maestro severe punisce bambini alunni

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Tre mesi fa mi lasciai andare ad alcune riflessioni a proposito di emergenza educativa. Credo che pochi si ricordino quell’immaginaria e non troppo affollata conferenza; io stessa non sono tra quelli e quindi mentre mi scuso per eventuali ripetizioni ne richiamo il punto fondamentale e cioè il fatto che l’illusione e la pretesa di attingere alla perfezione e all’affrancamento possibile da ogni male e limite sia la base rocciosa sottostante a questa nuova visione del mondo. Nulla di meno all’alba del terzo millennio, che vuole eliminare la povertà entro il 2030 e sempre entro la stessa data renderci felici non possedendo nulla (è frutto di un’intelligente pedagogia insistere con la pubblicità a vendere i nostri oggetti usati, non affezionarci alle cose e abituarci alla frugalità prossima ventura?).

La prima emergenza educativa è il fatto che non ne siamo assolutamente consapevoli.

Non ci accorgiamo che la vera emergenza non consiste tanto nelle bande di ragazzotti e ragazzotte nostrani che dopo i lockdown si sono aggiunti alle bande di sudamericani per prendersi allegramente a sprangate e passare così i loro sabati pomeriggio, quanto nella stragrande maggioranza di giovani che si sono fatti vaccinare senza un fiato (chiedo scusa per il richiamo a quel fatto, ma noi no-vax siamo un po’ come i reduci della ritirata dalla Russia; ne parleremo per i prossimi quarant’anni).

Poniamo pure che avessero ragione i vaccinisti, non è questo il punto. La cosa notevole è che se riguardiamo le prime interviste nel marzo 2020 ai ragazzi che si opponevano alle misure restrittive in nome della movida ci dovremmo accorgere che erano gli stessi che mesi dopo si sarebbero messi diligentemente in fila a farsi inoculare per poter giocare a calcetto o andare a Ibiza.

Era il loro modo di semplificarsi la vita. Non certo per tutelare il vecchio nonno o perché credessero alla Scienza.  Come i loro genitori: è ora di non credere più al mantra “ci siamo fidati dello Stato”; quando mai un italiano si è fidato dello Stato o peggio ancora del Governo? Certamente tutti davano per scontato che chi ci governava fosse solo una banda di incapaci e questo è stato il basamento su cui hanno edificato le giustificazioni (per autocitarmi addosso è stato un po’ come spiegare l’ascesa del fascismo con i brogli elettorali).

Tanto è vero questo che l’obiezione che tranciava di netto qualunque pretesa di libertà e di Costituzione era del tipo “ma che ti costa? Vaccinati e falla finita”.

Al fondo, in campo educativo, quello che regge l’impostazione della nouvelle pédagogie è questa visione del mondo – i tedeschi la chiamano Weltanschauung per la loro passione di chiudere i concetti in blocchi di pietra difficili da scalzare (la notazione è sinceramente ammirativa) – il semplificare la vita, il renderla comoda che è il nome contemporaneo della felicità.  

Il Candide di Voltaire nella sua convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili è decisamente superato dai nostri Candide certi di poterlo costruire loro, The Brave New World. Non sopportano gli indugi e scalpitano. Ogni volta che sento dire da qualcuno come sia possibile che nel 2022 (poi 2023, 2024 eccetera) ci siano ancora guerre, mi ritorna irresistibile alla mente l’osservazione di un tale che trovava estremamente primitiva la maniera di fare figli. Non gli chiesi a quale fase del processo intendesse propriamente riferirsi, ma sì il modo di fare figli è oggettivamente primitivo.  Niente di scientifico e progressista.

Nel vasto campo delle opinioni educative, parrebbe che oggi dai quarantenni in giù si siano tutti svegliati, woke appunto: bisogna affidarsi alla scienza – la vera araba fenice di questi tempi – e a tutte le tecniche derivatene: educazione motoria, educazione alimentare, educazione all’affettività e alla pace. Ad ogni virtù.

La scienza pedagogica è poi divulgata sui social in termini popolari da una ressa incredibile di psicologi (ad alcuno dei quali non affiderei neanche il canarino depresso), psicoterapeuti, Psycho e basta e di self made cultrici di ogni tecnica di gentle parenting, di sweet pedagogy ecc. Eh sì, il fenomeno è prevalentemente femminile, se posso usare ancora questo termine sessista: intere legioni di mamme perorano e sostengono con furia bacchica il nuovo Verbo dell’Educazione consapevole ed efficiente. Ignorano tuttavia di stare riciclando, due secoli e mezzo dopo, il mito del buon selvaggio. L’uomo nasce naturalmente buono e innocente, viene guastato dalla società corrotta e dai pregiudizi. Non a caso Rousseau aveva scritto l’”Emile ou de l’Education”, testo fondamentale per tanti anni a seguire, informato all’idea dell’edenico stato di natura del fanciullo (per meglio dedicarsi al nobile scopo pedagogico, sbatté in orfanotrofio i suoi cinque figli prefigurando così la schiatta dell’intellettuale moderno tutto coerenza).

