Papa Francesco e Nancy Pelosi (Vatican Media)
Papa Francesco e Nancy Pelosi (Vatican Media)

 

 

di Mattia Spanò

 

Questo è tutto quello che posso dire”. Papa Francesco ha così concluso il suo commento alla vicenda dell’arcivescovo di San Francisco che aveva vietato la Comunione alla cattolica stagionata Nancy Pelosi. La quale, nei giorni del ribaltamento della sentenza Roe Vs Wade, non si è fatta scrupoli: ha attraversato l’Atlantico ed è venuta in S. Pietro a ricevere le Santissime Specie, non senza salutare cordialmente il padrone di casa.

Davvero papa Francesco non può dire di più? Cosa ne tarpa il volo, il titolo storico di Vicario di Cristo? Cosa significa la frase precedente, “quando un vescovo perde la sua natura pastorale, causa un problema politico”? Sono macchie di Rorshach: il fedele piacione capisce quel che vuol capire, anche nulla. La politica vive di conflitti, o problemi come li chiama il papa. Un problema politico, in politica è la norma.

Perché un problema politico dovrebbe far perdere ad un pastore le sue prerogative? Il pastore fa il pastore, non l’assessore all’Apsa come mons. Zanchetta. Carica politica creata dal nulla dal papa e conferita al monsignore.

La pastoralità non è una natura, ma un compito. Cristianamente si chiama “vocazione”. La vocazione cristiana che segue il battesimo, in particolare il sacerdozio, sono richieste particolari di Dio all’uomo. Non sono “naturali”. A parte questo, è il pastore che guida le pecore, non le pecore il pastore.

Mi sembra che l’episodio del Vangelo del Buon Pastore che insegue la pecorella smarrita venga talvolta malinteso: il pastore non scappa con la pecorella, ma la insegue per riportarla all’ovile. L’ovile è il luogo dove la pecora è nutrita, accudita, protetta. La pecora fuori dall’ovile tende a morire male.

C’è poi un fatto cronologico: Cordileone vieta la Comunione alla Pelosi prima della visita della speaker del Congresso in Vaticano. È Cordileone che provoca un problema politico, o è la politica sedicente cattolica Pelosi che provoca un problema religioso ricevendo dopo la Comunione in San Pietro? Sembra la favola del lupo che divora l’agnello perché intorbida l’acqua bevendo a valle del lupo.

Non esistono soltanto problemi politici ma anche problemi religiosi. Quelli creati dalla pecorella in fuga, non dal pastore. Quelli che oggettivamente contrappongono un arcivescovo al papa, e mentre il primo non fa altro che applicare una legge divina, il secondo sembra non condividerla, o almeno pensare che ci siano leggi superiori.

Le disposizioni riguardo all’accostarsi ai sacramenti possono piacere o meno, ma sono semplici e chiare: se si vive in stato di peccato mortale, di perdita della Grazia che assiste normalmente il cristiano, non ci si deve accostare ai sacramenti. Punto.

Questi divieti devono essere chiari innanzitutto al fedele. È sul fedele che ricade la responsabilità dell’atto: il celebrante può essere corresponsabile nel momento in cui conoscendo bene il fedele, non lo ammonisca e non gli rifiuti il sacramento.

Abbiamo riferito di casi in cui la Comunione sulla lingua è stata rifiutata da sacerdoti a semplici fedeli, dobbiamo concludere poco rilevanti politicamente, dunque non problematici. Potremmo anche concludere che il vero peccato è non contare nulla, mentre l’essere notabili è il lavacro di molte colpe, se non tutte.

L’unico sacramento esentato da questa grazia speciale è la Riconciliazione, volgarmente detta “confessione”, proprio perché atto a emendare il fedele sinceramente pentito da colpe anche molto gravi.

Il sacramento che riconcilia con Dio è la confessione, non la Comunione. Non è vero che nell’Eucarestia “Gesù […] sana le nostre fragilità […] per aiutare gli altri nelle loro fragilità“. Altri non meglio identificati i quali, colpiti dalla grazia divina di rimbalzo, non avrebbero alcuna necessità di Comunicarsi, il che contraddice in modo insanabile il puntiglio di Nancy Pelosi nel ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo, e lo rende un sacrilegio a sangue freddo.

