Lo smarrimento della fede in Gesù Cristo e la perdita della ragione

 

Charles Péguy (1873-1914), autore francese di saggi e testi teatrali di straordinaria “efficacia cristiana cattolica”, ci offre nei passi che ripropongo, nell’arco di tre settimane in questo periodo, per questi ultimissimi giorni di Avvento e poi per il Tempo di Natale, una lettura della storia che sembra riferirsi quasi più a noi che all’epoca per la quale è stata scritta. E ci guida a quella fede genuinamente cattolica nella persona divina e nell’umanità di Gesù Cristo, come nella Sua “presenza reale” nel Sacramento dell’Eucaristia che, chiunque, oggi voglia essere e sentirsi cristiano cattolico ha un assoluto bisogno di trovare se non l’ha mai compresa, di ritrovare se l’ha confusa o addirittura smarrita. Per essere, poi, in grado di difenderla con l’intelligenza della fede, e di testimoniarla vivendola in prima persona. In questo sta il “cuore del Natale” che ci prepariamo a celebrare.

[Ho incluso nel testo, tra parentesi quadre, qualche mia annotazione per evidenziare alcuni aspetti che oggi ci riguardano direttamente].

Don Alberto Strumia

Ecco il primo brano

 

 

«Mio Dio, mio Dio, che cosa c’è dunque? In ogni tempo, ahimè, in ogni tempo ci si è perduti; ma da quarant’anni [una constatazione che vale anche oggi; e da più di quarant’anni, ma soprattutto per questi ultimissimi anni!] ahimè non si fa altro che questo, non si fa altro che perdersi [oggi è l’apostasia nella Chiesa, oltre che la perdita della fede e della ragione nel mondo ad essa esterno]. Che cosa c’è, mio Dio, cosa c’è? Ce ne erano ancora che si salvavano [ma chi sa ormai più da che cosa bisogna salvarsi, oggi? Forse solo dal covid? O c’è qualcosa che sta a monte anche di quello, e di tutto il resto? Chi sa più “seriamente” – e non come una favoletta, o un mito incompreso – che cos’è il “peccato originale”, a monte di tutto ciò che non va; di tutto il male dell’uomo? Tocca alla Chiesa spiegarlo! Ma lo sta ancora facendo?! Non sembra proprio…].

Ce ne erano che ne scampavano. Ma ora, mio Dio, chi risponderebbe che ce ne sono che si salvano, chi risponderebbe che ce n’è solo qualcuno, magari soltanto, magari almeno che scampano. Era la terra, ahimè, a volte, spesso era la terra che preparava all’inferno. Oggi non è nemmeno più questo; non è più la terra che prepara all’inferno. È lo stesso inferno che deborda sulla terra [già perché è la vita dell’uomo sulla terra ad essere divenuta sempre più “invivibile”].

Che cosa c’è dunque, mio Dio, che cosa c’è dunque di cambiato, che cosa c’è dunque di nuovo. Cos’hai fatto di questo popolo, del tuo popolo cristiano. Sarà che tu abbia inviato Tuo Figlio invano e si dirà che Gesù sarà morto invano, Tuo Figlio che è morto per noi [così invano che non vale neppure più la pena nominarlo, né parlarne in modo serio, senza travisare quello che ha detto piegandolo alle ideologie del mondo!].

Si dirà che Tu non abbia fatto cessare la grande pietà che è il regno di Francia. [i riferimenti ai luoghi della Francia sono legati al contesto nel quale il testo teatrale è ambientato, ma noi possiamo utilmente riferire i giudizi al nostro mondo e ai nostri luoghi e tempi].

Gesù, Gesù, un giorno su una montagna di quel paese, tu hai avuto pietà del popolo, tu hai pianto su quella folla, e quella folla aveva fame e per nutrirla, per sfamare la fame del suo corpo, per saziare la sua fame carnale hai moltiplicato i pani e i pesci.

Gesù, Gesù, Gesù, oggi il tuo popolo ha fame e tu non sazi il tuo popolo. Oggi in questo paese il tuo popolo di oggi, nella tua Lorena di cristianità, nella tua Francia di cristianità, nella tua cristianità il tuo popolo di cristianità ha fame. Manca di tutto. Manca del pane carnale. Manca del pane spirituale. E per nutrirlo, per sfamare una e l’altra fame, per donargli il pane del suo corpo e il pane della sua anima, si dirà che tu non sia più tra noi [al punto che non si riconosce ormai più neppure la Tua presenza reale nell’Eucaristia, relegata negli angoli delle chiese, ignorata dai sacerdoti, sconosciuta alla maggioranza dei fedeli, “capita” solo dai satanisti che la vengono a rubare per i loro riti sacrileghi!].

Si dirà che tu non moltiplichi più, che tu non moltiplicherai più i pesci secchi e i pani. Tu non piangerai più su questa moltitudine.

