Papa Francesco (AP Photo/Luca Zennaro, Pool)
Papa Francesco (AP Photo/Luca Zennaro, Pool)

 

 

di Mattia Spanò

 

Papa Francesco ride di sé su Spotify e va avanti, il che, in un mare di sofferenza e rabbia, non può che farci piacere. Negli stessi giorni, l’homo semper ridens Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, apre sorridendo alla procreazione assistita. Quella in cui un certo numero di ovuli vengono fecondati in laboratorio generando un tot di embrioni vitali, fra i quali selezionare quello buono per l’impianto in utero. Gli altri, in frigorifero in attesa che scadano come lo yogurt. Alla scadenza o verranno utilizzati per raffreddare cocktail – si usano alluci mozzati per insaporirli, come nel Surtoe Cocktail, quindi perché no – oppure giù per gli scarichi.

Stupisco il lettore smaliziato. Invece di fare un onesto pistolotto su quando comincia la vita e sul fatto che appartiene a Dio – cosa che interessa uno sparuto manipolo di cattolici retrogradi irrimediabilmente ottusi, quindi lasciamoli mugugnare fra loro – vorrei partire da questo fatto del ridere. Ride il papa, ridono i cardinali, ridono i prefetti, ridono i fedeli (sempre meno: vuoi il vaccino che funzionicchia, vuoi l’acqua che scarseggia, vuoi i razionamenti prossimi venturi, ma niente cui una crassa risata non possa porre rimedio). Sembra di assistere al Saturday Night Live.

Charles Baudelaire, cattolico di sensibilità poco ortodossa, scrisse un saggio smagliante, Dell’essenza del riso. Un titolo meno subdolo sarebbe stato “dell’essenza satanica del riso”, ma anche nell’800 il marketing voleva la sua parte (non che l’ottimo poeta si sia fatto scrupoli a scrivere Les Fleurs du Mal, la sua opera più nota e meno compresa). È la tesi cardine del saggio in cinque parole.

Secondo il poeta, Gesù Cristo non ha mai riso. Non avrebbe potuto, visto il suo destino umano atroce e glorioso. In fondo alla vita di ognuno di noi c’è poco da ridere: si crepa. In seconda battuta Baudelaire osserva che si ride, spesso sguaiatamente, del male che capita agli altri, ad esempio quando una persona cade rovinosamente per strada. Conclude che l’essenza del riso è intrinsecamente satanica. È, sia chiaro, una tesi estrema: la sintesi che opero non rende giustizia del valore dell’opera, ma nondimeno è fedele.

Quando vedo chierici avvizziti e prelati di alto rango che sghignazzano per il gran divertimento, oltre a domandarmi perché spiriti tanto elevati si abbandonino a manifestazioni da dopolavoro ferroviario alcolico, la mia mente sprovveduta corre al controverso Baudelaire. Si vede che ridere sguaiatamente è un limpido segno di ipertrofia intellettuale e spirituale, chi è musone ha vita corta e va all’inferno. Ma se per disgrazia avesse ragione il poeta? Anche qui, l’uomo moderno smaliziato e devoto alla Scienza si abbandona ad una grattatina apotropaica: meglio non pensarci.

Chuck Palanhiuk nel suo Choke, storia di un tizio che finge di soffocare nelle tavole calde americane e campa incassando risarcimenti con questa truffa pericolosa nella quale manifesta una straordinaria perizia professionale, annota in calce che tutte le risate che si sentono nelle sit-com americane sono state registrate negli anni ’50 del secolo scorso: quelli che sentiamo ridere fuoricampo in televisione, sono tutti morti da tempo. I grandi scrittori, o quelli semplicemente famosi, hanno la capacità di creare la giusta escursione termica fra le cose belle della vita e certe faccende mortuarie.

Mi limito a queste due citazioni. Naturalmente se ne possono opporre altre faste, tuttavia quelle nefaste hanno due meriti: demistificano, e mettono in guardia. In un mondo che trasuda ottimismo e vibrazioni positive da mandare perfino a Sua Santità mentre ci si va a schiantare nel buco nero del vaniloquio, non mi sembrano qualità disprezzabili.

