di Sabino Paciolla
Ho assistito allo “show” di Donald Trump nel suo intervento alla Knesset di lunedì scorso, e ho provato un grande disagio. Certo, capisco la gioia per la possibile pace, o per la sicura tregua – spero non momentanea – e di questo gioisco anche io, ma le scene che si sono palesate ai miei occhi davano l’idea che si trattasse più di una festa, un po’ oltre i limiti, simile a quella di un consiglio di amministrazione che ha raggiunto l’agognata conclusione di un deal, piuttosto che della probabile conclusione di una tragedia.
In questa improbabile immagine di un consiglio di amministrazione (cda), si vede un CEO che dà le pacche sulle spalle ai vari attori del deal, del contratto concluso. Nelle parole del CEO-Trump, festoso oltre ogni limite, neanche una parola di dolore per l’immane tragedia che si è concretizzata nel massacro dei palestinesi e nelle morti dei soldati israeliani. Eppure, 67.000 palestinesi sono morti, la stragrande maggioranza dei quali costituita da civili – tra cui almeno 20.000 bambini – a fronte di 466 soldati israeliani morti: sono lì sotto i nostri occhi. Circa 144 palestinesi per ogni soldato israeliano morto è la cruda aritmetica. Quella cifra dei palestinesi, a detta di tutti, è assolutamente sottostimata. Infatti, la prestigiosa rivista medica The Lancet riporta una stima, alla data di pubblicazione dell’articolo, 5 luglio 2024, di almeno 186.000. Oggi, a distanza di circa 1 anno e mezzo dalla pubblicazione di quell’articolo, la cifra sarà sicuramente molto più alta. Tutto questo massacro di civili, agli occhi della coscienza del mondo e di Dio, grida giustizia.
Per fortuna, in Israele vi sono anche voci che puntano il dito sulle responsabilità. Alcune di tali voci le ho lette sul giornale israeliano Haaretz.
Due anni dopo il 7 ottobre 2023, scrive lo staff di Haaretz nel suo editoriale di ieri, Israele si trova di fronte a una verità scomoda che continua a eludere: il momento della responsabilità è arrivato, ma le istituzioni e i leader che dovrebbero rispondere dei propri fallimenti continuano a sottrarsi al dovere di rendere conto.
Durante la cerimonia commemorativa statale al Monte Herzl, Yael Bonny ha raccontato gli ultimi momenti di vita di sua figlia Naama, il caporale ucciso mentre difendeva la base Yiftah. Naama aveva avvertito dell’infiltrazione terroristica, salvando tutti coloro che si trovavano nella sala operativa rinforzata, ma perdendo la vita insieme ad altri otto soldati dopo aver eliminato venti terroristi. La madre, straziata, si chiede ancora cosa passasse per la testa di sua figlia in quei momenti amari. Una domanda che non avrà mai risposta, ma che ne genera un’altra, ben più urgente: come è stato possibile un fallimento così catastrofico dell’esercito israeliano?
La risposta a questa domanda, continua l’editoriale di Haaretz, richiede una commissione d’inchiesta statale, strumento essenziale per fare chiarezza sulle responsabilità del peggior disastro nella storia del Paese. Eppure, a distanza di due anni, tale commissione non è ancora stata istituita. La responsabilità di questa inaccettabile inerzia ricade direttamente su coloro che sedevano di fronte a Yael Bonny durante quella stessa cerimonia: il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana, i ministri Miri Regev e Itamar Ben-Gvir, e tutti gli altri membri di un governo che sa benissimo cosa una vera commissione d’inchiesta rivelerebbe.
L’ipocrisia raggiunge il culmine, continua l’editoriale di Haaretz, quando lo stesso Netanyahu, principale sabotatore dell’istituzione della commissione, osa parlare durante la cerimonia di “coesione interna” e “responsabilità reciproca”. Parole vuote che contrastano con una realtà in cui il governo lavora attivamente per istituire una commissione politica controllabile, invece di quella indipendente che la maggioranza degli israeliani richiede. La Corte Suprema è stata costretta a ordinare al governo di comunicare i progressi entro trenta giorni, di fronte ai pretesti imbarazzanti con cui l’esecutivo ha tentato di ritardare il processo. La ragione è che, per usare le parole che ha usato lo stesso Netanyahu in altra occasione: “hanno PAURA”.
