Duccio di Buoninsegna
Duccio di Buoninsegna – Gesù con gli Apostoli

 

Domenica IV del Tempo Ordinario (Anno C)

(Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30)

 

 

di Alberto Strumia

 

 

Se le letture della liturgia della scorsa domenica ci indicavano come “metodo” della vita cristiana quello di istruirsi sul cristianesimo, perché quasi tutto è stato dimenticato, le letture di oggi ci dicono che, perché ciò in cui ci siamo istruiti serva a qualcosa, serva per vivere, occorre provare a “prendere sul serio” ciò che, almeno mentalmente, si è imparato. La dottrina cristiana contiene in sé una “concezione dell’uomo” e di “tutta la realtà” che è imparagonabilmente superiore a qualsiasi filosofia umana, a qualsiasi religione, e tanto più a qualsiasi ideologia politica. Chi se ne accorge, anche se non ha ancora dichiaratamente la fede, è invitato a prendere in considerazione il cristianesimo, almeno come “ipotesi di lavoro” da “verificare” nel “laboratorio della storia” e della propria vita.

– Il Salmo responsoriale. Fino a che, con il salmista, una volta approdato alla fede, possa dire al Signore della storia, come dopo la scoperta di un nuovo “continente esistenziale” e, di conseguenza “culturale”: «Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!».

– Il Vangelo. Non a caso il Vangelo non manca di registrare la meraviglia degli ascoltatori di Gesù, per la straordinarietà di quello che dice e insegna («erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca»).

Per non rendersi conto della superiorità, della “trascendenza” della Rivelazione rispetto ad ogni conoscenza puramente umana, bisogna non avere conosciuto Cristo che in maniera distorta, falsata, non corrispondente a ciò che veramente insegna. E questo può avvenire

= per l’inadeguatezza nel modo di chi ne parla

= o, peggio, per “pregiudizio”: «dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”», che cosa potrà mai sapere che meriti di essere preso in considerazione da coloro che contano, presso i quali non può apparire che un illuso idealista? Che cosa potrà mai dire e fare di meglio di quanto sappiamo già fare noi, che abbiamo ben più potere di lui?

È a causa del “pregiudizio” e della “presunzione” di sapere e di volere fare meglio di Lui, che nasce l’ostilità contro il cristianesimo: è il “peccato originale” che si riproduce regolarmente nella storia.

Ma chi avrà l’ultima parola? Sulla realtà, sul mondo intero, sull’origine e sul destino di tutte le cose e dell’uomo?

Occorre solo la “pazienza della storia”, per attendere il tempo della Sua finale manifestazione. Il tempo non è ancora maturo, non è ancora arrivato, anche se possiamo ragionevolmente pensare e sperare che sia ormai molto vicino.

Per ora «Egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino», o come dice ancora più espressivamente la vecchia traduzione, «se ne andò» lasciandoli, sul momento, incapaci di seguirlo, neppure per fargli del male.

E accettò la sfida del mondo nei Suoi confronti, che è la sfida del “moralismo”, quella di chi accusa Cristo, la Sua dottrina, la Sua Chiesa, di incapacità e inefficacia («Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!»), o prende motivo di scandalo delle sue origini («Non è costui il figlio di Giuseppe?»), o il peccato dei Suoi seguaci (oggi, in particolare modo gli scandali per i peccati degli uomini di Chiesa), a pretesto per rifiutarlo in blocco e non considerarlo seriamente.

Ma “la prima” come “l’ultima parola”, è e rimane la Sua, pronunciata con autorità, l’autorità del Figlio di Dio: «Gesù cominciò a dire nella sinagoga: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”». E questa è l’unica parola che resiste alla prova del tempo, alla decomposizione della storia: «non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,34-35).

– La prima lettura. È sull’autorevolezza definitiva delle parole di Cristo che si basa la sfida dei cristiani al mondo, a Satana, per il fatto di sapere già come andrà a finire, perché Cristo ha già vinto con la Sua Risurrezione.

Su questo ci istruisce la prima lettura quando ci dice: «Non spaventarti di fronte a loro». Di più: «Io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese». È tutt’altro che l’invito ad ingaggiare una corsa irrealistica “contro i mulini a vento”, come alcuni anche oggi sembrano talvolta intenderla, quanto l’istruzione per “resistere alla prova del tempo”, perché, alla fine, coloro che vogliono fare da soli, senza Cristo – o peggio alleandosi con Satana – si troveranno a mettersi gli uni contro gli altri, finendo per sbranarsi tra loro per prevalere. Così il loro potere finirà in nulla («Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché Io sono con te per salvarti»).

– La seconda lettura, avverte, con le parole dell’Apostolo Paolo, quelli che hanno accettato di seguire Cristo, facendo parte della Sua Chiesa, di non ritornare alla stessa logica del mondo che avevano prima della loro conversione, cedendo alla tentazione di prevalere sugli altri, esibendosi e cercando il potere anche nella comunità ecclesiale, come se fosse una realtà solo politica, non retta dalla fede, dalla speranza e dalla carità. Così Paolo insegna con chiarezza che anche con tutto questo “potere”, fosse anche quello di fare le cose più straordinarie, compresi i miracoli, se «non avessi la carità, non sarei nulla». I carismi sono dati dallo Spirito «per l’utilità comune» (1Cor 12,7) e non per acquisire potere sugli altri!

La carità, non è quel pietismo sentimentale melenso al quale troppo spesso pensiamo essa debba essere ridotta, ma è “il modo di amare di Cristo”, del quale possiamo essere resi capaci anche noi, per partecipazione, se il vero motivo per cui facciamo le cose è Cristo stesso, e non Lui come pretesto per nascondere secondi fini, che con Lui hanno ben poco a che fare (interessi di parte, di denaro, di possesso delle persone, di carriera, ecc.).

Certamente Maria e Giuseppe ci sono di esempio, in modo eccelso; ma sono non solo un esempio: essi sono soprattutto coloro ai quali ricorrere, perché intercedano per noi presso il Signore, ottenendoci la Grazia per essere resi simili a Lui («Quando Egli sarà manifestato, saremo simili a Lui», 1Gv 3,2), come Egli stesso ha previsto, chiamandoci alla Fede, sostenendoci nella Speranza, coinvolgendoci nella Carità, nel Suo stesso modo di amare.

 

Bologna, 30 gennaio 2022

 

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. È direttore del sito albertostrumia.it

 

 

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