Foto: card. Walter Kasper e card. Reinhard Marx

Foto: card. Walter Kasper e card. Reinhard Marx

È faticoso scrivere a proposito di Roma in questi giorni. La confusione continua, apparentemente senza che nessuno se ne accorga. Ma alcune cose che accadono non ti permettono di ignorarle. Questa volta, è l’incontro dei vescovi tedeschi a Roma giovedì scorso – un incontro convocato perché c’è divisione all’interno della Conferenza episcopale tedesca sull’opportunità di consentire la comunione, in alcuni casi, ai coniugi protestanti dei cattolici.

Il conflitto sembrava essere stato risolto qualche settimana prima. Secondo i resoconti (fonti ben informate, ndr), la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) – l’ufficio vaticano incaricato di trattare le questioni dottrinali – avrebbe inviato ai tedeschi una lettera in cui si diceva che non avrebbero potuto cambiare la prassi di lunga data. L’ex capo della CDF, il cardinale Gerhard Mueller, ha sostenuto la stessa posizione approfonditamente e con grande chiarezza (qui). Anche Papa Emerito Benedetto si diceva che fosse d’accordo.

Secondo quelle fonti, sembrava che anche papa Francesco non volesse che la lettera fosse resa pubblica. Invece, ha chiamato i vescovi di entrambe le parti a Roma. Il capo della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Marx, si aspettava l’appoggio del papa, poiché molti credono che papa Francesco favorisse tali cambiamenti. Ma l’attuale capo della CDF si è limitato a dire ai vescovi tedeschi che la decisione del papa era di tornare a casa e raggiungere una decisione “unanime” da soli.

Ora, come per molte cose che il papa fa, il significato non è chiaro, e si potrebbe leggere quella decisione in diversi modi. La prima e più ovvia interpretazione è che il Papa sta cercando di promuovere la sua visione di una Chiesa “decentrata, in cui i singoli vescovi e le singole conferenze episcopali non sempre si rivolgono a Roma per trovare risposte alle domande.

Ma i problemi con una tale istituzione decentrata, “sinodale” sono la legione. Dopo i Sinodi sulla Famiglia, molti di noi hanno sottolineato che potevamo ricevere insegnamenti diversi sull’Eucaristia da parti diverse del confine tra la Germania e la Polonia. In Polonia rimane un sacrilegio ricevere la Comunione dopo aver divorziato ed essersi risposati (senza annullamento); ma in Germania prendere la Comunione dopo un “periodo penitenziale” sarebbe considerato un meraviglioso progresso di misericordia.

Ora è chiaro che anche questo scenario era troppo roseo. I (vescovi, ndr) tedeschi – alcuni, comunque – hanno giocato un ruolo inaspettato in Vaticano sotto il primo papa latino-americano. I cardinali Marx e Kasper hanno spinto gli obiettivi liberali degli anni ’70 ed hanno ottenuto ascolto. Ma allo stesso tempo, anche in Germania, Rainer Maria Woelki, cardinale arcivescovo di Colonia, la diocesi più grande e ricca della Germania, e altri prelati si oppongono a tali adeguamenti “pastorali” perché conducono a posizioni “dottrinali” diverse sull’Eucaristia – e persino sulla Chiesa.

Questo ci porta ad un secondo modo di guardare alla decisione del Papa. Se si è impegnati, come lui è, in una Chiesa più “sinodale”, conflitti come questo si moltiplicheranno rapidamente, forse nello stesso modo in cui le questioni dottrinali hanno rapidamente diviso i riformatori protestanti in gruppi multipli e conflittuali. Se tutti i vescovi tedeschi vivessero un centinaio d’anni, non raggiungerebbero mai una posizione “unanime” su questa questione perché le due parti hanno posizioni profondamente opposte.

E’ un po’ come sperare che i fautori della vita (pro-life, ndr) e gli attivisti a favore dell’aborto possano un giorno raggiungere un consenso perfetto. Non accadrà – non può accadere – perché non c’è un terreno comune tra il pensare che l’aborto sia necessario per l’uguaglianza delle donne e il pensare che l’aborto sia omicidio.

Forse il Papa si rende conto che il consenso unanime è impossibile e si accontenta solo di lasciare andare il dibattito, senza intervenire. E’ uno dei suoi quattro principi fondamentali quello di “avviare processi”, non cercare di “dominare gli spazi”.

Ma questo ci porta a una terza considerazione: se quanto sopra è corretto, abbiamo anche una nuova visione del papato? Il papa non fa e non deve prendere ogni decisione in una Chiesa globale. I singoli vescovi e le singole Conferenze episcopali hanno un ruolo legittimo nel decidere come le verità della Fede debbano essere vissute localmente. Ma non si può permettere che la loro giusta autorità spezzi l’unità della Chiesa universale.

I vescovi locali possono prendere decisioni sui dettagli della liturgia, sulle questioni del personale e così via. Ma alcune questioni possono rapidamente portare allo scisma; per questo uno dei ruoli del papa è sempre stato quello di pontifex, il costruttore del ponte – promotore dell’unità.

A mio avviso, non ci possono essere divisioni sulla natura e sul significato dell’Eucaristia – il sacramento dell’unità. Che è dove sembriamo essere al momento.

Una parte vede quel sacramento come una sorta di ospitalità e di accoglienza per tutti, “una medicina, non un premio per il perfetto”; l’altra parte lo vede come un segno profondo di piena unità in Cristo – e tra di loro.

La comunione per i divorziati e risposati è diventata un punto dolente proprio perché, nel modo oscuro di Amoris laetitia, sembra esacerbare la stessa divisione sull’Eucaristia. Chesterton osserva in uno dei suoi saggi che una persona può camminare fino al bordo di un precipizio se il tempo è limpido e può vedere esattamente dove sta mettendo i piedi. Se sta camminando in una nebbia, tuttavia, la cosa intelligente da fare è quella di camminare ad ampia distanza dal burrone.

Nell’attuale nebbia cattolica, alcuni sono felici perché alcune distinzioni personalmente fastidiose sembrano essere state cancellate. Ma altri – sì, a volte eccessivamente, ma non senza ragione – temono che siamo pericolosamente vicini a un passo fatale su più fronti che non vediamo nemmeno.

Papa Francesco non è il più chiaro dei leader. Ma ciò che forse è ancora più preoccupante in queste questioni controverse è che spesso stiamo discutendo come se le questioni non fossero mai state trattate prima nella Chiesa. Esse lo sono state – e sono state risolte in modi che non si prestano ad essere cambiate attraverso il “dialogo”.

Siamo in un momento in cui non solo stiamo aumentando le divisioni tra i cattolici esistenti, ma con i Padri della Chiesa e i grandi medici e santi, martiri e confessori dei tempi. E alla fine dobbiamo chiederci: san Pietro o san Paolo, Gesù stesso, penserebbero che lasciare che queste divisioni persistano sia ciò che Dio vuole per il suo popolo?

 

di Robert Royal

 

Fonte: The Catholic Thing ( nella mia traduzione)

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