“Dovremmo stare a casa a calmarci? È necessario svaligiare il supermercato locale e costituire delle riserve per prepararsi ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. Non è inconsapevole di essere mortale, ma sa in chi ha riposto la sua fiducia. Crede in Gesù che gli dice: ‘Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chi si affretta e crede in me non morirà mai’ (Giovanni 11:25-26)”.

Così padre Pascal Roland, in questo articolo pubblicato su catholique-belley-ars, tradotto per il lettori di questo blog da Elisa Brighenti.

 

La peste

 

Più che l’epidemia di coronavirus, dobbiamo temere l’epidemia della paura! Da parte mia, mi rifiuto di cedere al panico collettivo e di sottomettermi al principio di precauzione che sembra spostare le istituzioni civili.

Non intendo quindi dare istruzioni particolari alla mia diocesi: i cristiani smetteranno di riunirsi per pregare? Rinunceranno a frequentare e ad aiutare i loro simili? A parte le elementari misure precauzionali che ciascuno spontaneamente prende per non contaminare gli altri quando è malato, non è opportuno aggiungerne altre.

Dobbiamo piuttosto ricordare che in situazioni molto più gravi, quelle delle grandi piaghe, e quando i mezzi sanitari non erano quelli di oggi, le popolazioni cristiane si distinguevano per la preghiera collettiva, oltre che per l’aiuto ai malati, l’assistenza ai moribondi e la sepoltura dei morti. In breve, i seguaci di Cristo non si sono allontanati da Dio né hanno evitato i loro simili. Al contrario!

Il panico collettivo a cui assistiamo oggi non rivela forse il nostro rapporto distorto con la realtà della morte? Non manifesta forse gli effetti ansiogeni della perdita di Dio? Vogliamo nascondere il fatto che siamo mortali e, avendoci chiusi fuori dalla dimensione spirituale del nostro essere, perdiamo le nostre radici. Poiché abbiamo a disposizione tecniche sempre più elaborate e più efficienti, fingiamo di padroneggiare tutto e nascondiamo il fatto che non siamo i padroni della vita!

A proposito, notiamo che il verificarsi di questa epidemia al momento dei dibattiti sulle leggi della bioetica ci ricorda fortunatamente la nostra fragilità umana! E questa crisi globale ha almeno il vantaggio di ricordarci che viviamo in una casa comune, che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti, e che è più urgente cooperare che chiudere le nostre frontiere!

E poi sembra che tutti noi abbiamo perso la testa! In ogni caso, stiamo vivendo una menzogna. Perché concentrare improvvisamente la nostra attenzione solo sul coronavirus? Perché nascondere il fatto che ogni anno in Francia la banale influenza stagionale fa ammalare dai 2 ai 6 milioni di persone e causa circa 8.000 morti? Sembra anche che abbiamo rimosso dalla nostra memoria collettiva il fatto che l’alcol è responsabile di 41.000 morti all’anno, mentre si stima che 73.000 siano attribuite al tabacco!

Lungi da me, quindi, prescrivere la chiusura delle chiese, la soppressione delle messe, l’abbandono del gesto di pace durante l’Eucaristia, l’imposizione di questo o quel modo di comunione ritenuto più igienico (detto questo, ognuno potrà sempre fare come vuole!), perché una chiesa non è un luogo di rischio, ma un luogo di salvezza. È uno spazio dove accogliamo Colui che è la Vita, Gesù Cristo, e dove attraverso di Lui, con Lui e in Lui, impariamo insieme ad essere esseri viventi. Una chiesa deve rimanere quello che è: un luogo di speranza!

Dovremmo stare a casa a calmarci? È necessario svaligiare il supermercato locale e costituire delle riserve per prepararsi ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. Non è inconsapevole di essere mortale, ma sa in chi ha riposto la sua fiducia. Crede in Gesù che gli dice: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chi si affretta e crede in me non morirà mai” (Giovanni 11:25-26). Egli sa di essere abitato e animato dallo “Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti” (Romani 8,11).

E il cristiano non appartiene a se stesso, la sua vita è data, perché segue Gesù, che insegna: “Chi vuole salvare la sua vita la perderà, ma chi perde la sua vita per amore mio e del Vangelo la salverà” (Mc 8,35). Non si espone indebitamente, ma non cerca nemmeno di conservarsi. Seguendo le orme del suo Maestro e Signore crocifisso, impara a donarsi generosamente al servizio dei suoi fratelli più fragili, nella prospettiva della vita eterna.

Quindi non cediamo all’epidemia di paura! Non siamo i morti viventi! Come direbbe papa Francesco: non lasciatevi rubare la speranza!

 

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