Come non è vero che ci si possa confessare senza il prete, incassando un perdono preventivo dietro una blanda promessa. Non c’è pandemia o catastrofe naturale che tenga, e spiace che il papa imbocchi certi vicoli ciechi che non menano da nessuna parte.

Come abbiamo visto lo Stato – e il Vaticano non ha fatto eccezione, anzi – non ha minimamente tollerato per lunghi mesi che non vaccinati andassero al ristorante, al lavoro o entrassero in posta nonostante non stessero violando alcun obbligo di legge, come del resto non potevano entrare in un supermercato senza mascherina.

Non si vede allora perché qualcuno senta l’urgenza di accostarsi in stato di peccato mortale all’Eucarestia, cosa che se sul piano pratico non può essere impedita – tranne nel caso di personalità pubbliche come Nancy Pelosi, la cui condotta e i cui pensieri siano in parte noti – è però chiaramente vietata. Comunicarsi è un precetto, ma lo è anche farlo in grazia di Dio.

La cosa non convince, non piace, non è condivisibile? Basta non andare a messa, non fare la Comunione e non dichiararsi cattolici, o definirsi cattolici non praticanti con autentico sprezzo del ridicolo: posizione assurda che vale quella di praticante non cattolico. La soluzione mi pare più semplice del problema stesso, il che significa che il problema non è tale.

Come anche una persona affetta da nebbia cerebrale dovuta a long-Covid capisce benissimo, la verità è che da svariati decenni si pretende che la Chiesa si adegui alla sensibilità dei fedeli, riducendo il fatto religioso a nominalismo puro. Come dire che siccome mi piacciono i bambini e gli voglio bene, allora posso mangiarli o andarci a letto.

Il papa stesso può constatare che nella Chiesa esistano ormai due tipi di pastori: il piccolo resto che cerca di trattenere il gregge nell’ovile recuperando le pecore ribelli (direi che la proporzione di una che fugge contro le novantanove che restano si è nel frattempo capovolta), e quelli che pensano di portarle a pascolare nella prateria, scambiandole per bisonti americani. Anche il maestoso bisonte, per quanto adatto allo stato brado, è stato puntualmente decimato.

Mentre i primi pastori sono rari come le oasi nei deserti, i secondi invece sono insospettabilmente cauti e trattenuti, nonostante il loro numero e una posizione di forza soverchiante. Restando nel vasto e complesso mondo degli erbivori, si vede che scalpitano come puledri per dare il rompete le righe e disperdere il gregge, eppure qualcosa di invisibile li trattiene dal farlo. Alludono, propongono, insinuano, praticano un discernimento compulsivo, ma non riescono a sferrare il colpo del K.O. alla Chiesa Cattolica.

Con la cura premurosa che il non credente ha per la salvezza dei credenti fatti fessi da un cumulo di fandonie, si potrebbe pensare che esitino perché se la Chiesa fosse stravolta o finisse, perderebbero i propri privilegi. Non ne sono convinto, perché il mondo incredulo è sempre molto riconoscente coi propri apostoli. Probabilmente vivrebbero molto meglio, senza un mucchio di fastidiosi vecchi precetti.

Per quanto un numero non irrilevante di loro trovi ormai l’idea stessa dell’esistenza di Dio supremamente ridicola – figuriamoci poi un Dio fatto uomo – qualcosa di ancora più sottile li trattiene. Penso che questo qualcosa sia l’ipocrisia.

Se infatti nascondo le mie reali intenzioni, convinzioni, pensieri e credenze dietro qualcosa di radicalmente opposto a queste, mi chiudo a doppia mandata in quel qualcosa che le cela. L’ipocrita, diversamente dal bugiardo o dall’assassino, vive in strana e indissolubile simbiosi con ciò che nasconde i pensieri del suo cuore.

È anche l’ipocrisia, qualità squisitamente politica (in questo senso, e solo in questo, il Santo Padre ha perfettamente ragione nel parlare di un problema politico) a preservare la Verità che la Chiesa da duemila anni pretende di annunciare agli uomini. Splendido e divinamente ironico paradosso, mentre la verità sopravvive benissimo senza la menzogna, la menzogna senza una verità da nascondere o negare non sopravvive un secondo. Mentre cerca di soffocarla a morte, affannosamente è condannata a mantenerla in vita.

Una volta i re dicevano “Parigi val bene una messa”. Oggi sono i preti a dire “la messa val bene Parigi”. Prosit, invece che amen.

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla





 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email