maschere
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di Mattia Spanò

 

Le notizie sull’ex ministro della sanità britannica Hancock fanno il paio con quelle dell’inchiesta bergamasca su Roberto Speranza: una colossale operazione ai danni dei popoli, un uso politico della scienza grifagno e inaccettabile.

Oltreoceano video appena diffusi sull’assalto a Capitol Hill mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che si è trattato di una montatura colossale.

La Russia, perennemente sull’orlo della bancarotta, da un anno deve capitolare da un giorno all’altro consegnando la vittoria alla compagine Nato, che ha usato gli ucraini come carne da cannone. Lo farà l’anno prossimo, ne informa l’Occidente Oleg Deripaska, uno degli oligarchi più invisi a Putin. E intanto la narrazione occidentale ha guadagnato altro tempo calciando il barattolo nel futuro che non si compie mai, fidando nella memoria cortissima, perché oberata di falsità e improvvisazioni, della gente.

A corto di munizioni, a Bakhmut l’esercito russo va all’assalto del nemico con pale del 1850, a quanto pare però avendo ragione dell’esercito ucraino armato dalla Nato. Delle due l’una: o le armi Nato fanno schifo, o sono frottole. Nel caso improbabile fosse vero, non si può vincere una guerra contro soldati che ti annientano a colpi di pala.

Per non parlare dello scandalo del video pubblicato da Project Veritas, con l’intervista rubata al dirigente Pfizer – un omosessuale adescato come una liceale – talmente in fregola da fare ammissioni terrificanti sui preoccupanti effetti collaterali dei vaccini, con la stessa tranquillità ridanciana con la quale ammetterebbe di aver rubato un profumo al supermercato.

Gli scandali, l’imbarazzo e le soperchierie non risparmiano la Chiesa Cattolica. La cronaca ci regala, se così si può dire, la vicenda del gesuita Marko Rupnik, l’oscura angosciosa storia del monastero di Pienza (le monache che si rifiutano di abbandonare il monastero sono accusate di contraffare marmellate e sparare fuochi d’artificio) e in genere il clima da basso impero che ha impregnato le sacre stanze, col papa che d’imperio obbliga a pagare un congruo affitto i signori cardinali. Tutto molto oltre il limite di una speciosa insulsaggine.

Una persona normale di fronte a questa mole di menzogne, manipolazioni, inganni e brutalità conseguenti deve giustamente chiedersi: è rimasto qualcosa di vero? È possibile farsi un’idea chiara, dare un giudizio su fatti noti con la certezza che siano ciò che appaiono?

Perché tutti questi cambiamenti osceni, queste imposizioni di accecante arroganza, perché queste bugie sbattute in faccia tutte insieme?

Sono poche domande, persino ovvie. Viene il sospetto che l’obiettivo sia dimostrare che la verità, anche quando fosse chiara a tutti e innegabile, non conta nulla. È un modo piuttosto sottile di negarla sbeffeggiandola, perché in realtà non viene rimossa, soltanto ridotta ad un dato comico, risibile.

L’immobilità, l’atarassia delle persone rispetto a questi fatti – ho citato i più recenti e macroscopici, ma siamo esposti ad un flusso piroclastico di balle senza requie – sconcerta. I più vivono come se nulla fosse.

Si ha l’impressione che la maggior parte delle persone sia ormai pronta ad accettare qualsiasi cosa, e soprattutto che chi detiene il potere possa dire qualsiasi cosa, anche la più falsa ed improbabile.

Ci sono tre considerazioni da fare. La prima è che una strana urgenza attanaglia i padroni del discorso pubblico: è come se non si accontentassero delle proprie malefatte, ma abbiano il desiderio incontenibile di uscire dall’ombra e far sapere a tutti che sono stati loro. Il che, in definitiva, parrebbe l’unica cosa vera.

La seconda è che la maggior parte delle persone sono ormai assuefatte a prendere per verità ciò che è convenzione, consenso, accomodamento, nella speranza che questo atteggiamento prono garantisca loro il mantenimento di uno statu quo ante residuo, e la conseguente rassegnazione a qualsiasi scemenza come normale nel momento in cui si deve capitolare perché, signora mia, non c’è alternativa.

