cristiani nella consapevolezza della fede: la pienezza del divino che diventa perfezione dell’umano, la trasfigurazione della nostra umanità: “Dio … tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Perché per questo siamo stati fatti.
Ma, dice il vangelo, “egli stava ancora parlando” quando Dio gli toglie la parola: “una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube”. Povero e caro Pietro che nel vangelo non perde occasione di parlare sempre in modo inadeguato invece di ascoltare (ricordiamo solo lo splash down di Mt 15, 13-23 dove Gesù investe Pietro del primato, poi dice che verrà ucciso, lui si oppone, così che Gesù gli dice: “Lungi da me, satana”; per non parlare del “non ti rinnegherò”, Mt 26, 35). Le sue parole però, qui certo mosse dallo stupore eccezionale di ciò che stava accadendo, erano il frutto di un’inevitabile ingenuità; erano umanamente comprensibili ma premature, perché la condizione per cui poter rimanere stabilmente davanti alla pienezza del mistero della salvezza, che li iniziava solo ad albeggiare, non era ancora accaduta. Mancava la Croce, mancava quella dipartita di cui Elia e Mosè discorrevano con Gesù. Sul monte era ancora Quaresima per Gesù e i suoi discepoli, quella Quaresima che doveva preparare la Passione e dove, attraverso la Croce, si sarebbe giunti alla Pasqua quando si sarebbe rivelata la bellezza definitiva del mistero di Cristo e di Dio. E poiché sarebbe stata una Quaresima difficile Cristo li stava preparando facendo trasparire per loro un anticipo della sua divinità.
Ciò sul Tabor è accaduto una volta per tutte, ma finché questo non accade e riaccade coscientemente e ardentemente in noi la nostra realtà come tale è incapace di corrispondere e diventare trasparenza di quel mistero per cui è fatta, perché rimane oppressa – come gli apostoli quel giorno – dal limite da cui siamo segnati e che continuamente ci accusa e ci condanna, ci schiaccia a terra e si rimane ancora “presi da grande timore”. Ma “chi teme non è [ancora] perfetto nell’amore” (1 Gv 4, 18).
Cristo, invece, con la sua Croce, è venuto a rendere possibile la corrispondenza: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? … Chi accuserà gli eletti di Dio?” (Rm 8, 31. 33). Oltre che caparra della divinità di Cristo la Trasfigurazione è stata così l’anticipo pedagogico di questa trasformazione vittoriosa della nostra umanità,
Dire che la nostra realtà rischia sempre di non corrispondere al mistero per cui è fatta, è dire che noi, di conseguenza, corriamo il rischio di non ci corrisponderci l’un l’altro nei rapporti, è dire che subiamo il pericolo che niente nella realtà come tale ci corrisponda adeguatamente e totalmente.
Questa non corrispondenza colpevole dovrebbe farsi dolore, perché è dolore – se si è sinceri – che io non corrisponda al mistero, che io non corrisponda al mistero ultimo di bellezza per cui il nostro cuore è fatto. Ma può farsi anche lamentazione pretenziosa quasi accusando Dio che il frammento di realtà o di rapporto che ci stanno davanti non contenga il Tutto che lui ha ormai reso presente in essi.
In ogni caso, se è dolore non è ancora gioia ma se esso viene trasformato in mendicanza, apre ad essa perché giunge la gioia del perdono. Se invece è pretesa non sarà mai gioia, perché la gioia è la corrispondenza compiuta col mistero. Dire “è bello per noi essere qui!” davanti ad una realtà che non mi corrisponde non è possibile, ma noi desideriamo che sia possibile e ciò sembra non accadere. Ecco allora che subentra un’impazienza idolatrica, come il vitello d’oro del popolo stanco di attendere che Mosè scendesse dal Sinai (cfr. Es 32, 1-6).
Scatta di conseguenza maliziosamente l’inventiva di una corrispondenza che siamo noi a stabilire. È decidere noi la regola della corrispondenza; è architettare noi come le “capanne”, cioè gli aspetti della realtà debbano essere fatti; svolgiamo noi i rapporti secondo la nostra misura, usiamo il tempo e le cose come istintivamente ci sembra meglio, così che la felicità accada. Ma questo tentativo è destinato prima o poi a rivelarsi una fatiscente stamberga, perché “se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126, 1). Ciò vale non soltanto per ciascuno di noi personalmente ma anche a livello ecclesiale. Tradizionalismo e progressismo cosa fanno se non cercare di costruire la “capanna” della Chiesa secondo progetti inadeguati?
In ogni caso, la lamentazione fatalmente diventa delusione e rabbia perché non è implicata la modalità reale con cui la felicità, la bellezza del mistero di Dio, ci può autenticamente raggiungere trasfigurando la vita. Non è implicato il passaggio attraverso la Croce, cioè non è implicato il riconoscere che solo in Cristo sta la modalità della nostra salvezza. Bisogna imparare a stare zitti, in silenzio, ascoltare, pazientare, cioè lasciare che Cristo sia la parola che guida la nostra vita: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. Solo dopo se ne può parlare diventandone testimoni: “Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere [alle capanne che siamo noi a costruire], ma secondo il suo progetto e la sua grazia”. Solo attraverso l’espropriazione del nostro meschino progetto di grandezza si diventa “una grande nazione”!
Come è stato per Abramo, e come è stato compiutamente in Cristo. Infatti il Padre non lo ha risparmiato, come fece invece con Isacco sul monte, perché solo nel sigillo del suo sangue sparso la realtà si edifica. Solo nel suo sangue e nella sua carne offerti per noi, solo in essi che sono il suo sguardo d’amore su di noi, quello che ci getta ogni giorno dalla Croce, sta il luogo dove iniziare a costruire in ogni circostanza – anche la più complessa e difficile – la capanna della nostra felicità e diventa possibile dire con verità: “è bello per noi essere qui!”.
È proprio questo sguardo sacrificale e sacrificato di Cristo a offrirci un luogo dove iniziare ad essere felici e a creare un ambiente umano che possiamo proporre anche ad altri come abitazione confortevole per la loro vita, perché è uno spazio che apre a quel mistero ultimo della vita che è il Padre. Infatti nello sguardo di Cristo sta la nostra vocazione, si rivela la voce del Padre che ci raggiunge attraverso di lui: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. È questo sguardo di Cristo, trasparente dell’amore e della bellezza del Padre, quello che crea ogni volta uno squarcio sfolgorante nell’opacità del presente, e lo rende luogo di quella corrispondenza ultima che si chiama Paradiso, altissimo monte, dove anche il nostro volto, come quello di Cristo, brillerà “come il sole” e dove anche le nostre vesti, come le sue, diventeranno “candide come la luce”. E ciò secondo una prospettiva di progressione infinita perché come ci si potrà mai trasfigurare adeguatamente in quel Dio che è splendore infinito? Ogni tappa di questa progressione eterna sarà però perfetta corrispondenza.





















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