Van Gogh, Primi passi, 1890
Van Gogh, Primi passi, 1890

 

 

di Jacob Netesede

 

Flashback: era il 2005 ed era il tempo de “l’Appello per l’Educazione” “vera emergenza nazionale”.

Grandi firme, sito internet, rassegna stampa: tutto perfetto.

Ecco l’idea: “L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica – a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società”.

Non solo: “Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere. È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta”.

Sembra scritto ieri, sembra scritto oggi… non è forse ancora -o più- vero?

Ma mi chiedo, che ne è stato nei fatti di questo appello?

Nell’appello politici, professori, giornalisti, imprenditori, professionisti, attori e poeti lamentavano la distruzione dei luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.

Già, la Chiesa: chi tra i cattolici ha dato, dagli anni ‘80 soprattutto, membra, risorse ed energie per decenni al tema educativo è il movimento nato da Don Luigi Giussani.

Il perché è semplice: per Giussani educare è quel che in termini cristiani si definisce una “missione”.

Per questo è interessante richiamare alla mente tre paradigmatici episodi di questi venti anni.

Sono a mio avviso paradigmatici perché, con minime variazioni, descrivono il percorso di diversi ambiti nel tragitto culturale da San Giovanni Paolo II a Francesco.

Agli inizi degli anni duemila, la sintesi di questa missione rimaneva plasticamente visibile nel giudizio contenuto nel libro “Il rischio educativo” (Jaca Book, Giussani, 1977) e, soprattutto, nelle molteplici opere educative sorte, ovvero cooperative, fondazioni, associazioni, scuole paritarie di ogni ordine e grado.

 

Il cambiamento d’epoca: capitolo 1, la sfida

Passano due anni dall’appello ed ecco nel 2007 i vertici del Movimento di Comunione e Liberazione nato da Don Giussani surfare l’onda del cambiamento d’epoca: “Approfitto di questa occasione per chiarire la mia posizione rispetto all’andare o no a insegnare nello Stato: adesso c’è una opportunità enorme per tanti di voi di entrare nella scuola statale. Ora, il mio desiderio non è che tutti lo facciano. Dico solo che questa è un’occasione missionaria per tutti noi. Tante scuole aderenti alla Foe [Federazione Opere Educative, n.d.r.], hanno venti insegnanti e più; mi domando se tutti e venti sono decisivi per tenere in piedi la scuola o se dieci di essi non potrebbero più utilmente portare la loro testimonianza nella scuola statale. Non perché una scuola libera non sia utile, ma perché noi siamo per tutti. Occorrerà poi, in ogni caso, vedere se ci sono delle persone che sono assolutamente indispensabili, ma io mi domando se tutti e venti sono indispensabili. Voglio solo condividere con voi una preoccupazione. Adesso abbiamo una grossissima possibilità (forse per qualche anno non ce ne sarà un’altra come questa). In che modo ci sfida? A che cosa ci richiama questa possibilità? Io dico: non abbiamo un altro criterio che la missione. Questo non vuole dire abbandonare senza criterio la scuola paritaria, ma vedere come tutti stiamo davanti a questa situazione” (J. Carron, Trent’anni di presenza nella scuola, Milano 2007).

Ci fu dunque la sfida (e si disse che negli anni successivi occorreva verificarne l’esito…).

Nel 2007 l’indicazione, in sostanza, fu: l’emergenza educativa si affronta anche mandando (tanti o pochi) insegnanti “indispensabili” in missione nelle scuole statali.

Tralascio numerose domande come “cosa significhi indispensabile?” “indispensabile si nasce o si diventa?” “Se lo si diventa, come, quando, frequentando chi?”…

Insomma, non entro nel merito del contenuto di questa indicazione, la registro come dato: “la missione è nelle scuole statali, entrateci e cambiatele da dentro”.

 

Il cambiamento d’epoca: capitolo 2, la vendetta

E fu sera e fu mattina, eccoci al 2014 quando la medesima autorità tenta di rispondere a chi chiedeva conto delle preoccupanti conseguenze dell’esodo di “indispensabili” nelle scuole statali.

