di Roberto Allieri

 

L’intervista di Tucker Carlson a Putin (qui, qui e qui) è stata un clamoroso e storico evento che ha suscitato innumerevoli analisi di disparati specialisti.

Io che non sono specialista ma che però so essere un ottimo impiccione vorrei esprimere in qualità di osservatore indipendente alcuni aspetti rimasti trascurati.

Parto da questo punto di vista, che non è solo razionale ma è proprio tipico della vista: l’analisi, più che delle parole, degli atteggiamenti di Putin nell’intervista. E cioè il suo portamento, il modo di vestirsi, di gesticolare, le espressioni del volto, l’ambiente scelto. Tutto ciò rappresenta un significativo tipo di messaggio che non sarà sfuggito agli spettatori. I quali a volte sono più colpiti da tali particolari che dalle parole (che spesso vengono travisate o strumentalizzate e quindi suscitano diffidenza). 

E allora mi è venuto in mente un confronto di carattere estetico tra Putin e il suo rivale Zelensky che mi ha ulteriormente richiamato un analogo confronto di personaggi, quello tra Biden e Trump, e che mi ha infine ricordato l’appassionante e storica sfida per la Casa Bianca tra Nixon e Kennedy.

Che significato possono avere questi collegamenti per un cittadino medio? Penso nessuno. Roba da impiccioni, questioni futili di scarso interesse. O no?

Forse no. Prendiamo la corsa presidenziale del 1960 tra Nixon e Kennedy. All’epoca il sentiment generale degli elettori propendeva sensibilmente verso i valori repubblicani. Se il giovane quarantatreenne spigliato e di bell’aspetto riuscì a spuntarla per una manciata di voti, qualche migliaio ben distribuiti in pochi Stati chiave (vedi qui), fu determinante il fatto che Kennedy era un giovane quarantatreenne spigliato e di bell’aspetto.

Vi invito pertanto a informarvi sull’impatto che ebbe il primo dibattito televisivo della storia americana tra candidati a Presidente degli USA. Il fresco e pimpante Kennedy surclassò ‘telegenicamente’ l’avversario sudato ed impacciato (qui). E qualcuno in quei giorni arrivò a confrontarli in questo modo:

 

 

‘Comprereste un’auto usata da quest’uomo?’, diceva provocatoriamente un famoso spot. Domanda futile, certo. Ma forse quella manciata di voti determinante si spostò in direzione di Kennedy per lo più sull’onda di questi futili motivi.

Riguardo al confronto tra Biden e Trump, una bella domanda futile potrebbe essere questa: supponete per ipotesi che questi due signori della foto qui sotto, a voi sconosciuti, si qualifichino come consulenti finanziari. A quali dei due affidereste preferibilmente i vostri risparmi? Allo smemorato con lo sguardo perso sulla destra che vi accoglie salutando un suo amico invisibile (magari inciampando sui suoi piedi mentre vi viene incontro) o al risoluto e fin troppo pimpante ed energico sulla sinistra? 

 

 

Forse anche le presidenziali USA di quest’anno saranno decise da questi pregiudizi, magari fondati su futili dettagli estetici.

In merito a questa sfida, potrebbe essere utile ai sostenitori di Trump questo suggerimento strategico: giù le mani da Biden, smettete di criticarlo, anzi, sostenetelo e chiudete un occhio con signorile distacco sulle sue gaffes. Almeno fino a quando non sarà più sostituibile perché troppo a ridosso delle elezioni. Solo allora, nei due o tre mesi che mancano, sparate bene le vostre cartucce. Perché se dovesse essere cambiato prima con qualche altro fantoccio nelle mani del Deep State ciò sarebbe sicuramente a discapito dei repubblicani. Meglio un avversario vecchio, svampito, imbarazzante e pietoso che qualsiasi altro.

E veniamo infine a un altro futile confronto: quello tra Putin e Zelensky.

 

 

L’intervista di Tucker Carlson ci ha consegnato un’immagine quasi affascinante dello zar, sempre dipinto da noi come despota spietato: elegante senza eccedere in ricercatezze, gesti pacati e gentili, espressione del viso calma, distesa, che trasmetteva un senso di sicurezza e lucidità. Risposte ben argomentate, sorrette da una dimestichezza derivante da studi giuridici e dalla approfondita conoscenza dei profili storici e di diritto internazionale.

Insomma, uno stile da gentleman che mette in crisi certa propaganda denigratoria trasmessa dall’informazione generalista, che ama dipingere Putin come un pazzoide. Lasciamo perdere poi le illazioni spacciate qualche mese fa sullo stato terminale di Putin, colpito da fiero morbo, forse già morto e sostituito da qualche sosia.

Se poi paragoniamo il portamento di Putin con quello truce, arcigno, militaresco e, diciamolo, antipatico di Zelensky (vedi sua recente foto tipica a sinistra) il confronto diventa impietoso.

Una curiosa domanda al cittadino europeo medio, che deriva dai cliché ritagliati addosso ai due personaggi, potrebbe essere questa: è più comico quello sulla sinistra o è più criminale quello sulla destra? È l’apparenza che inganna o sono i costruttori di apparenze quelli che ingannano? La risposta non è univoca: sta a ciascuno di noi discernere.

Questi tipi di dubbi basati sull’apparenza a volte rischiano di diventare di impatto sostanziale nell’opinione pubblica. Tornando all’intervista a Putin, far vedere, oltre che far ascoltare, chi non si vuol far vedere o ascoltare è pericoloso. Rende possibile ribaltare un pregiudizio in un giudizio. Dà qualche possibilità in più di discernimento.

Chissà, forse oggi, grazie a Tucker Carlson, Putin potrebbe essere rispettato un po’ di più, non per quello che ha spiegato dettagliatamente sulla genesi del conflitto ucraino ma per lo stile dimostrato e per i modi in cui gli è stato permesso di esprimersi davanti ad una larga fetta dell’opinione pubblica americana (e non solo).

Non è detto che il mostro sia così brutto come lo si dipinge. A volte i costruttori di apparenze ingannano.

 


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