Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen

 

di Mattia Spanò

 

Le elezioni europee sono state, per molti e sovente opposti motivi, più sentite del solito. La sensazione era, su entrambi i fronti, di essere alla vigilia della battaglia decisiva per le sorti della guerra. Come quasi tutte le sensazioni, era sbagliata.

Da una parte gli europeisti di balsa: globalisti, antiputiniani, atlantisti pro-NATO e Israele, pro-vax e pro-green pass vorrebbero gli Stati Uniti d’Europa, più Europa, l’austerità che fa crescere, droga legale, aborto ed eutanasia in Costituzione. Sono i cultori del vincolo esterno che asfissiano paesi come l’Italia col mantra “troppo piccolo per competere nel contesto globale”. Sono più o meno gli stessi che qualche anno fa gridavano al pericolo populista e sovranista, mentre oggi sbraitano che fascismo e nazismo son tornati a passo dell’oca.

Dall’altra troviamo un’accozzaglia non meno etero-ingenua che rigetta in blocco qualsiasi autorità e ordine costituito, ma al tempo stesso appare incapace di costituirsi in un movimento culturale e politico che sappia porre un’alternativa credibile: sono i no-vax e no-green pass, filoputiniani, ProPal, no global, no Nato, antisionisti, antieuropeisti, no euro eccetera.

L’opposto logico dei primi, un movimento meno strutturato, più povero e sgangherato. Un mondo che, non potendo colpire il fronte avverso, ha dichiarato guerra al suo interno dividendosi fra astensionisti (con l’obiettivo di delegittimare i centri del potere) e chi ha votato turandosi il naso. Gli italiani si uniscono volentieri sotto bandiere straniere – è un fatto storico – ma se devono farsene di proprie vanno in frantumi.

Questa divisione così netta, feroce e determinata dovrebbe favorire lo statu quo, vale a dire la conservazione del potere nelle mani di chi lo detiene. Ciò soprattutto in Italia, paese che ha un senso traumatico del cambiamento e una diffidenza innata verso il pensiero singolare e la democrazia. In Italia si giudica un’elezione non in base al risultato, ma in base al risultato atteso fino al giorno prima del voto. In Italia si danno la mano due opposti conformismi: l’asservimento e la ribellione.

Nel resto d’Europa le cose vanno diversamente, ma il risultato non cambia. Macron, preso atto di aver raccolto meno della metà dei voti di Marine Le Pen, ha sciolto le camere e indetto elezioni anticipate. Il corrispondente Mediaset, Leonardo Panetta, pubblica un’illuminante mappa del voto francese: Macron è votato a Parigi e Lione, e in pochissime altre aree urbane. Il resto della Francia è un plebiscito lepenista. Lo scioglimento improvviso delle camere – strategia già percorsa da Mattarella alle ultime politiche – è un modo per mettere alle corde l’avversario.

Non sempre riesce, ma comunque contiene i danni: il trauma improvviso spinge le persone a stringersi intorno alla condizione nota, invece che spingerle verso l’ignoto. La maggior parte delle persone non cerca miglioramenti o cambiamenti, ma l’abitudine. Motivo profondo per il quale tutti accettano le menzogne della campagna elettorale, e il successivo scollamento del vincitore dalle promesse e dalle premesse.

A proposito dell’immagine rilanciata da Panetta. Un giorno occorrerà riflettere sulla perfetta sovrapposizione fra cultura liberal urbana, e il conservatorismo rurale. Una situazione del tutto speculare a quella francese si verifica in Italia – Milano, Roma, Bologna e altri grandi centri che fanno per così dire vita a sé stante, corpaccioni estranei al resto del paese – e negli Stati Uniti, dove la cultura liberal si insedia nelle megalopoli costiere, mentre ignora quasi del tutto il centro agricolo del paese, sopravvivendo grazie ad alchimie di regolamenti elettorali.

C’è il tema enorme dell’economia del terziario avanzato, tipica della grande città, e l’economia della produzione e della sussistenza, che sono entrate in conflitto anche e soprattutto sul piano culturale: ad esempio, l’idea di “natura” e di “green” è un’idea essenzialmente urbana. L’inquinamento, i rifiuti, la qualità dell’aria e dell’acqua sono temi urbani, non certo condizioni generalizzate.

