L’ego contemporaneo, salito a livelli di guardia, ha divelto gli argini del lento fiume della storia e ha inondato la società umana. A seguito del fanatismo antropocentrico, ogni disciplina e scienza è ora al servizio della “sostenibilità”, per cui il cosmo è divinizzato e l’uomo è un parassita da rimuovere.

Ego

 

 

di Silvio Brachetta

 

L’«egologia», secondo il Dizionario Olivetti di lingua italiana, è il «modo di vita basato sull’individualismo più competitivo, che punta solo alla realizzazione di sé e del proprio vantaggio, approfittando dell’altrui disponibilità». Secondo Edmund Husserl, la fenomenologia è inizialmente egologia e punto terminale dell’epoché – della sospensione del giudizio – nonché espressione dell’«ego assoluto», quando rimuove tutto ciò che lo trascende.

Non solo, ma Emmanuel Lévinas sostiene, circa il pensiero di Martin Buber, che l’intera filosofia è egologia, per via del fatto che non c’è verità senza un soggetto che la pensa; e non c’è un soggetto che pensa senza una coscienza il cui «essere» è «isolato» – ovvero, la coscienza «esiste a partire da se stessa» (in Martin Buber, Castelvecchi). È il vecchio ritornello dell’autosufficienza luciferina: per esistere non ho alcun bisogno di Dio, né di un altro essere, ma basto a me stesso.

Le cose, almeno in ambito filosofico o speculativo, non stanno proprio così. Sarebbe più vero dire che è la filosofia moderna ad aver bisogno dell’egologia, soprattutto a seguito delle suggestioni idealiste e razionaliste. La filosofia classica e la teologia (fino alla Scolastica) si riferivano piuttosto a metodologie più umili. Il greco non aveva, in genere, manie di grandezza e lo scolastico considerava se stesso un «nano sulle spalle dei giganti».

Egologia ed egolatria sono dunque separate da una membrana sottilissima, che si lacera spesso e conduce all’egoismo (o solipsismo), puro e mostruoso ad un tempo. Ludwig Wittgenstein affermò, nei Diari, che «vi sono due divinità: il mondo e il mio Io indipendente».

E l’ecologia? Può assumere le forme dell’egologia? Dipende. Innanzi tutto, c’è sempre da diffidare dei neologismi, perché non è mai un errore il sospetto guardingo sulla modernità. In un contesto, inoltre, di «personalismo», di «umanesimo integrale» o di «svolta antropologica» – quale quello moderno – non è infrequente che ogni concetto sia, in qualche modo, ricondotto all’uomo, alla sua coscienza e (immancabilmente) alla centralità del suo ego.

Nel caso dell’ecologia, l’attenzione sarebbe da spostare all’esterno, all’ambiente, alla casa comune. L’ecologia dovrebbe, pertanto, suscitare un interesse positivo, a beneficio dell’uomo e della natura. C’è però un problema. È sempre più in uso l’aggettivo «sostenibile» (ennesimo neologismo), volutamente equivoco e associato ad un ventaglio di concetti: «ecologia sostenibile», «architettura sostenibile», «economia sostenibile», «sviluppo sostenibile», ecc…

La «sostenibilità», introdotta nel 1972, alla prima conferenza ONU sull’ambiente, sembra un termine innocuo: dovrebbe garantire il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni, senza che quella anteriore possa danneggiare quella posteriore.

Ma in che modo una generazione del passato danneggia una del futuro? Ad esempio – dice la Commissione Brundtland (1987) – mediante la crescita della popolazione. E qua si svela il vero obiettivo dei promotori della sostenibilità: il vero nemico dell’ecologia (come anche dello sviluppo) è l’uomo stesso.

L’ecologia, divenuta sostenibile, allora, non è più la salvaguardia del creato o della natura, in modo da promuovere il miglioramento della vita umana. Al contrario, l’uomo è percepito come un intruso, un agente inquinatore, da espellere dal contesto ecologico. Quello che si vuole sostenere non è l’uomo in equilibrio nella natura, ma la natura ripulita dalla presenza umana.

In questo caso – seppure in senso negativo – l’uomo torna al centro dell’attenzione e l’ecologia è, in realtà, un’egologia mascherata. L’egologia ecologica è anche di coloro che difendono la sostenibilità: si tratta di una classe di privilegiati, la cui ricchezza li mette bene al sicuro da ogni pericolo di essere tolti di mezzo dall’ideologia.

Difficilmente, insomma, sia che si tratti di sviluppo, o di ecologia, o di economia troveremo oggi un campo di ricerca esente dall’egoismo. È sufficiente solo accennare al flagello dell’aborto, del divorzio, dell’eutanasia, dell’utero in affitto o di altre disumanità consimili, per capire quanto siano lontani da realizzazione l’«umanesimo integrale» o il «personalismo», vagheggiati soprattutto da certo cattolicesimo. Sono concetti che appartengono più al mondo della retorica che a quello reale.

L’egoismo, o l’egologia filosofica, sono totalizzanti e – se applicati alla politica – profondamente totalitari. Il totalitarismo è la pretesa di ridurre un concetto a totalità del reale e imporre questa follia al prossimo: se qualcuno, ad esempio, mette al centro del suo pensiero lo stato, tutti devono obbligatoriamente guardare allo stato come al principio fondante del tutto.

A questo proposito Oscar Wilde scriveva: «Una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe terribilmente egoista se volesse che i fiori del giardino fossero tutti rossi e tutte rose».

 

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