Inoltre la temperie spirituale e culturale o per usare un termine più comprensibile il mood che caratterizza internet è l’obbedienza perinde ac cadaver ai dettami di moda, che si traducono in una maniacale osservanza dei dettagli: come la svanita blogger di cucina vi propina 65,5 gr.di farina e i 37,2 di zucchero nelle sue ricette, così per l’influencer pedagogica esiste un solo modo di agire col bambino: quello che un tempo sarebbe stato il giusto mezzo è per Lei un’insopportabile deviazione dalla Regola; le eccezioni non sono contemplate e se pensi diversamente da Lei pensi contro di Lei.

La pedagogia, beninteso quella scelta da Lei, è scienza esatta e non consente divagazioni.

L’imperativo categorico sotteso è che il bambino non deve soffrire neppure la più lieve delle frustrazioni.

Non importa che la vita comunque comporti queste. L’obiettivo non è quello di educare il figlio a farci i conti ma il preservarlo: le mamme, non tutte certamente ma comunque sempre troppe, tendenzialmente non vogliono che i bambini corrano all’aria aperta perché alto è il rischio di sudare o sbucciarsi le ginocchia, le maestre nei soggiorni estivi si comportano allo stesso modo e tengono i bambini in stanzoni dove possono disegnare e “colorare” le loro emozioni (e non è un’esagerazione retorica).

I dati di realtà sono quindi sospesi e più spesso cancellati: di questi tempi potete ascoltare una fruttariana sostenere tutta seriosa che al limite l’optimum, l’ideale sarebbe non alimentarsi del tutto per purificarsi da ogni possibile scoria. Come no? Al limite è una locuzione magica, anche per i Catari i Perfetti erano quelli che si sottraevano alla contaminazione con la materia, ad ogni possibile commercio con la carne. Al limite.

Questo in pedagogia si traduce nel nuovo imperativo categorico, il dovere di non rispettare le regole (a meno che naturalmente non siano quelle stesse che strutturano il discorso pedagogico). Non di distinguere tra regole giuste o ingiuste, opportune o meno, ma proprio nel non riconoscerne la liceità. Anche la pubblicità ci dice che siamo unici e per ciò stesso affrancati da qualsiasi sudditanza verso le Regole (povero Nietzsche, probabilmente sta pensando “era meglio se stavo zitto”). E poi ci obbligano a mettere la mascherina anche se passeggiamo da soli in un bosco. Noi contenti.

Nella letteratura russa c’era spesso la figura dell’Idiota del villaggio. Fate un po’ voi i conti nel villaggio globale. 

Poi c’è l’altro comportamento, a trazione eminentemente maschile, il laissez faire (espressione elegante che sostituisce altre più azzeccate ma ahimè più rozze).

Anche questo risponde al fine supremo di semplificarsi la vita.

Esempi quanti se ne vuole: se il padre in un sussulto adolescenziale si ribella alla richiesta di un dinosauro scala 1:3 si può esser certi che prima dell’alba del terzo giorno il pupo si presenterà abbracciato all’orrido peluche, mentre il padre avanza la solita improponibile giustificazione: è stato bravo! Già oggi ad un bambino non è difficile mostrarsi bravo, basta che non manometta i blocchi della carrozzina del nonno. E secondariamente spesso il bambino non ha bisogno di fare capricci; gli basta inarcare il sopracciglio a significare “non farmelo dire un’altra volta”.

Ed infine, il genitore è pron(t)o a chiedere scusa al pargolo e ad abbracciarlo per certificarlo del suo imperituro affetto. La sindrome della “scusite” non fa prigionieri. Insieme all’altra, più pericolosa, per cui poi basterà spiegargli le cose e capirà.

Comunque, padri pigri o madri troppo attive respirano l’assoluta certezza che il loro compito su questa terra sia quello di facilitare la vita dei figli, perché figlio facilitato, figlio soddisfatto, figlio sereno e realizzato. Quindi mondo nuovo e felice. Un’equazione a prova di bomba.

A tutti, ma proprio a tutti, lasciatemelo dire a todos, todos, todos, i no dell’infanzia, prima e pure seconda, le proibizioni hanno lasciato l’amaro in bocca insieme al tacito ma ferreo proposito che a diciotto anni gliela avremmo fatta vedere noi: no alle caramelle nel carrello della spesa, no al cinema, no al rientrare tardi, no alle scarpe come ce le avevano tutti i compagni. Ecché, era vita questa?

