Famiglia mamma figlia

 

 

di Pierluigi Pavone

  

1.

In un editoriale del Corriere della sera, Beppe Severgnini ha fatto notare che <<la nuova “didattica a distanza” è conosciuta come DAD, che in inglese vuol dire papà. Avremmo dovuto chiamarla MUM (Mamme Ufficialmente Malmesse). Sono le madri italiane, infatti, che hanno retto la baracca educativa e familiare nei mesi della pandemia. E continuano a farlo>>.

Confermo e suggerisco una riflessione ad ampio spettro.

Vorrei cogliere l’occasione per un elogio pieno di gratitudine a queste mamme, casalinghe e professioniste, esperte di piattaforme informatiche e mogli. Donne vere, molto oltre gli slogan astratti del femminismo e incuranti delle assurdità Gender. Donne sul pezzo dei loro figli connessi in più stanze di casa, sul pezzo perché gli spinaci bruciano sul fuoco, sul pezzo perché col cellulare si connettono col mondo o fanno esami a distanza, sul pezzo perché i mariti – è inutile nasconderlo – hanno la parte facile. E quando si connettono loro, il mondo si ferma. E troneggia – almeno questa la pretesa “regale” – il silenzio monastico dovuto.

2.

Alcune di queste donne reggono nelle case italiane anche la baracca della fede, custodiscono il nido necessario e indispensabile di affetto e emozioni (scrivo “emozioni”, ma da uomo non conosco bene il significato del termine…), cementificano l’amore sponsale e filiale, curano le ferite (esteriori e interiori), praticano la santa virtù della abnegazione.

Eppure non sono né monarchiche, né esperte di marmellate fatte in casa e credenze da cucina. E sarebbe una grande ingiustizia umana e un grande peccato verso Dio non permettere e valorizzare la loro capacità di lavorare, di affermarsi nella società, di insegnare e di compiere straordinarie opere di misericordia spirituale, contribuendo anche alla difesa della stessa fede. Con buona pace dei merletti e dei centrotavola (di un mondo semplicemente antico e non per questo necessariamente più cattolico e più giusto). Perché la donna non esperta di pentole e cucito, non per questo è modernista. Anzi, spesso è tradizionalista con le mani nel fango. E non è solo il fango dell’orto. Anche il fango della vita, della società, dei cuori che incontra sui social.

3.

Donne forse celebrate – per altre vie e in altri contesti – anche da un film che vedrò e spero sia godibile e allegro. Divertente e non credo femminista.

MILITARY WIVES (La sfida delle mogli nel titolo in italiano). Il film racconta di donne contemporanee che vivono, nella loro prospettiva e nel loro cuore, ansie e angosce per i mariti esposti al pericolo, e decidono di realizzare un coro e regalare momenti di sollievo. Una storia vera di un gesto di amore di alcune mogli verso i propri mariti, soldati al fronte.

Perché “la Musica non diventa grande quando tutto è perfetto ma quando ci tieni”!

Non solo la musica. Anche la famiglia. Quella reale, quella di un uomo e una donna che assaporano (forse) un po’ di tregua a fine serata, svenendo di fatica sul divano, che a volte ha il sapore dell’ora d’aria, tra pediatri, scuole a distanza (sia per etere sia per strade intasate di traffico reale), file per la spesa e file di spese, tragedie per il gioco rotto, guerre mondiali tra fratelli di 4 anni da far invidia a Hobbes, capricci per il colore della cannuccia, e impazzimenti vari.

Quelle famiglie prese nella morsa contraddittoria della quarantena nel dilemma se fosse meglio sorbirsi 2 ore di traffico per portare i figli a scuola o tenerseli 24 ore a casa: forme alternative di come perdere la ragione e mettere a dura prova la fede…

Quelle famiglie che non sono né forme surrogate – senza neppure mamma e papà – di egoistici mercati internazionali di bambini, né forme arcaiche a volte di bigottismo ideologico fine a se stesso, da zappa e castelli.

4.

Spesso la difesa della dottrina cattolica contro erosioni esplicite e intenzionali di eresia e apostasia ha dovuto inglobare, per così dire, la tutela nostalgica della donna “regina del focolare”: in debito con se stessa, con Dio, con il marito e con i propri figli, se coltiva interessi professionali, se ha una cultura accademica, giusto un po’ al di sopra dello “stiro e rammendo”, se ha più che giustificati sfoghi di fatica e frustrazione in contraddizione con un astratto istinto materno.

C’è chi approfitta del Covid per distruggere la famiglia, far passare leggi totalitarie in parlamento, per legittimare a livello internazionale maternità surrogate e compravendita di bambini. Ma c’è anche chi critica a priori disposizioni e restrizioni governative, chi critica a priori proposte di tutele scolastiche, sbandierando (ora) la necessità di relazionalità e presenza fisica in aula, quando fino a tre mesi fa, osteggiava la scuola di stato come – sempre, dovunque e comunque – fucina di ideologia anti-cristica.

Da parte mia, forse anche per esperienza diretta, ho sempre cercato equilibrio nelle opportunità e nei pericoli dell’ambiente scolastico, come di ogni altro, nelle contraddizioni infantili e adolescenziali, nelle legittime  cautele anche restrittive, per impedire gravi infezioni. Da parte mia ho sempre elogiato quelle mogli che hanno avuto il coraggio della verità (e non si nascondono dietro la recita teatrale di copioni d’altri tempi) nel sacrificio di essere madri, di mettere al mondo ogni giorno figli, di offrire le proprie rinunce a Dio, di sopportare mariti che in quanto uomini giocano a fare i Leviatani, di sentirsi oggettivamente all’altezza di un’affermazione lavorativa e professionale. Cosa, che non le rende meno donne o madri. Ma solo più degne di stima, di amore, di rinunce maschili perché abbiamo il loro tempo. Come valore e non come concessione da parte dell’altra metà dell’universo…

 

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