Ma il problema della responsabilità va ben oltre il 7 ottobre, scrive Carolina Landsmann nel suo articolo pubblicato ieri su Haaretz. Ciò che emerge dalle recenti vicende è un’incapacità più profonda dello Stato israeliano di assumersi le proprie responsabilità come nazione sovrana. Durante il recente discorso del presidente americano Donald Trump alla Knesset, i volti dei presenti irradiavano una gioia quasi infantile, come bambini liberati da un peso insopportabile. Non era la gioia politica di una conquista diplomatica, ma il sollievo di chi viene finalmente esonerato dalla responsabilità di decidere.
Quando Trump ha dichiarato che darà ordine all’esercito israeliano di riprendere i combattimenti se Hamas viola l’accordo, nessuno ha battuto ciglio di fronte all’assurdità di un presidente straniero che si arroga il diritto di comandare le forze armate di un altro Stato sovrano. Al contrario, Israele si è arreso con piacevole sottomissione, come una nazione che rinuncia volentieri al corsetto soffocante della sovranità. Il desiderio profondo sembra essere quello di una conquista pacifica, di un ritorno alla condizione di sudditi protetti, liberati dal peso delle decisioni difficili.
Ancora più assurdo, aggiungo io, è che un presidente straniero, Donald Trump, vada a rivolgersi al capo dell’assise di un altro Stato, Israele, chiedendo, con fare grossolano e impudente, di concedere la grazia a Netanyahu per il processo che lo vede inquisito – dal quale sta cercando di sottrarsi, usando tutti i mezzi.
Questo rifiuto della responsabilità, scrive Hanin Majadli nel suo articolo di ieri su Haaretz, si manifesta in modo ancora più drammatico quando si considera il trattamento dei palestinesi. Con gli ostaggi tornati a casa, per gli israeliani la guerra è finita e la routine sembra riprendere. Si affrettano a dichiarare che è l’8 ottobre, come se il tempo si fosse fermato. Ma la disparità tra come appare la fine della guerra a Tel Aviv e come appare a Gaza è brutale. Mentre gli israeliani cercano di riprendersi e di sognare di nuovo un futuro, a Gaza inizia il vero conteggio dei morti, la ricerca dei dispersi, il tentativo di ricostruire vite completamente distrutte. “Migliaia di persone stanno tornando nel centro e nel nord di Gaza dalla Striscia meridionale e stanno documentando la distruzione e la devastazione. La disparità tra come appare la fine della guerra a Tel Aviv e come appare a Gaza è brutale”, scrive Hanin Majadli.
È stato un errore pensare che le uccisioni a Gaza fossero un caso eccezionale. Si è trattato invece di un’espressione particolarmente estrema di ciò che è sempre stato possibile in questo contesto, continua Hanin Majadli. Israele non ha mai avuto problemi morali nell’uccidere palestinesi. Anche prima della guerra, in periodi considerati “tranquilli”, decine di palestinesi venivano uccisi senza praticamente alcuna ripercussione. Ora, dopo un anno di massacri sfrenati, l’asticella si è alzata ulteriormente ed è diventata la nuova normalità.
La violenza israeliana, continua Hanin Majadli, non cesserà finché rimarranno le fondamenta del regime che controlla la vita dei palestinesi, un sistema basato sulla supremazia religiosa e razziale e sul dominio militare. Questo dominio continua a manifestarsi in modi diversi: se non nella Striscia, allora in Cisgiordania, e se non lì, allora all’interno della Linea Verde.
Se Israele non sarà ritenuto responsabile, ne pagheremo tutti il prezzo, non solo i palestinesi, continua Hanin Majadli. Quello che succede a Gaza non rimarrà a Gaza. Israele ha creato un precedente globale pericoloso: uno Stato può commettere atrocità, trasmetterle in diretta e continuare a far parte del mondo libero. È lecito massacrare e affamare in nome dell’autodifesa. Non si tratta di una questione locale, ma di una questione che riguarda il futuro dell’ordine mondiale.
Come in Germania, Sudafrica e Ruanda, ora è il momento di Israele. La lotta per perseguire lo Stato e chiedere sanzioni contro di esso è appena iniziata. È l’unica possibilità per un futuro diverso, in cui il cerchio possa davvero chiudersi: non solo con il recupero dei corpi degli ostaggi, ma con spiegazioni chiare e con l’identificazione dei responsabili del disastro del fallimento dell’esercito nel captare l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Solo così Yael Bonny e migliaia di altri familiari delle vittime potranno sapere come è avvenuto il fallimento che ha portato all’uccisione dei loro cari. Solo così Israele potrà smettere di essere il bullo occupante del quartiere e assumersi finalmente le proprie responsabilità come nazione sovrana.
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