Ora vediamo l’evoluzione turettiana di siffatti portentosi bambini.

Naturalmente il Filippo Turetta di cui parlo è solo l’ologramma creato dai giornali, per così dire il tipo di sé stesso. Frutto della civiltà patriarcale, un ragazzo che a ventidue anni dorme ancora con l’orsacchiotto, che strepita perché la ragazza non lo aspetta per laurearsi contemporaneamente a lui? Pronto a dire “allora non vale”?

Un tipetto che ha sempre avuto quel che voleva, una di quelle nullità che però presumono di non dover mai chiedere. Uno cui i genitori non hanno mai rifiutato nulla e pure lo dicono. Nota a parte per quest’abitudine, non so se solo italica, di sottolineare che il figlio non ha mai dato problemi. Perché ha ottenuto sempre quel che voleva.  Siccome da decenni il pensiero autorizzato sostiene che le devianze sono frutto di condizioni sociali ed economiche, ecco che i genitori minus habentes non si capacitano di come il loro figliolo possa avere combinato quel che ha combinato quando ha avuto sempre tutto: la frase standard è “Non gli abbiamo fatto mancare nulla”.

Quando poi la vita gli fa mancare qualcosa cui tiene, ecco che il mite ragazzino (oggi alla Tv parlano con sfrontato candore di ragazzi di 43 anni!) molla l’orsacchiotto, si arma di bei coltelli per arrosto e colpisce la ragazza come fosse un masnadiero di Schiller.  Salvo poi, siccome non riesce a pensare oltre il “gliela faccio vedere io” come un undicenne allo stato brado, si fa prendere su un’autostrada senza soldi e senza benzina.

E poi se ne dà conto al patriarcato, defunto o perlomeno già attaccato a una flebo e ad un catetere.

Certamente sono casi limite. E per fortuna! Un po’ come dire che siccome la popolazione mondiale è sostanzialmente viva e vegeta, il vaccino Covid è stato una gran pensata. Ci fossero stati milioni di morti, staremmo parlando dell’aranciata del reverendo Jones.

Come in una reazione chimica, in alcune personalità la barbarie psichica e spirituale che può abitare in ognuno di noi deflagra rovinosamente. Negli altri la barbarie mai educata e quando necessario repressa (horresco referens) si manifesta nella nuova crudeltà di un bullismo sino ad ieri impensabile e nella ferocia social. Gli stessi ragazzi sono poi pronti a scoppiare in pianto alla minima occasione, per la minima frustrazione. In balia delle loro impraticabili adolescenze che tendono a durare sino ai trent’anni, e oltre.

Feroci e piagnucolosi.

E questo ci pare normale.

Che dire? La nostra specie era caratterizzata dal termine sapiens, perché Linneo riteneva sua caratteristica essenziale la razionalità. Oggi si è giustamente sospettosi rispetto alla ragione, spazio alle emozioni; le ragioni del cuore sono scese alla pelle e poi alla pancia. Le facoltà dell’intelletto sono esercitate in modo improprio da organi impropri. Come ad esempio i piedi.

Dopo millenni passati alla conquista e al dominio del mondo (di nuovo horresco ecc.), per la prima volta l’uomo scientemente, determinatamente si è fermato e si è volto indietro. Le legioni, gli esploratori, i costruttori ed i curiosi lasciavano le loro impronte sulle strade della storia; ora l’impronta dell’uomo è il segno rosso del degrado e della sua violenza sulla natura.

All’alba del terzo millennio siamo infine approdati alla terra dei sogni.

Il Papa invita i giovani ad avere il coraggio di sognare, con una pregnanza di significati umani e religiosi che neanche Steve Jobs. Una pubblicità a favore della Ricerca fa esprimere alla mamma di un bimbo ammalato il rammarico di doverlo assistere nel suo calvario anziché “insegnargli a sognare”. Nel Rosario in diretta da Lourdes frequentemente possiamo apprezzare la geniale constatazione che “la famiglia è un sogno di Dio” (Ecco perché mi piace il tasto silenziatore).

Oltre all’amara sorpresa di avere un Dio in preda a delirio onirico è evidente che viviamo una vita di… ecco bravi, di scoraggiante desolazione. Perché altrimenti questa ossessione di realizzare, di vivere i nostri sogni? Che assomiglia tanto al soma del Mondo Perfetto.

Il sogno dell’Occidente, che vorrebbe e rischia di contagiare il resto del mondo ma che ha possibilità di attecchire solo su società ingrassate come oche, sta diventando un incubo.

Come quando sogniamo di essere in un pericolo mortale, nello stesso tempo sappiamo di stare sognando ma facciamo una fatica boia a svegliarci veramente.

 

 


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