Beati coloro che l’hanno visto passare nel suo paese; beati coloro che l’hanno visto camminare su questa terra; coloro che l’hanno visto camminare sul lago temporale; beati coloro che l’hanno visto resuscitare Lazzaro. Quando si pensa, mio Dio, quando si pensa che questo non è accaduto che una volta. Quando si pensa, mio Dio, quando si pensa. Quando penso che era un uomo come tutti gli altri, un uomo ordinario; apparentemente come tutti gli altri, apparentemente ordinario. Camminava sulla via come un uomo ordinario; i suoi piedi poggiavano per terra; e saliva sui sentieri della collina.

Gerusalemme, Gerusalemme, tu sei stata più benedetta di Roma. In verità, in verità, tu sei stata più favorita, Gerusalemme, tu sei stata più fortunata. Un uomo come gli altri. E tu, Nazareth, piccolo borgo, piccola città della Giudea, tu sei più felice di Reims e di Saint-Denis. E tu, Betlemme, piccolo borgo della Giudea, il più piccolo dei borghi della Giudea, il più splendente dei borghi della Giudea, tu splenderai eternamente così al di sopra di tutti i borghi della terra, tu splenderai eternamente al di sopra di tutti i borghi della cristianità, eternamente infinitamente al di sopra dei nostri borghi oscuri, delle nostre piccole parrocchie cristiane.

Chi conoscerà mai questa piccola parrocchia di Domremy. Chi saprà mai anche soltanto il nome di questa piccola parrocchia di Domremy. Chi saprà anche soltanto che sia mai esistita. E tu, Betlemme, non sei la minima tra le città principale della Giudea, perché è da te che nascerà il Conduttore che pascerà Israele, il mio popolo [Riprendendo il passo del profeta Michea: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele», Micha 5,1; ripreso nel Vangelo di Matteo 2,6].

Ma voi, parrocchie cristiane, parrocchie lorenesi, parrocchie francesi, voi siete state meno favorite. Le più grandi di voi, le più sante fra voi, le più piene, le più colme di santità tra voi, le più grandi in santità di voi tutte non hanno avuto nulla che si avvicinasse loro, neanche di indefinitamente lontano, di ciò che fu donato a quel piccolo borgo sperduto. Tu, Chartres, città unica della terra di Francia, cattedrale unica al mondo, Chartres, diocesi, città unica nel regno di Francia, Chartres, che sei stata dedicata a Nostra Signora, Chartres che è devota, dedicata, donata a Nostra Signora, Chartres che è votata, cosa sei, Chartres, grande città. In confronto a quel piccolo borgo. Anche tu, non sei niente, anche tu Saint-Michel, borgo unico, città unica al mondo, unico in tutta la cristianità, basilica del mondo. E tu, Tours, città della Loira, città di San Martino, che fosti capitale dei Galli, che in questo paese, nel regno di Francia, fosti capitale dei primi cristiani. Métropole, città madre, madre delle altre città. Tutte voi, cosa siete voi, grandi diocesi, grandi città, grandi parrocchie, cosa siete voi accanto a quel piccolo borgo, al prezzo di quel borgo oscuro, che ahimè ahimè, non è forse più neanche una parrocchia, una parrocchia cristiana.

E voi, torri di Notre-Dame [oggi miseramente incendiata da qualche inviato di Satana fino a far crollare la guglia più alta], Parigi, che fosti capitale del regno di Francia, doppiamente devota, doppiamente dedicata, doppiamente donata, e anche a te, Nostra Signora, e alla nostra grande santa Geneviève; cosa siete mai voi. E anche tu, Orléans, tu infine, tu non sei niente, Orléans città della Loira, dedicata a quel grande santo Aignan. Grandi città, città illustri, città di cristianità, avete dei grandi santi e dei grandi patroni, i più santi, i più grandi patroni del mondo, e al di sopra di tutti i santi siete patrocinate, avete la santa Vergine Nostra Signora. Avete donato il giorno e avete donato l’esercizio a dei grandi santi ed eternamente veglieranno su di voi, eternamente vi patrocineranno, perché eternamente seduti alla destra pregheranno per voi. Eternamente vi proteggeranno, eternamente vi copriranno delle loro preghiere [non ostante li abbiate vergognosamente dimenticati e disprezzati credendo di essere “più avanti di loro” nel vostro mondo divenuto, oggi, un mondo di gente umanamente fallita].

Ora voi non siete nulla, città cristiane, grandi città, residenze della cristianità, cattedre, cattedrali di santità, non siete niente. Perché tutto è stato preso, una volta per tutte; e non c’è rimasto niente da prendere. Tutto è stato preso, tutto quello che conta, una volta per tutte, un giorno per l’eternità. E non resta più niente, figli miei, niente da prendere, di quello che conta».

[C. Péguy, “Il mistero di Giovanna d’Arco”, in I Misteri, Jaca Book, Milano 1989, pp.  45-47]

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

 

 

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