Elon Musk
Elon Musk

 

 

di Mattia Spanò

 

Elon Musk ha dichiarato che “con l’intelligenza artificiale stiamo evocando il demonio”, e aggiunto “come in tutte le storie, c’è un tizio con pentacolo e acqua santa sicuro di controllare il demonio, ma non funziona così”. A beneficio di chi non crede in quelle “storie”, ha rincarato via Twitter che l’A.I. è “peggio delle armi nucleari”.

Si può appendere la polemica alla guerra commerciale fra il Metaverso di Zuckerberg e la sua Neuralink, che ha già connesso un maiale ad un computer. In un’altra recente intervista, il padrone di Tesla e SpaceX ha ironizzato che mentre Meta ti mette nel naso un televisore – un simulacro di realtà creata da altri – Neuralink compie la traiettoria opposta espandendo il cervello nella realtà. Non so se Musk abbia letto Verso un’ecologia della mente dello psichiatra Gregory Bateson, uno dei padri della cibernetica.

Bollato come eretico quando postulò che la mente fosse l’espressione della relazione fra intelletto e ambiente, in seguito espulso dalla ciber-comunità che aveva iniziato, Bateson fa parte di quei saturni che divorano i propri figli, capaci cioè di conversioni profondamente indigeste ai seguaci. Musk è certamente più ridondante di Bateson nello smentire se stesso: a settembre aveva seccamente preso le distanze dal vaccino, dichiarando che né lui né i suoi figli lo avrebbero fatto, salvo poi pentirsi vaccinandosi e vaccinando i figli, protestando però come l’obbligo vaccinale rappresenti un’erosione della libertà. Il tempo dirà se seguirà le orme di Bateson o troverà un equilibrio ponendo fine ai propri tormenti, e a quelli degli investitori.

In principio fu Steve Jobs. Musk è un esponente di spicco della generazione di imprenditori semidei visionari multimiliardari che alligna Zuckerberg, Bezos, Gates, il duo Brin e Page e fino a qualche mese fa Jack Ma, stritolato nelle spire di un dio più potente di lui: la Cina. Uomini che coniugano enormi patrimoni con un’idea di mondo sconfinato, e li fondono nel crogiolo della volontà di potenza. Potenza della volontà, forse in misura maggiore potenza della noia che prende quando hai vissuto tutto tranne l’essenziale, in largo anticipo sulla tua morte.

Il denominatore comune che lega queste personalità è il fatto che i loro seguaci sono più numerosi dei loro clienti. Si può dire che buona la loro fortuna dipenda dall’essere  anzitutto degli sherpa spirituali. Grazie a loro e al loro servizio, sono entrate nel linguaggio comune espressioni come “evangelista digitale”, “guru”, “entusiasta”, “seguace”, “apostolo”. Si diventa adepti di questi guru per realizzarsi in proprio: credere in se stessi è il leit-motiv che fa da quinta al teatro del mondo. Intorno agli anni ’20 del secolo scorso G.K. Chesterton, passeggiando non lontano da un manicomio col suo editore, osservava come quello fosse il luogo delle persone che credono in se stesse più di chiunque altro, al punto di qualificarsi come Napoleone, Giulio Cesare o Gesù Cristo.

La nostra epoca è segnata da una foga millenarista non diversa da quella descritta da Georges Duby nel suo Anno Mille: storia religiosa e psicologia collettiva. I tempi bui cui guardiamo con sarcasmo ce li siamo portati dietro, e forse dentro. Hanno a che fare con la natura umana? Allora a che pro affannarsi a cambiarla? Su cosa poggia la certezza di vivere nel migliore dei mondi possibili, o di essere più evoluti di chi è venuto prima?

La funzione salvifica della Scienza tramite il Vaccino, il timore della fine dei tempi, il progresso che scatena forze infere, l’attesa degli alieni, l’impulso scomposto a rendere decidibili evidenze biologiche come il sesso, l’identità frullato di natura, civiltà e cultura (o danza dionisiaca da un piano semantico all’altro, secondo l’ubbìa del momento), il catastrofismo ecologista, il dovere prono della dematerializzazione, il determinismo linguistico che si palesa nel politicamente corretto con infinite nomenclature sorvegliate da sbirri psicotici, lo sturbo del pensiero unico e gli autodafé furibondi con cui si gettano gli eretici tra fiamme per il momento immaginarie: tutte tessere di un mosaico poco propizio, un Kraken ignaro del principio di indeterminazione di Heisenberg – c’è un punto impenetrabile all’uomo in cui le leggi naturali violano se stesse e accade l’impensabile – che potrebbe per eterogenesi dei fini schiantarsi violentemente contro il futuro dal quale fugge. La lista delle distorsioni cognitive sarebbe lunga, in compenso il tema investe tanto i positivisti quanto i negazionisti.

È affascinante come il materialismo estremo si stia rapidamente sciogliendo nello spiritualismo estremo, e come gli spiriti che vi si affacciano non siano affatto benevoli. Il disboscamento dei segni discreti della presenza di Dio ha spalancato le praterie dove il diavolo va a caccia.

Quando papa Benedetto XVI invitò tutti a vivere etsi Deus daretur, come se Dio ci fosse, stava donando un’indicazione di salvezza e progresso laico autentici, un po’ troppo sbrigativamente accantonata. L’attuale pontefice ha una sensibilità diversa che lo porta a sperticarsi nell’elogio dei fagioli, “alimento umile e privo di orgoglio” (immacolata concezione del borlotto?). L’accostamento impervio fra le due citazioni depurate dal contesto e dai suoi autori, non da ruolo ricoperto e bersaglio retorico, sul piano simbolico proietta in altissima definizione la profondità del baratro di mucillagine intellettuale, altrimenti detta demenza, in cui ci siamo gettati. Torcendo Sartre, l’inferno siamo noi.

Questo breve insieme di echi illumina in modo diverso le parole di Elon Musk. Come ogni boutade azzeccata, rivela più di molti ragionamenti salmastri. Visto che non possiamo andare in paradiso, benvenuti nell’inferno del sedicente progresso umano, dove non saremo noi a regnare. A meno che non giunga sino a noi “la parola rivelata del dio”, come intuiva Platone nel Fedone e come accade ogni Natale. L’uomo non si salva da solo.

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