crisi-economia recessione

 

 

di Mattia Spanò

 

Non scrivo molto di economia. Ho conoscenze limitate, legate a scuole romantiche o di matrice religiosa: cose superate che ancora mi affascinano perché possiedono un sostrato morale, almeno nelle intenzioni. In quelle teorie, ancora sopravvive una preoccupazione per l’uomo come singolo, come società, come nazione.

Ho avuto professori della materia che mi hanno messo in guardia da teorie e modelli, affermando senza mezzi termini che sono necessari: aiutano a capire ma per lo più non funzionano.

In un numero relativamente scarso di anni, siamo passati da un’economia del sostentamento-sussidio, all’economia del bisogno. La parola piace molto (tutti hanno bisogni) ma spesso dimentichiamo che i bisogni si possono produrre. I bisogni sono i primi prodotti.

Sarebbe opportuna una distinzione fra i “bisogni naturali” – bere, mangiare, dormire, coprirsi, lavorare, curarsi – e “bisogni prodotti”, ma questa non viene quasi mai fatta: anzi si tende a portare il bisogno prodotto sul piano di quello naturale, aumentandone in questo modo la domanda relativa.

Per queste ragioni preferisco la parola sostentamento relativo all’uomo, e sussidio di animali o cose: sostenere e aiutare gli attori economici e i mezzi di produzione. Domanda e offerta, con processi di adeguamento e miglioramento a volte molto lunghi, che avanzano per lo più a strappi (l’invenzione del motore a vapore e poi a scoppio, ad esempio).

Da qualche decennio ci siano invece consegnati all’economia psichica. Lo studio della mente, del comportamento e dei modi di condizionarli e replicarli sono diventati centrali nel pensiero economico. La comunicazione, o meglio la manipolazione o addirittura il plagio, hanno preso la scena. La nuova frontiera è la cosiddetta intelligenza artificiale, e le infinite porte che sembra aprire.

Questo è un approccio estremamente affascinante e redditizio, ma che non tiene conto di due dettagli: l’intelligenza, o meglio la mente, presenta anche aspetti patologici, e soprattutto potendo pensare ben oltre il reale tenderà sempre a giustificare sé stessa, creando universi morali in cui il male peggiore diventa perfettamente buono e accettabile, perfino doveroso.

È perfettamente accettabile, ad esempio, che si finanzi la ricerca in campo biomedicale e biogenetico perché questo crea indotto, vale a dire flussi di cassa fino a questo momento inimmaginabili. Non importa chi muore o perde il lavoro: qualcuno ne beneficerà in modo abbondante ed impensabile.

È perfettamente accettabile che multinazionali forniscano logistica ad armi ed eserciti, prendendo appalti miliardari per la ricostruzione di paesi distrutti. O che fondi d’investimento come BlackRock, Vanguard e StateStreet possano condizionare nazioni o addirittura federazioni di stati – penso soprattutto a Stati Uniti ed Europa.

Qui si manifesta il carattere patologico dell’intelligenza, innanzitutto umana e poi, per proprietà transitiva, artificiale. Se un uomo è pazzo, produrrà cose pazze. Magari lucidamente folli, razionalmente folli – vale a dire ordinate secondo uno scopo qualsiasi – ma pazze da legare. È l’econofollia, intesa sia come follia economica che ambientale nella sua versione ecofolle.

Il globalismo algoritmico rappresenta, per certi versi e secondo accenti unici mai visti prima, la negazione del principio di realtà e di tutte le teorie – malferme, imprecise, disfunzionali finché si vuole – che finora ha prodotto. Sotto certi aspetti, essa appare come la teoria del tutto che diventa pratica totalitaria.

Il pensiero economico non è meno raffinato di quello filosofico. Semplicemente invece di indagare l’uomo, Dio (o la sua assenza) e la conoscenza, indaga le relazioni sociali, produttive, materiali.

Ma come esistono derive terminali filosofiche, ne esistono di altrettanto terminali nel pensiero economico. Esso tratta il mondo come un sistema chiuso di possibilità finite, e l’uomo come un’entità chimica, fisica, genetica e psichica programmabile. Il mondo fisico è un evento ciclico di costruzione-distruzione-ricostruzione.

In questo senso credo si debba leggere la distruzione da parte americana del Nord Stream documentata dal Pulitzer Seymour Hersh. O il fatto che multinazionali come Halliburton, che ufficialmente si occupa di opere pubbliche e trivellazioni petrolifere – gestiscano logistica militare ed anzi dispongano di un esercito mercenario privato: dopo aver distrutto interi paesi, prendono gli appalti per la ricostruzione e lo sfruttamento delle risorse locali.

Dal punto di vista della psiche individuale e collettiva, queste evidenze sortiscono un effetto nullo. Come se non esistessero. Per quale ragione? Probabilmente molte, ma in sintesi il singolo uomo ripone la sua fede in un “discorso condiviso” che ha soppiantato le relazioni reali, l’esperienza dell’altro e della realtà.

Non importa che le fragole crescano in primavera: posso farle crescere in gennaio, facendole pagare dieci volte tanto (l’artefatto è costoso e complesso) al consumatore inebetito. Basta qualche decennio di propaganda animalista e sul fatto che l’eccesso di proteine faccia male, e posso vendere 18 grammi di grillo a 7 euro, produrre pane con farina di grillo al modico prezzo di 20 euro al kg, o godere del piacere di mangiare carne artificiale

Non è immediatamente chiaro come possa una economia crescere in un mondo che non fa più figli – meglio ancora li ammazza tramite l’aborto, trattandoli guarda caso come desideri indesiderati – e che teorizza la drastica diminuzione della popolazione mondiale, che non educa più e mira a sostituire l’uomo con la macchina. 

In realtà, basta agire sulla percezione del valore che le persone hanno delle cose e soprattutto di sé stesse. Comodamente, le persone non hanno alcuna idea di cosa abbia valore e soprattutto cosa sia il valore. In genere, pensano che abbia valore ciò che può essere scambiato, in un cortocircuito di matrice mercantilista.

La verità è che ha valore solo e soltanto ciò che non può essere scambiato. Società – e imperi – come quelle greco-romana, medievale e persiana, hanno creato e costruito valore separando ciò che doveva durare sul piano simbolico da ciò che letteralmente entrava dalla bocca e si disperdeva.

In effetti è questo pensiero parziale che le ha costruite, fatte prosperare e durare, in un certo senso salvate anche oltre la loro estinzione. Erano tutte società e imperi che avevano idee molto diverse sul divino, ma che pensavano al divino totale.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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