Charles West Cope (1862)
Charles West Cope (1862)

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Qualche considerazione a margine dei precedenti articoli (qui e qui) sulla questione educativa richiestami a furor di popolo o perlomeno da due figlie che mi incoraggiano a scriverne. Di natura sospettosa, ho intravisto una bozza del progetto verso cui sono incamminata “a gran giornate”, quello di una panchina su cui essere lasciata, nelle mattine in cui non c’è troppo vento, a prender aria come un vecchio materasso.

Comunque sia, eccomi a farvi parte delle mie riflessioni, scaturite da un mio ricordo di qualche anno fa. Ero in aeroporto quando mi capitò di vedere un bambino al seguito di genitori “oligarchi russi style” che trascinava la sua valigia personale a forma di Ferrari rossa. Una figata fu il pensiero che mi attraversò fulmineo la testa (sì nei miei pensieri talvolta sono un po’ scurrile) e ondeggiai tra riprovazione ed invidia.

Perché chi scrive ebbe il discutibile privilegio, essendo l’ultima ruota del carro come usava dire amabilmente mio padre, di dormire tra i genitori ben oltre la primissima infanzia perciò quando traslocò in Milano, invitata a casa dell’amica Nicoletta che abitava in Via Quadronno in uno stabile signorile e che aveva naturalmente la sua cameretta (la camera dei figli era sempre una cameretta in uno sfoggio di understatement), non poteva sottrarsi a un sentimento di invidia ed un vago senso d’esser defraudata.

Erano i primi anni ’60 in cui la stragrande maggioranza delle famiglie italiane, afflitte da molti figli e abitanti in trilocali, muovevano i primi passi verso la Terra Promessa del benessere economico e intanto dovevano arrangiarsi con i letti della prole, sotto le mentite spoglie di poltrone letto e di ancor più improbabili cassettoni-letto che la sera si aprivano dopo aver tolto la fotografia della prozia, la statuetta di Capodimonte e qualche centrino. Rischio altissimo di falangi mozzate tra le tagliole a molla del meccanismo di apertura.

Erano le declinazioni regionali dei film con Totò e Fabrizi per intenderci.  Mentre già i film d’oltreoceano ci mostravano il felice way of life delle famiglie con scale al piano superiore e camere dei figli, sulle cui porte negli anni seguenti sarebbero apparsi i cartelli keep out a sancire l’indiscutibile diritto alla privacy degli stessi.

Sarebbe interessante discutere su quanto l’irruzione di un improvviso boom economico su un popolo già stremato dalla guerra e disilluso abbia contribuito, nella costellazione di cause weberiane, alla diffusione e in un certo senso certificazione di una mentalità disinvolta tra micro e macro tangenti e micro e macro evasioni (vedere sempre alla voce film con Totò e Fabrizi).

Ma di chiose inutili per oggi ne basta una.

È comunque vero che di vera rivoluzione copernicana si trattò perché in un lento movimento bradisismico del comune sentire si passò dallo spendere quanto si guadagna al dover guadagnare quanto si spende.

E allora mi spiego la lieve tentazione del pensiero su come sarebbe stato carino in fondo regalare una valigia-macchina, vedere la sorpresa gioiosa eccetera, se il Signore non mi avesse protetto col mantenermi spiantata dalla prima giovinezza. Peraltro non richiesto.

Se avessi avuto l’occasione (e chi fugge le occasioni?) perché avrei dovuto perderla? Da Eva a Biancaneve la mela è sempre la stessa “buona a mangiarsi e bella a vedersi”. Non leverà il medico di torno ma perché dovrebbe nuocere? Invece porta sfiga.

È che è un po’ come il sentiero di montagna, si scivola magari un po’ ma questo non significa nulla, almeno agli inizi, e poi la cifra della nostra epoca è più che mai “se si può fare, è da stupidi non farlo”.

Decenni fa molte delle scelte non erano neppure pensabili né per noi né per i nostri figli, dalle playstation ai cellulari di ultima generazione (sempre con un occhio di riguardo all’ambiente) agli sballi del sabato sera. Poi magari il ragazzo va bene anche a scuola.

Anche il più spiantato dei padri nutre l’ambizione di allevare un piccolo Lapo: ciò che un tempo era riservato ad una strettissima élite i cui figli in generale erano arroganti fatui e egoisti ora viene offerto in maniera ingannevole a larghe fasce di popolazione. La piccola differenza è che viene inverata solo la seconda parte del binomio, cioè larghe fasce di popolazione giovanile diventano arroganti fatue ed egoiste mentre per quanto riguarda la prima parte sono solo specchietti luccicanti, non è seta ma vilissimo raion, anche se pare che frusci come quella, non è caviale ma son uova di lompo.