Domanda: “I docenti sono i primi protagonisti della vita della scuola. Ogni anno ci troviamo ad affrontare il problema del trasferimento di alcuni di loro, per scelte di lavoro diverse o per l’assunzione in ruolo nella scuola statale. Come aiutarci di fronte a questi cambiamenti, consapevoli che la libertà della persona viene prima di tutto e che la fatica di ricominciare con nuovi docenti può essere per tutti l’occasione di approfondire lo scopo della scuola?”.

Ed ecco la risposta: “È una bella sfida quella che avete davanti! Che cosa offrite agli insegnanti? Vale la pena il tipo di lavoro che fate insieme, anche rinunciando a un certo stipendio o accettando certe ore di lavoro extra? È una sfida. Non potete pretendere di tenere gli insegnanti soltanto con un appello per così dire ascetico, perché non potranno resistere molto tempo. Occorre, piuttosto, che siano così entusiasti di quello che fanno da preferire un’opzione lavorativa a un’altra, e in questo la partita è aperta. Possiamo arrabbiarci e lamentarci del fatto che alcuni cambino scuola oppure possiamo usare questo, di nuovo, come una sfida. Che motivo avrebbe ciascuno di noi per restare in una scuola come le vostre? Se noi fossimo al posto dei vostri insegnanti che se ne vanno, avremmo una ragione adeguata per rimanere? Per poterli convincere, potete offrire ai vostri professori solo la testimonianza di questa ragione. Non c’è un’altra modalità, consapevoli come dicevi che la libertà della persona viene prima di tutto. Allora è questa sfida alla loro libertà, alla loro ragione quello che è in gioco. Per questo, da una parte, è bello che le vostre scuole possano far sorgere delle persone, formare persone che possano andare anche nel mare aperto delle scuole statali a portare la testimonianza di quello che hanno trovato e che hanno imparato nelle vostre scuole; mi sembra una cosa che vi fa onore, non è una disgrazia prima di tutto. Poi è evidente che questa è una sfida, perché dovete ricominciare da capo con altri insegnati. Ma anche questo è un bene per le vostre scuole, perché l’entrata di aria fresca è sempre una cosa buona, ed è meglio che andare avanti col già saputo”. (Incontro CDO Opere Educative, J. Carron, Milano, 30 settembre 2014).

Vostre”: l’aggettivo possessivo è rivelatore, in fondo.

Si capisce che la missione è nella scuola statale (…tipo la Chiesa in uscita, hai presente?) ed è bello che le scuole paritarie siano luoghi di formazione dei docenti in favore delle scuole statali (che poi ovviamente saranno cambiate da dentro…).

Di fatto i genitori delle scuole paritarie pagano fior di rette perché, con i figli come cavie, i docenti imparino bene in vista della missione nello Stato.

E gran finale: la fatica è “aria fresca” ed è un bene perché così non si monta in superbia!

In un lento ed inesorabile processo, le scuole che abbracciavano questa linea hanno iniziato a sperimentare la fatica di trovare e mantenere docenti in grado di educare secondo l’ispirazione cattolica.

La scuola è, in larga parte, esito del lavoro dei docenti che vi lavorano.

Secondo voi, la fatica di trovare e mantenere docenti aumenta o riduce la distruzione dei luoghi educativi denunciata dall’appello del 2005?

 

Il cambiamento d’epoca: capitolo 3, contrordine compagni.

E fu sera e fu mattina, eccoci al 2023.

Di recente, in modo pubblico, i vertici (nominalmente cambiati) di Comunione e Liberazione si sono espressi, grosso modo cosi: “La missione – Lo struggimento inizia dove sei chiamato ad essere, non per te stesso, ma perchè lì c’è un uno che ti manda Essere mandati vuol dire essere in nesso profondo con chi ti ha mandato. Se perdi questo, decade tutto. L’ambito educativo, insegnamento nelle scuole e università, è una priorità. C’è bisogno di una presenza educativa sicura nei luoghi dove si formano i ragazzi. Considerate seriamente l’insegnamento come strada privilegiata per la vostra professione e per la vostra testimonianza. Considerate le scuole libere, sono luoghi di educazione per le famiglie, i presidi, i gestori, gli insegnanti. Sosteniamole, le difficoltà che devono affrontare sono sempre di più. Vi invitiamo a lavorare insieme” (non letterale, ma quasi).

Saranno forse i nemici di un tempo che tornano vincitori?

L’appello del 2005 torna di moda e con esso “la priorità…”, il “bisogno di una presenza educativa sicura…”, le “scuole libere”.

