Don Luigi Giussani e Papa Francesco
Don Luigi Giussani e Papa Francesco

 

 

di Mattia Spanò

 

In molti hanno provato giusta commozione per le parole che papa Francesco ha rivolto a Comunione e Liberazione nel centenario della nascita del Servo di Dio don Luigi Giussani.

Nella prima parte, il papa ha tra gli altri ringraziato don Carròn per il suo servizio alla guida del movimento e per “aver tenuto fermo il timone della comunione con il pontificato”, anche se non è mancato un “impoverimento nella presenza di un movimento” da cui la Chiesa “spera molto di più”.

Ha poi sottolineato, rispetto al carisma, che i modi di viverlo possono costituire “un ostacolo o addirittura un tradimento”, mettendo in guardia dalla “paura”, “il ripiegamento su se stessi”, la “stanchezza spirituale”. “Il mondo è cambiato rispetto agli inizi del vostro movimento”, ha detto il papa incoraggiando “a trovare i modi e i linguaggi adatti” perché, come aveva precisato pochi istanti prima, “il carisma non cambia”.

Il papa ha poi ricordato don Giussani come “educatore” e “figlio della Chiesa”, parlando della sua “tenerezza” e “riverenza” verso la Chiesa, e sottolineando come “senza autorità” si vada fuori strada, mentre “senza il carisma” il cammino diventa “noioso, non più attraente per la gente di quel particolare momento storico”.

Un carisma, ha concluso il papa citando don Giussani, “va istituzionalizzato, e un’istituzione deve mantenere la dimensione carismatica”. Siamo chiamati ad “essere mediatori dell’incontro con Cristo, senza legare gli altri a noi”.

I membri di CL ricordano bene la lettera che il cardinal Farrell ha scritto a Davide Prosperi, in cui in modo molto esplicito il prefetto si esprimeva in merito a derive ereticali di don Carròn e l’atteggiamento scismatico dei membri del movimento.

È interessante però “ricordare” (come dice il papa: riportare al cuore) un altro passaggio del discorso che Francesco tenne a Comunione e Liberazione il 7 marzo 2015. Lo cito per intero.

“Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore!”.

Nel secondo capitolo di Generare tracce nella storia del mondo, affrontando il tema del carisma nel rapporto con l’istituzione (la Chiesa), don Giussani descrive piuttosto efficacemente la natura del carisma in relazione all’istituzione:

“Il primo carisma è l’Istituzione, perché essa è lo strumento della presenza dello Spirito di Cristo che agisce e si comunica nel Magistero e nei Sacramenti. Ma affinché Magistero e Sacramenti non siano intesi come parti isolate dall’unità e dalla totalità della esperienza cristiana, cioè ridotti a misura individualistica del singolo, occorre che essi siano vissuti secondo la logica e la dinamica della comunione, che è la natura stessa della Chiesa.

Allora questi carismi sostanziali, istituzionali, sono percepiti come tali attraverso l’esistenzialità del carisma particolare, donato dallo Spirito in funzione della totalità dell’esperienza ecclesiale.

Questa dinamica inoltre è la risposta a una tentazione particolarmente diffusa nella Chiesa di oggi, secondo la quale il coinvolgimento del popolo di Dio, e in particolare dei laici, nella missione della Chiesa viene visto come partecipazione democraticamente intesa a un «potere» concepito riduttivamente secondo categorie mondane.

La questione del rapporto tra carisma e istituzione appare allora come decisiva; essa evidenzia che i due termini non sono estrinseci l’uno all’altro.

Ogni carisma rigenera la Chiesa dovunque, rigenera l’istituzione dovunque, obbedendo ultimamente a ciò che è garanzia del carisma particolare stesso: Grazia, Sacramento, Magistero. Se il carisma particolare è il terminale attraverso cui viene veicolato lo Spirito di Cristo e diventa possibile oggi il riconoscimento del Suo Avvenimento, il carisma dell’istituzione è tale perché è l’ambito di vita di questo terminale. Negare la novità del carisma particolare significa soffocare la vitalità dell’istituzione”.

Mi sembra che la sensibilità di papa Francesco e don Giussani divergano su un punto in particolare: la modalità di “innesto” – Giussani avrebbe forse utilizzato questo termine – del carisma particolare in quello universale.

Mentre papa Francesco opera in una prospettiva storica – discernimento, rinnovamento di metodo e linguaggio, mondo cambiato – Giussani riflette sulla dimensione ontologica, segnalando il rischio del potere mondano. Non è una differenza da poco.

Molti dei richiami promossi da papa Francesco sono condivisibili. Anche non lo fossero, andrebbero accolti nella pratica per un fatto squisitamente statutario: è il papa che comanda.

Tuttavia, la dimensione storica contraddice in questo caso quella ontologica: non si capisce come un “carisma vivo” come la Chiesa possa “annoiare”, o come “modi di vita e linguaggio” vadano armonizzati ad un “mondo cambiato”.

In altre parole: la Chiesa come dono di Dio e costellazione di doni divini, la fa Dio o la fanno gli uomini, in particolare i presbiteri? La vita la dona Dio o la decidono gli uomini? C’è una naturalezza nell’opera di Dio – anche nel senso della fine di tutto, inclusi carismi ecclesiali – oppure no? L’esperienza dell’uomo ha un valore per la Chiesa o no?

Non voglio allontanarmi troppo dal cuore del problema, anche se questi interrogativi via via più radicali toccano la carne viva del destino umano in senso ecclesiale cattolico.

Credo che più che istituzionalizzare qualunque carisma, occorra riconoscere la Chiesa come dono e opera di Cristo. In tal senso, non c’è periferia che non sia centro: ci pensa la realtà a distinguere il grano dal loglio.

Il mondo cambia, lo fa e lo farà sempre. Arrivati a questo punto della vita di CL e della Chiesa, la scelta da operare è fra prospettiva storica e ontologica. Pur riconoscendo alcuni elementi validi e necessari nella prima, rimango profondamente persuaso dell’urgenza della seconda.

In altre parole, non mi basta sapere che una determinata esperienza – nel suo piccolo, quella di qualsiasi cattolico – è innestata nel corpo ecclesiale. Voglio sapere come, perché e a quale scopo, se è vero com’è vero che ne va della vita e la salvezza dell’anima. E senza salti logici, scarti di lato, dichiarazioni di principio (sempre vere e spesso inutili). Su questo aspetto, la riflessione di Giussani mi sembra ancora formidabile.

 


 

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