di Annarosa Rossetto
Negli ultimi giorni è morto Paul R. Ehrlich (1932–2026), biologo statunitense noto per aver diffuso, con il celebre libro The Population Bomb (1968), l’idea che la crescita demografica avrebbe condotto rapidamente a carestie globali e al collasso delle risorse. La sua figura, tornata al centro del dibattito, offre l’occasione per una riflessione antropologica più profonda, anche alla luce delle critiche emerse negli anni.
Ehrlich interpretava il rapporto tra uomo e natura in chiave fortemente neo-malthusiana: un aumento della popolazione umana significa una maggiore pressione sull’ambiente, che può portare a crisi alimentari e sociali. Nel suo schema, l’uomo appare soprattutto come un fattore di squilibrio, se non addirittura come una minaccia. Non sorprende dunque che Ehrlich potesse affermare:
«Troppi esseri umani stanno distruggendo il sistema di supporto vitale del pianeta».
In questa prospettiva, il problema non è anzitutto ciò che l’uomo fa, ma il fatto stesso che esista in numero crescente.
Molte di queste previsioni si sono rivelate errate o gravemente imprecise: le grandi carestie globali annunciate non si sono verificate nelle forme previste, mentre sviluppo agricolo e innovazione tecnologica hanno ampliato la capacità produttiva del pianeta. Il limite di fondo sembra dunque non solo empirico, ma soprattutto teorico. Celebre, in questo senso, la scommessa persa contro l’economista Julian Simon sull’aumento dei prezzi delle risorse.
Secondo la prospettiva di Ehrlich, l’uomo tende a essere visto implicitamente come un problema da contenere, più che come una risorsa. Da questo discende una visione che può facilmente giustificare politiche di controllo demografico e una riduzione della persona a variabile biologica.
L’antropologia cattolica parte invece da un presupposto opposto: l’uomo è immagine di Dio e custode del creato. Non un intruso, ma un soggetto capace di responsabilità e creatività.
Come ricordava Giovanni Paolo II in Centesimus Annus, la crisi ecologica e quella demografica hanno una radice comune, un “errore antropologico” :
“Mentre ci si preoccupa giustamente (…) di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione (…) ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica «ecologia umana». Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato.”
Su questo insiste anche Benedetto XVI, che a proposito di ecologia e rapporto con la natura ha scritto:
«Il libro della natura è uno e indivisibile: comprende l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali…» (Caritas in veritate, 51).
E aggiunge una conseguenza decisiva:
«Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, anche la coscienza ecologica ne risente».
L’eredità di Ehrlich è quindi fortemente ambivalente: ha certamente contribuito a sensibilizzare sul tema ambientale ma al prezzo di diffondere una visione dell’uomo segnata da sfiducia e pessimismo.
Per una prospettiva cattolica, l’alternativa non è tra crescita illimitata e controllo dell’uomo, ma tra due antropologie:
- una che vede l’uomo come una minaccia;
- un’altra che lo riconosce come persona chiamata a coltivare e custodire il creato.
E, paradossalmente, mentre per decenni ascoltando i profeti di sventura come lui, si è temuta la sovrappopolazione, oggi il mondo sviluppato – e in particolare l’Europa – si trova di fronte al problema opposto: il cosiddetto “inverno demografico”, ovvero il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione e una generazione di giovani segnata da eco-ansia, costantemente preoccupata per imminenti calamità e per il futuro.
In Italia e in gran parte dell’Occidente, il numero medio di figli per donna è ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1), con livelli attorno a poco più di un figlio per donna e nascite in continuo calo, problema che non riguarda solo l’aspetto economico o sociale, ma diventa una questione di sopravvivenza culturale e umana.
L’inverno demografico rivela così, in modo quasi speculare, il limite dell’impostazione di Ehrlich. Laddove si è diffusa l’idea che l’uomo sia un problema, si è finito per perdere il desiderio stesso di generare vita. Una società che non genera più figli è, in ultima analisi, una società che ha perso fiducia nel proprio futuro.
Per questo, la morte di Ehrlich invita a guardare con maggiore scetticismo il catastrofismo che continua ad imperversare e a domandarsi non tanto se avesse torto o ragione nelle sue previsioni ma quale visione dell’uomo domini nella prospettiva ecologista contemporanea. Perché il futuro dell’ambiente – e della stessa umanità – non dipende da quanti siamo, ma da che valore riconosciamo al nostro essere uomini.
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