E si aggiunge: e “noi sosteniamole…” visto che ci sono “sempre più difficoltà”.

Ma quali sono le “scuole libere” da sostenere: le statali convertite dall’invasione missionaria o forse le paritarie di un tempo?

 

Il cambiamento d’epoca: capitolo 4, un grande bluff

Nella retorica della sfida e del cambiamento, si è forse persa la definizione esatta di qualche parola chiave.

E, come noto, “la definizione delle parole più importanti della vita, se viene determinata dalla mentalità comune assicura la schiavitù totale, l’alienazione totale”: educare è una di queste.

Se avesse ragione Makarenko, pedagogista sovietico, per il quale «L’educazione è la catena di montaggio dalla quale uscirà il prodotto del comportamento adeguato alle richieste di chi organicamente incorpora ed interpreta il senso del divenire storico», il governo (ecclesiale, sociale, partitico…) dovrebbe indicare le esigenze e chiamare a raccolta i soldati.

Armatevi e partite: “noi, qui in alto, sentiamo che c’è una priorità: voi laggiù, dedicatevi all’educazione!”.

Questa è ideologia in purezza: dobbiamo produrre (soldati, operai, consumatori, badanti, insegnanti -meglio se indispensabili-, fedeli, followers…).

 

Conclusioni

Quanto descritto si applica al sinodo sinodale, all’ecologia, al gender… tutte tematiche, per dirla con gli inglesi, top-down: le famiglie arrancano tra mutui, solitudine, inflazione e mancanza di senso e noi le affliggiamo con assurdi imperativi green o lobbistiche rivendicazioni di minoranze rumorose.

Leggo che i collegamenti alla conferenza stampa del sinodo sulla sinodalità (…) su Vatican News non arrivavano a 70 utenti: oltre ai capi e ai mestieranti, a chi interessa realmente?

Per questo penso che un richiamo come quello recentissimo di sostenere le scuole libere, possa risultare oltre che fuori dal tempo, l’ennesimo esempio del fatto che, senza giudizio di ciò che è successo, gli accadimenti non maturano in esperienza (…l’esperienza coincide col giudizio dato su quel che si prova).

Perché la realtà non tradisce: giudizi sbagliati conducono ad azioni sbagliate!

Sfide, cambiamenti, aria fresca e occasione missionaria… bla bla bla.

A me sembra che il processo, perché sia veramente umano, debba essere diverso.

All’origine di una ipotesi educativa c’era, c’è e ci sarà la fede.

Da questa il realismo e, quindi, la domanda: se non io, chi educa i miei figli?

Questa domanda risuonava nel cuore dei genitori e nei dialoghi delle comunità e, coerentemente con gli strumenti dell’epoca, faceva sorgere opere educative.

Dal basso saliva la domanda che il vertice non poteva che raccogliere e benedire.

Don Giussani (che ebbe a dire in un collegio docenti: “l’a priori che guida la nostra scuola è la fede”) con il Liceo Sacro Cuore a Milano, una delle prime e simboliche esperienze di scuola paritaria, ebbe l’occasione di fornire un esempio: così, mattone su mattone, mostriamo al mondo cosa significhi educare.

E numerose opere, intraprendenti e coraggiose furono la risposta al grido di “libertà di educazione” che la fede aveva rigenerato nel cuore dei genitori: le nostre scuole.

Invece oggi molte di queste opere finiscono dominate da prudenti tecnicismi, avendo di fatto smarrito l’anima libera, coraggiosa e intraprendente che era all’origine.

E i genitori cercano, nel migliore dei casi, comode campane di vetro, forse illudendosi di evitare ai pargoli le ruvidezze del mondo moderno (che, tranquilli, si insinua comunque grazie agli smartphone…).

La falsa idea per cui un presunto “cambiamento d’epoca” comporti un cambiamento delle esigenze primarie del cuore di ogni uomo in ogni tempo della storia, modifica dall’interno il concetto di missione (ben compreso, forse, oggi da alcuni tentativi di scuole parentali…).

Riempirsi la bocca di “sfide” senza mai prendere atto di averle, sotto il profilo della ragione e del realismo, perse rovinosamente, è fastidioso come inneggiare trionfanti alla libertà di pensiero in consessi in cui si entra solo con il green pass.

 



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