Il rovescio della medaglia di questo divertimento pretesco – gli “scherzi da prete” sono quelli più velenosi, tristi e di pessimo gusto – è la mannaia che cala pietosamente sulla testa di critici e dissenzienti. Fra sacerdoti sospesi a divinis, trasferiti da una diocesi e non incorporati nell’altra (in un limbo privo di mezzi di sostentamento), cardinali sberrettati o incarcerati dopo processi sommari, vescovi rimossi, movimenti ecclesiali velatamente accusati di eresia e scisma, preti scomunicati, e fedeli stigmatizzati perché poco inclusivi o per nulla propensi all’amore vaccinale, il clima somiglia molto a quello teorizzato nella Open Society di Karl Popper: nella Chiesa Aperta, ci stai se e solo se ti allinei ai desiderata piovuti dall’alto. Gli altri, fuori.

Possiamo guardare a questo fenomeno come alla riedizione rivisitata e corretta della Santa Inquisizione descritta dai suoi fustigatori. Quello che probabilmente fu il primo tribunale garantista della storia – si vadano a vedere le delizie previste nei tribunali laici, sia contemporanei che anteriori, prima di straparlare – viene spacciato come una fucina di terrore e tortura.

Beninteso: il supplizio della tortura e le esecuzioni furono praticate, per quanto con prudenza. Ma prendiamo per buona la vulgata sull’Inquisizione: un pozzo di crudeltà inumana in cui sono incappate anime candide come Giordano Bruno. Questa pruderie della Chiesa della Misericordia di fare a pezzi uomini alla prima alzata di sopracciglia, come vogliamo chiamarla? Santo Discernimento?

Torture come la ruota o la bastonatura delle piante dei piedi, per tacere della garrota, non sono tollerabili in una cultura che fugge atterrita davanti alle mosche nella minestra, o che perde il lume della ragione di fronte ad un virus potenzialmente letale, o piange disperata per bambini biondi dagli occhi azzurri morti in Ucraina, ignorando mezzo milione di bambini diversamente bianchi spazzati via in Iraq. Tuttavia, al grido di “non si può essere tolleranti con gli intolleranti” (il motto della Open Society) si attuano metodi forse più igienici ma ugualmente perfidi almeno sotto il profilo spirituale, che dovrebbe essere l’approdo scontato di cose materiali altrimenti destinate alla dissoluzione, non in lande desolate ma all’ombra dei campanili sotto casa.

Sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, se solo i due papi si fossero azzardati a tradurre in pratica certe verità di fede intramontabili, sarebbero stati sepolti da grida di sdegno – il che in fin dei conti è accaduto. In questi pontificati ogni parte della Chiesa, anche la più lontana da una sensibilità decentemente cattolica ha trovato voce, spazio, spesso rappresentanti tra vescovi e cardinali, in puro stile manuale Cencelli. A ciascuno il suo quadratino di sole.

Realtà apertamente eretiche e ostili alla Chiesa come Wir Sind Kirche sono state tollerate ed hanno prosperato. Sotto papa Francesco, chi desideri seguire una messa in latino è condannato alla semi-clandestinità. Vescovi che applicano la retta dottrina vengono platealmente smentiti dal papa. Vengono beatificate figure controverse come il vescovo Angelelli, argentino sensibile alle sirene del movimento terrorista dei Montoneros. Qua si processano i fatti, là le intenzioni, mutando parere secondo le sorprese dello Spirito, la Terza Persona della Trinità che sotto il maglio nuovista sembra cambiare idee come un neonato cambia i pannolini.

Questa Inquisizione al contrario pare una sorta di Superciuk, l’antieroe di Alan Ford che, grazie al superpotere della fiatata alcolica, rubava ai poveri per donare ai ricchi. Onestamente, faccio fatica a conciliare l’Ecclesia Ridens con queste pratiche pseudo-medievali in salsa avanguardista. Questo vezzo di ridere a squarciagola e bastonare chi prende le cose sul serio – pur con errori, rigidità e peccati – non è un bello spettacolo.

Soprattutto, con un distinguo di qua e una sottigliezza di là, si fanno gentili concessioni per le quali il secolarismo relativista più aggressivo di sicuro non ringrazia – gli sono dovute – e dall’altra parte si gettano i fedeli in uno stato di foschia dottrinale che mina alle fondamenta la ragione sociale della Chiesa Cattolica.

Al papa si devono rispetto e obbedienza, e molte critiche mosse a papa Francesco sono indecorose quanto meno nella forma. Non tutte.

 


 

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