Rlancio una intervista a Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, sui motivi della emergenza perenne legata alla pandemia COVID. L’intervista è apparsa anche su sull’Osservatorio Van Thuan. 

 

Stefano fontana
Stefano fontana

 

L’Osservatorio Van Thuân è stato tra i primissimi a mettere in guardia da una possibile deriva autoritaria delle misure anti-COVID, con particolare riferimento alla repressione delle proteste no Green Pass. In che modo le misure sono un pericolo e cosa dice la Dottrina Sociale della Chiesa in proposito?

Se si è deciso fin dall’inizio e a priori di sostituire le cure con il vaccino, se si procede massicciamente con il vaccino anche se la pandemia è affievolita, se si ricattano i lavoratori con la minaccia di perdere il posto di lavoro nel caso non accettino di vaccinarsi, se si trascura consapevolmente il fatto che nessuno è tenuto moralmente a vaccinarsi quando il vaccino è sperimentale e quando non c’è una situazione di aut-aut tra vista e morte, se si deformano sistematicamente i dati e si forniscono informazioni avariate, se si coordina tutto il sistema persuasivo pubblico e privato verso l’unico obiettivo di indurre a vaccinarsi, se ci si appella alla scienza per imporre comportamenti di cui non esistono sostegni scientifici consolidati, se gli ordini professionali radiano medici e personale sanitario che pretendono libertà di giudizio, se si condannano come sovversivi coloro che pongono domande … allora il quadro è proprio quello di una dittatura sanitaria che molti intellettuali, da Illich a Chesterton, da Huxley a Foucault avevano previsto. Il quadro è quindi completamente opposto a quello della Dottrina sociale della Chiesa che, come ho avuto modo di argomentare in uno studio pubblicato In Italia e negli Stati Uniti [vedi qui ], in questa occasione è stata messa da parte anche dalla Chiesa.

 

L’Osservatorio ha base a Trieste, dove la protesta dei portuali ha preso per giorni le prime pagine dei giornali. Da notare che la maggioranza dei portuali era vaccinato, il che permette di vedere le proteste in una luce del tutto diversa. Cosa dicono o possono dire i fatti di Trieste ad un pubblico internazionale? C’è un qualcosa di importante e universale in quelle proteste?

In un quadro generale piuttosto opprimente, con i vari soggetti del potere – dal governo ai partiti di opposizione, dagli industriali ai sindacati, dalla grande stampa agli intellettuali di regime – tutti allineati nel sostenere una ipotesi di politica sanitaria spacciata per la salvezza, la reazione di Trieste ha dimostrato che la gente comune, le persone semplici, i lavoratori hanno conservato il lume della ragione davanti a misure illogiche e ricche di forzature. Questo è l’aspetto universale: c’è un sistema che quando vuole si chiude a riccio, ma ci sono settori di base che per fortuna ne sono ancora esenti e danno speranza.

 

Quanto è stato forte e lo è ancora il rischio di tecnocrazia nella gestione della pandemia? 

La gestione della pandemia è chiaramente politica e non tecnica. La prova è che i governi (ossia la politica) si servono della scienza e degli “esperti” secondo i propri interessi, condannano pubblicamente chi “non crede nella scienza” ma i primi ad usare solo una certa scienza e non la scienza sono loro. Quanti scienziati non sono stati nemmeno ascoltati? Quante misure vengono prese senza supporto scientifico, a cominciare dall’idea di vaccinare senza alcun bisogno i giovani o addirittura i bambini? Se per tecnocrazia si intende il governo dei tecnici no, non è questo il caso, se per tecnocrazia si intende la politica che strumentalizza la scienza e la tecnica allora sì, è questo il caso.

 

Quale è il ruolo che ha avuto la politica oggi? E che ruolo dovrebbe invece avere?

Con l’occasione della pandemia la politica sta facendo morire la politica. Prevalgono idee di nuovi centralismi, di nuovi decisionismi, di uno stato di emergenza permanente, di controllo dall’alto dei movimenti e delle idee delle persone, di nuovi “uomini della provvidenza”, di congelamento dei parlamenti e della opposizione politica, di nuovi ostracismi e nuove censure delle idee non conformi a quelle dell’apparato. Per fare solo l’esempio dell’Italia: da due anni la politica è bloccata, l’attuale presidente del consiglio è figlio dell’emergenza permanente e come tale probabilmente sarà il futuro presidente della Repubblica. In questo modo la politica diventa opprimente mentre dovrebbe essere liberante, favorire l’uso della ragione, muovere persone e corpi sociali verso il bene comune, che è un concetto organico. Alla lotta alla pandemia sono stati sacrificati molti soggetti deboli ed altri ne seguiranno in futuro. Nel frattempo non si è fermata la macchina legislativa verso leggi immorali e disumane, quella no, non si è fermata. Oggi ci si chiede se a comandare siano i centri del cosiddetto “Stato profondo” internazionale.

 

Nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Van Thuân, si nota che anche la risposta alla pandemia ha seguito il modello cinese, anche in Paesi che formalmente sono agli antipodi nella gestione dei diritti umani. Perché secondo te si è diffuso questo modello? E in che modo può essere contrastato? 

Nel suo 13mo Rapporto l’Osservatorio Van Thuân [vedi qui ] esamina il modello cinese, ossia un modello di capital-socialismo del controllo sociale. Esamina anche l’attrazione fatale che questo modello esercita sull’Occidente, dove tutti lo voglio importare anche con l’occasione della pandemia. Le democrazie, però, sono sempre anche oligarchiche ed inoltre seri studi mettono in evidenza che c’è un collegamento essenziale tra democrazia vuota e procedurale come è ormai quella occidentale e totalitarismo, il quale può benissimo essere messo in pratica anche in contesti formalmente democratici. Facciamo un esempio pratico: il modello cinese ha attuato la politica del figlio unico provocando la denatalità (anche se ora fa il contrario) ma la stessa politica è stata fatta dalle democrazie occidentali tramite l’aborto di Stato. Tra modello cinese e democrazie occidentali ci sono collegamenti maggiori di quanto non si pensi.

 

Come mai in Italia il tema del cosiddetto “government overreach” non sembra essere molto sentito? 

Perché in Italia il sistema si è chiuso a riccio – come già dicevo sopra – forse più che in altri Paesi, evidenziando collegamenti, omertà, collaborazionismi molto fitti, anche se manifestati “all’italiana”, ossia con fare apparentemente bonario. Anche la Chiesa cattolica vi ha preso parte. La mancanza di una vera opposizione politica pure si è manifestata in modo particolare nel nostro Paese. Le convenienze hanno avuto la prevalenza sulla giustizia.

Andrea Gagliarducci (ACIstampa e Catholic News Agency)

 

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