Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
Puntata n. 10 – La coscienza della Redenzione (II)
La rottura del giusto rapporto dell’uomo con Dio
La Rivelazione, il cui contenuto è stato fissato nella sacra Scrittura, descrive il “peccato originale” mediante la breve narrazione mitico-simbolica del terzo capitolo della Genesi, senza entrare in dettagli; segno che l’intento è quello di comunicare l’essenziale e non i particolari. Ed è l’essenziale, in questo caso, che è decisivo per la vita dell’uomo. E san Paolo riprende il dato essenziale nel solo versetto 12 del quinto capitolo della Lettera ai Romani: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato».
San Tommaso d’Aquino coglie in maniera geniale l’“essenza” del peccato originale, contenuta in questi passi della Scrittura definendolo come: «La perdita della giustizia originale» (Summa Theol., I-II, q. 82 a. 3 co).
Ovvero la perdita del “giusto modo” di rapportarsi con Dio da parte dell’uomo. Perduta volontariamente questa “giustizia originale”, questo “giusto modo” di rapportarsi dell’uomo/umanità, con Dio Creatore, viene a infrangersi, di conseguenza, ogni altra forma di “giustizia”: quella nei confronti di se stessi, degli altri e di tutto l’universo.
Il peccato personale attuale
Se si comincia a prendere in seria considerazione, almeno come ipotesi per spiegare l’esperienza, l’ingresso di una colpa responsabile nella storia, le cui conseguenze vengono ereditate da ogni creatura, incomincia a risultare meno impensabile – anche all’uomo di oggi – la possibilità di riconoscere pure la propria incoerenza e la propria colpevole responsabilità all’origine di molte delle incoerenze che si constatano negli altri e in se stessi. Si affacciano allora alla nostra considerazione questi dati dell’esperienza.
– Primo: il riscontrare nella propria esperienza, e negli altri, una “tendenza” (“inclinazione”) all’errore, all’incoerenza, all’infedeltà; e di questo l’ipotesi del peccato originale offre una spiegazione.
– Secondo: il riscontrare nella propria esperienza una fondamentale incapacità di raggiungere lo scopo ultimo della vita, che è la felicità, accompagnato dal riscontro più contingentemente deludente dell’incapacità di conseguire, in molti casi anche la conservazione di un bene particolare. È particolarmente doloroso per l’essere umano dover constatare la difficoltà estrema di far durare l’amore tra l’uomo e la donna, che normalmente si infrange a causa degli egoismi quotidiani. Un matrimonio non può durare se viene concepito e vissuto come “coesistenza di due egoismi”. E allo stesso modo neppure il rapporto tra genitori e figli può essere solido e positivo.
– Terzo: il riscontrare che anche quando si vorrebbe ciò che si giudica un bene per un’altra persona, nonostante le buone intenzioni e il nostro impegno, il nostro comportamento produce un effetto negativo imprevisto sull’altro. Io voglio un bene per te e agisco di conseguenza, ma quello che faccio e dico a volte ti offende, ti provoca dolore, non ti aiuta. La cosa più dura da sopportare, esistenzialmente, è forse proprio il dover constatare di fare del male alla persona amata anche quando si vorrebbe farle del bene. È l’esperienza del dramma della condizione umana che san Paolo ha descritto a conclusione del settimo capitolo della lettera ai Romani: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. […] Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,15-19).
Fino a che non si fa questo tipo di esperienza, non si ha ancora una visione realistica della vita, e il problema della ricerca di una salvezza, di un rimedio è pura accademia. E a Cristo si attribuisce poco più che una funzione estetica, ma non indispensabile per vivere la vita di tutti i giorni.
Il cristianesimo diventa una proposta totale per la vita là dove c’è la domanda urgente di un rimedio, di una “riparazione”, di una liberazione, di una redenzione che l’uomo si accorge di non potere realizzare con le sue forze. Allora e solo allora una persona va alla ricerca di “un altro” che lo tiri fuori dalla sua condizione drammatica: «Chi mi libererà?» (Rm 7,25), grida san Paolo.
E il rimedio è la redenzione operata da Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo.
Perché si sviluppi la coscienza della Redenzione occorre che sia maturata la coscienza della “necessità” della redenzione per vivere la vita di ogni giorno. In questo consiste la coscienza del peccato e dell’incapacità dell’uomo di salvarsi da solo, sia dalla condizione dello stato di peccato ereditato con la natura (“peccato originale”), sia dal rinnovarsi del peccato nei singoli atti (“peccato attuale”) e nelle abitudini (“peccato abituale” o vizio) della sua vita. Ma «la natura umana non è interamente corrotta» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 405) e la razionalità dell’uomo è comunque ancora in grado di riconoscere la propria domanda di verità della vita, e di riconoscere che la fede in Gesù Cristo è l’unico modo veramente ragionevole di rispondere a quella domanda («Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!», Rm 7,25).
Riassumendo abbiamo visto, finora, come uno sguardo attento alla nostra esperienza umana consenta di rilevare due dati che la caratterizzano.
– Il primo dato è quello della “creaturalità” (il limite ontologico): l’esperienza del nostro essere finito e limitato nello spazio e nel tempo, e nelle sue facoltà porta a rilevare che “deriviamo da” (l’esistenza con tutte le sue caratteristiche, o perfezioni, è un dono). E siamo “fatti per”: non siamo realizzati, felici, se non in vista di un Altro che siamo orientati a raggiungere; la consapevolezza di questo dato è ciò che abbiamo chiamato coscienza della creaturalità.
– Il secondo dato è quello del male (esso è percepito nell’esperienza come la mancanza di ciò che la nostra natura dovrebbe di per sé possedere, ma non possiede: si tratta dell’esperienza di una “privazione”: ci manca qualcosa che dovrebbe esserci), che si constata sia come male fisico, sia come male morale, come peccato, cioè come un errore nel quale riscontriamo di avere almeno un certo grado di responsabilità, in quanto causato o favorito dalla nostra libera scelta, in qualche misura consapevole e volontaria, che accondiscende ad una sorta di male ereditato.
Stando così la situazione, come viene riscontrata nell’esperienza di tutti i giorni, diviene interessante il confronto con la Rivelazione che ci propone sia una spiegazione di questa condizione dell’uomo che una soluzione, non solo teorica, ma fattuale a questo stato di cose.




















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