Andiamo avanti. In Germania, AfD – Alternativa per la Germania – ottiene un risultato clamoroso, diventando secondo partito dietro la storica CDU, il partito di Merkel e Von der Leyen. I Verdi della Baerbock e soprattutto la SPD di Scholz dimezzano i voti presi alle elezioni politiche che li hanno portati al governo.

In Belgio, il primo ministro De Croo ha annunciato in lacrime le proprie dimissioni: è il leader di Open VDL, il partito liberal democratico. Vero è che in Belgio si è anche votato per le politiche, dunque le tendenze elettorali hanno espresso un voto coerente. Anche in Belgio, sede dell’Unione, avanzata impressionante del partito di “estrema destra”, naturalmente “illiberale”. In Austria, paese che con Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca fa parte del Gruppo di Visegrad, primo partito è l’FPÖ, come in Grecia vince Nea Demokratia. Partiti di estrema destra, ça va sans dire.

In Italia il risultato tutto sommato riflette quello delle politiche che hanno portato FdI al governo. Il PD riguadagna il fisiologico 23%, portando via 4 punti al M5S di Conte: quelli che sostengono che i 5S sono un partito-clone del Pd (nel 2019 i voti dei 5S hanno insediato Ursula Von der Leyen alla Commissione Europea) non hanno tutti i torti. Il dato di fatto è che l’area liberal “de sinistra”, per quanto frammentata, in Italia vale un 30-35%.

Fallisce miseramente il ticket Renzi-Bonino (Stati Uniti d’Europa): a livello di marketing culturale e politico, l’idea è stata lanciata sul tavolo. Come accade da decenni coi Radicali Italiani, fucina di idee rivoluzionarie e di risultati elettorali visibili al microscopio, saranno altri partiti a portare a termine il piano. Il posizionamento di Renzi sull’innovazione politica e riformista spinta – come fecero i Radicali di Pannella – è sia un alibi che garanzia di sopravvivenza politica.

Che indicazioni possiamo trarre da queste elezioni? Nessun cambiamento rilevante: la “marea nera”, i “rosso-bruni”, il ritorno del “nazifascismo” sono spauracchi agitati davanti ad un’opinione pubblica rimbecillita dal vaniloquio televisivo.

Allo stato attuale e salvo colpi di scena, Von der Leyen è quasi certa della rielezione. Dal momento che né il Parlamento Europeo, né men che meno quelli nazionali, hanno potere d’influenzare le politiche della Commissione, se dev’essere guerra alla Russia, guerra sarà. Se dev’essere pandemia, pandemia sarà. Se dev’essere deindustrializzazione selvaggia, questo sarà.

Non dovesse essere rieletta Von der Leyen i leader liberal moribondi – Macron, Scholz, Mattarella & C., per tacere del “mondo libero” guidato da un vecchio petomane che usma bambine  – faranno in modo di rimpiazzare la pessima Ursula con la “garanzia Draghi”. I media, con l’eco di una pattuglia di irriducibili minoritaria, gabelleranno ogni provvedimento illiberale e repressivo come “resistenza democratica” all’ondata “rosso-bruna” che rischia di annientare il “sogno europeo”.

Questi risultati non fanno altro che acuire lo scontro, rendendo più “necessaria” e feroce la repressione, anche violenta, del dissenso. La censura, la rimozione delle libertà personali e l’esercizio pubblico e collettivo delle medesime attraverso la relativizzazione dei diritti fondamentali, come i mostri del passato agitati per legittimare l’esercizio di una violenza mostruosa, non richiedono né ammettono il consenso. È la democrazia aperta mutuata dalla società aperta di sorosiana memoria: ti include se manifesti obbedienza asinina, ti espelle dalla società se non ti pieghi.

Queste elezioni saranno la pietra tombale sulle democrazie occidentali come le abbiamo conosciute. Non è detto che sia un male, dal momento che sono proprio loro ad averci ridotti in queste triste condizioni.

 


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