Giovanni Battista Agnello-di-Dio Gesù
Battesimo di Gesù

 

Domenica II del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34)

 

di Alberto Strumia

 

– Prima lettura. Sono attualissime le parole riportate nella prima lettura dal profeta Isaia, là dove Dio stesso dice, del “servo” che deve essere abilitato a “riparare” (la parola teologica tradizionale è “redimere”) il rapporto che l’umanità ha “guastato”, tra se stessa e Dio Creatore (la “giustizia originale” infranta dal peccato): «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare».

Il che significa che è troppo poco per un uomo essere semplicemente “uomo” per riuscire, con le sue sole capacità umane

– a realizzare la pace interiore con se stesso, il “giusto modo” di pensare, di concepire se stesso;

– a realizzare la pace con quelli di casa sua, in famiglia, con gli amici, il “giusto modo” di guardarsi, di volersi bene, di aiutarsi e di rispettarsi;

– a realizzare la pace nella società e tra le nazioni, nel “giusto modo” di concepire e praticare una “giustizia” che non sia solo apparente, perché nasconde la presunta astuzia di agire solo per un proprio immediato tornaconto. Così facendo si rende semplicemente invivibile l’esistenza e ingestibile il mondo intero. E oggi lo vediamo con sempre maggiore evidenza!

Guardando le cose un po’ più in profondità di come oggi chi gestisce il mondo vuole imporci di credere (tutto è uniformato al cosiddetto “pensiero unico” che è un “potere unico”!) si è costretti dall’evidenza dei fatti a rendersi conto che non basta essere solo un essere umano, un “uomo”, per rimediare la perdita della “giustizia originale” con se stessi, con gli altri. Ci vorrebbe una “capacità infinita” e questo noi, da soli, non ce l’abbiamo perché siamo “finiti”. Non basta “presumersi onnipotenti”, per esserlo… È proprio la “malattia spirituale” dei nostri tempi, questa “presunzione di onnipotenza”. Una malattia che ha radici remote in quello che la Scrittura descrive nella scena del “peccato originale”, suggerito dalla prima creatura ribelle che lo ha compiuto, l’Angelo decaduto e divenuto Satana. Per restaurare la “giustizia originale”, il “giusto rapporto” con se stesso e con gli altri, l’uomo deve essere condotto a capire che occorre prima di tutto riparare il rapporto tra lui e Dio Creatore. Mentre quello che si è fatto, nel corso degli ultimi secoli, è stato

– in Occidente, un continuo nascondersi davanti a Dio («L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino», Gen 3,8) con la finzione che Egli non esista, o se esiste non sia da coinvolgere nella vita personale, nella cultura nazionale e nei rapporti internazionali (si è detto: Dio se c’è non c’entra!);

– in talune aree del Medio Oriente, nel cercare di servirsene per giustificare pseudo-religiosamente il diritto alla violenza e all’imposizione del proprio potere (è la religione politica);

– nell’Estremo Oriente, nel cercare di dissolvere Dio nell’anonimato della natura e dell’universo (“panteismo”) o nelle “energie interiori dell’io” (gnosticismo, satanismo).

Di fronte a tutto questo la realtà dei fatti, qui espressa dalla voce di Dio, dice: «È troppo poco…». E finisce per essere controproducente, deleterio e infernale quando, accorgendosi di non essere onnipotente, i padroni del mondo, per potenziare le proprie risorse umane, si rivolgono non a Dio, ma a Satana, venendo a patti con lui in cambio di un po’ di potere in più. Neppure questo può funzionare, anche se al caro prezzo di vendergli l’anima.

L’unico possibile Salvatore deve essere “vero uomo”, perché è l’uomo-umanità il colpevole che deve essere riscattato dall’ingiustizia commessa nel presumere di fare tutto da sé, e deve essere allo stesso tempo “vero Dio”, per avere la vera Onnipotenza che serve per riparare all’ingiustizia di essersi messi contro Dio. Per questo Cristo, l’unico ad avere entrambe queste caratteristiche, è l’unico Salvatore dell’uomo.

Vangelo. Nel Vangelo di Giovanni, che oggi fa da raccordo tra il passo che descrive il Battesimo del Signore, e il Vangelo di Matteo che si leggerà nelle domeniche di questo anno, è il Battista a dichiarare: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!», l’unico! E non uno tra i tanti…, perché «questi è il Figlio di Dio».

Seconda lettura. Ed è per i credenti in Lui che san Paolo dice che è realistico rivolgere il saluto della vera «Pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!».

Non ci facciamo come “Dio” con le ideologie umane, i deliri di onnipotenza, o il potere  acquisito in qualunque modo sugli altri, ma per “partecipazione”, attraverso la Grazia che Egli ci ha riabilitato a ricevere, credendo in Lui, con i mezzi offerti da Lui (i Sacramenti): «a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,14a.12a), come ci ricorda il versetto dell’Alleluia.

– Il Salmo responsoriale descrive, nella forma poetica tipica dei salmi, proprio la presa di coscienza di chi, condotto dalla ragione e dalla Grazia ad arrivare alla fede in Dio-Gesù Cristo, ha il coraggio di dire pubblicamente e argomentare che solo quella cristiana è la strada che riapre l’accesso alla “giustizia originale”, al “giusto rapporto con Dio Creatore”, fondamento di ogni “modo giusto” di concepire se stessi e vivere in società con gli altri («ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai»). Ogni altra strada finisce per deludere e produrre danni maggiori.

Come sempre è saggio affidarsi all’intercessione della Vergine Maria che, per prima, ha compiuto il “passo giusto” del quale tutta la storia dell’umanità e dell’universo ha bisogno.

«O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’Angelo, anzi, attraverso l’Angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi? Credi all’opera del Signore, da’ il tuo assenso ad essa, accoglila. Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel silenzio è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella parola. Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che Colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, Egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare Colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. “Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38)» (San Bernardo).

 

Bologna, 15 gennaio 2023

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 


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