Con uno dei suoi tocchi più felici, il Manzoni ci rende la figura del principino, fratello della monaca di Monza e futuro capo della casata, attraverso le parole della sua vecchia e ottusa governante: “….non bisogna farlo aspettare, perché sebbene della miglior pasta del mondo, allora s’impazientisce e strepita. Poveretto! Bisogna compatirlo: è il suo naturale”.

È così anche per i nostri figli e nipoti, tutti principini De Leyva.

La ormai nota fruttariana è anche madre orgogliosa di un figlio indaco che, lo preciso per voi poveri ignoranti, è un particolare tipo di bambino cui non si possono porre freni di alcun genere.

Personalmente lo arricchirei di tutti gli altri colori dell’arcobaleno, ma tant’è.

Torniamo alla smagliante valigia-Ferrari e del perché abbia montato tutto questo cancan su una cosa così semplice; forse il fastidio di vedere un bambino felice per qualcosa di attraente e straordinario?

L’idea della felicità, meglio della pienezza di vita, in altri termini quello stato che un tempo veniva perfettamente reso dalla parola gloria, si costituisce per accumulazione. Se ci si pensa bene l’idea della ricchezza, dello sfarzo si traduce nelle favole, ma anche nei miti, nell’elencazione: il tesoro rigurgita di perle, rubini, smeraldi zaffiri monete d’oro a profusione, le stanze sono piene di tappeti arazzi, damaschi sete bissi lini, le tavole si curvano sotto il peso di carni prosciutti salami cacciagione, di budini giganteschi, di torte (chiedere a Hansel e Gretel).

Il principio di realtà dovrebbe dirci che i banchetti così mirabilmente descritti portano alla gotta o al diabete o più esattamente alla gotta e al diabete; ma il senso della misura che era così chiaro ad Orazio è ormai smarrito del tutto. Siamo tutti afflitti da una gigantesca bulimia che, come tutti sanno, genera alla fine nausea, ma noi ci liberiamo della nausea nel modo collaudato per riprendere ad ingozzarci.

Ci impossessiamo delle cose le divoriamo e le distruggiamo. E insegniamo a farlo ai nostri figli sin dalla più tenera età.

Togliamoci l’idea dell’eternità e arriviamo a questo, allo stipare in maniera compulsiva oggetti ed esperienze nel nostro vissuto quotidiano in una visione cinemascope della nostra esistenza.

A questo ci educa la pubblicità in cui vediamo donne che, poiché lavatrici lavastoviglie e stracci sul pavimento sono ormai di esclusiva pertinenza maschile, si estenuano nel piacere di mangiarsi un gelato sino allo sfinimento dei sensi. Manco il profumo o una macchina di lusso sono più necessari: ora basta uno yogurt.

Il decadente Des Esseintes di Huysmans faceva precisamente questo, tentava di rinchiudere tutto il bello, tutta la gloria del mondo tra le pareti di casa.

Il paragone non sembri azzardato. Anche la più volgare delle sciampiste o il più scalcagnato dei coatti sono destinati alla scelta che fu attribuita da un contemporaneo a Huysmans tra la canna di una pistola o il gettarsi ai piedi della croce.

In modi che sono lontanissimi dall’intelletto di quello, al punto che non è possibile neppure immaginarne l’affinità spirituale, esiste una comunanza di destino tra un San Giovanni della Croce e il più abietto e laido ubriacone.

Che c’entrano queste considerazioni escatologiche con una valigetta rossa fiammante a sagoma di Ferrari, originale, spiritosa e forse per il bambino avventurosa? Un predicatore domenicano dei secoli bui o sant’Agostino saprebbero spiegarlo.

 Noi ci dobbiamo limitare a sottolineare che cediamo passo a passo, concessione a concessione, distrazione a distrazione all’imperativo di rendere interessante, perpetuamente straordinario ogni momento di questa nostra vita appassita e abbastanza inutile.

Tra una Santa Teresa di Lisieux che non si rassegnava da bambina a dover scegliere perché voleva tutto e la Lucy dei Peanuts che capricciosamente non vuole adattarsi ai bassi della vita ma vuole solo gli alti, alti!, temo che pendiamo pericolosamente dalla parte di quest’ultima.

La valigetta rossa è un’attenzione in più, il riconoscimento che il viaggio non basta a saziare gli appetiti gargantueschi dei nostri bambini. Essi meritano di più, sempre.

Probabilmente pensiamo che li faremo ragionare quando sono più grandi, che glielo faremo capire dopo.

 E intanto all’orizzonte già si vedono i neri nuvoloni.

 

 


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