Il motivo di questa resistenza ad una verità sgradevolissima che si impone è il baratro d’incertezza – per usare un eufemismo – che si spalancherebbe nel momento in cui si prenda coscienza del fatto che lo Stato mente, la Chiesa ha abiurato alla propria vocazione fondamentale, e non è vero che siamo liberi e uguali nel migliore dei mondi possibili.

Il terzo punto è lo strabismo infantile e paranoico che pervade la nostra cosiddetta cultura, che ha rimosso l’idea stessa di azione – la tecnologia tende alla rimozione dell’azione umana – delegando tutto alla macchina, riciclando l’azione stessa in attivismo ideologico (si pensi ad esempio ai giovani che imbrattano opere d’arte e palazzi con la vernice, oppure blocca le superstrade, ma anche agli adulti intenti a depurare favole di parole sconvenienti). D’altronde, se ChatGpt può scrivere meglio di Dostoevskij e dipingere meglio di Raffaello, nel disgraziato caso in cui ciò sia falso basta dire che è vero: legioni di esperti prezzolati pronti a sottoscrivere l’affermazione si trovano sempre, e i dubbiosi aderiranno alla narrazione dubitando innanzitutto di se stessi e del proprio giudizio.

Il problema dell’attivismo ideologico è che ha bisogno di mecenati e padrini, nonché di uno stato di perenne tensione in cui pochi entrano sempre in conflitto coi molti. I primi impediscono ai secondi di vivere a modo loro, ma sono in qualche modo costretti a dipendere totalmente dal mecenate che li finanzia, perché non fanno nulla, non agiscono se non sul piano ostativo e simbolico. Sono costretti (captivi) che costringono a loro volta: rispetto a questo non hanno scelta, né si possono fermare perché non hanno altro da fare, e non devono fare altro.

Ciò pone inevitabilmente un tema che possiamo riassumere così: ciò che è vecchio è falso, ciò che nuovo o futuribile è vero. Il che ovviamente non mette in luce alcun problema in termini di bene e male, giusto e sbagliato, liberale o illiberale.

In tal senso il dilemma sul vero e sul falso non solo non pone problemi, ma non deve porne istituzionalmente. La verità naturale in effetti se ne infischia delle passioni e delle necessità umane. Rispetto alla verità è sempre difficile trovare un equilibrio politico, sociale ed esistenziale, o perfino religioso. Tuttavia, questo moto di adaequatio rei et intellectus, l’armonia fra l’intelletto e la realtà ha pur prodotto risultati apprezzabili, dunque perché abbandonarlo?

Procediamo spediti verso un mondo di replicanti. Non è fondamentale l’intelligenza artificiale, la robotica e tutto l’armamentario post-umano e trans-umano, ma l’idea fagocitante che ne viene divulgata. Per sopravvivere alla competizione con il Grande Artificio – essa stessa strutturata artificialmente – è sufficiente che gli uomini si adeguino alla stella fissa del Moloch che immaginano, emulandolo e replicandolo.

L’algoritmo, vale a dire il complesso di istruzioni ordinate che si trasferiscono alla macchina, non ha alcun bisogno della verità ma di un suo simulacro pratico: è vero ciò che la macchina realizza. Input, output, put-put (l’inserire variabili senza preoccuparsi da dove vengano e cosa producano, citofonare mRna per ragguagli), anzi: push-push.

Una cartina di tornasole del ragionamento? Basta guardare il mondo del lavoro: si parla sempre più e solamente di competenze, quasi mai di conoscenza. Perfino attitudini umane come la gentilezza, la leadership o altre qualità vengono appiattite sul savoir faire: chiunque può imparare a fare tutto, pertanto caratteristiche specifiche di ogni persona diventano radicalmente irrilevanti. L’unico criterio discriminante è l’entusiasmo nell’adesione al Progetto, e su questa base si seleziona il candidato, che a quel punto non può far altro che naufragare allegramente in questo mare, per citare Leopardi ed Ungaretti.

Come piccoli Eichmann, tanti personaggi che hanno cavalcato la scena pubblica in questi tre anni eseguivano soltanto gli ordini. C’è colpa in questo? Se non si pone alla base il tema della verità incarnata, esperibile, reale, no. Porre il tema della verità equivale a porre il problema di Gesù Cristo – il fattore non sostenibile in questa carnevalata – l’unico scarto culturale che non possiamo più permetterci, ma che dobbiamo considerare con urgenza. Poi, ma solo poi, business as usual.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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