Un articolo del prof. Leonardo Lugaresi sull’intervento di Mario Draghi al Senato ripreso dal suo blog

 

 

La prima può sembrare una pedanteria da professore in pensione. Citando papa Francesco, il presidente del consiglio ha ripetuto che «le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento». Con il dovuto rispetto, la frase è così infelice che non sta in piedi. Posto che con “tragedie naturali” si intendano “eventi catastrofici che provocano la morte di molti uomini e gravi danni all’ambiente umano”, si potrebbe al massimo affermare che «alcune» (o, se proprio si vuole, «molte») di esse «sono causate dal nostro maltrattamento della natura». È evidente, infatti, che molte altre non lo sono affatto: terremoti, maremoti, ed eruzioni vulcaniche, ad esempio, non dipendono affatto dal comportamento umano. Ci sono poi eventi catastrofici provocati da cattive azioni dell’uomo, ma per definizione non sono tragedie naturali, anche se provocano gravi danni all’ambiente (Chernobyl, per esempio), ed eventi naturali le cui conseguenze sono rese più gravi dal comportamento umano; ma la frase citata da Draghi, così come è stata formulata, ha la stessa qualità del tweet con cui l’altro giorno un Roberto Saviano sosteneva che «le donne hanno pagato un prezzo altissimo durante il lockdown, perché le ha costrette a una vicinanza continua con i propri carnefici», ignorando la distinzione logica tra «le donne» e «alcune donne». Lasciamo stare poi l’animismo implicito nella metafora della natura che «risponde» al nostro maltrattamento … Con tante frasi che si potevano citare, proprio quella doveva intestarsi?

Il secondo rilievo è assai più sostanziale dal punto di vista politico. Dalle dichiarazioni programmatiche di Draghi si evince, mi pare, che in marteria di giustizia l’unico impegno del neonato governo sarà quello di «aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile», come l’Unione Europea richiede. È certamente un obiettivo importante, ma resto ugualmente molto colpito dalla rinuncia programmatica a fare alcunché per rimediare alla gravissima corruzione del sistema giudiziario nel suo insieme. In questo momento ci sono due fatti concomitanti che renderebbero forse possibile, e al tempo stesso assolutamente imprescindibile e urgente, un intervento politico sull’ordinamento della giustizia in Italia. Da una parte la sua profonda corruzione è stata resa palese nel suo vertice, cioè nel CSM, ed è sotto gli occhi di tutti, grazie al “caso Palamara”. Palamara sta alla magistratura come Buscetta stava alla mafia, nel senso che è un componente di livello apicale del sistema che, ad un certo punto, per ragioni sue, ha deciso di rivelare molte cose (non tutte) del funzionamento dell’organizzazione di cui faceva parte. Dunque non parla per sentito dire, di cose apprese da altri, ma riferisce fatti gravissimi di cui è stato testimone diretto o addirittura autore. Mentre però le rivelazioni di Buscetta ebbero un effetto, perché furono raccolte, verificate e utilizzate da Falcone per processare la mafia, ora non sta succedendo niente del genere. C’è un silenzio surreale e nessuno si muove. Dall’altra parte, il secondo fatto politicamente rilevante è che in questo momento la classe politica, se volesse, potrebbe essere unita nell’affrontare il problema perché per la prima volta dopo più di settanta anni c’è un governo che ha il sostegno di quasi tutte le forze presenti in parlamento. Mai come adesso ci sarebbero in teoria le condizioni per fare almeno qualche passo per riportare entro l’alveo della Costituzione la magistratura, nell’interesse di tutti. Una seria riforma del sistema di elezione del CSM sarebbe già tanto, perché ridurrebbe il potere delle correnti che attualmente fanno il bello e il cattivo tempo nella magistratura italiana. Tornare ad essere un paese in cui vige la divisione dei poteri e in cui i magistrati non fanno politica, vorrebbe dire aver fatto la madre di tutte le riforme. Diversamente, qualunque cosa questo o altri governi tentino di realizzare, resteremo sempre prigionieri di un sistema in cui – come dice Palamara, che sa il fatto suo – qualsiasi procuratore della repubblica abbastanza capace e spregiudicato, purché polticamente “coperto” da una corrente del CSM, può fare quello che vuole, senza limite alcuno, ed essere, di fatto, ben più potente di qualsiasi presidente del consiglio. Draghi compreso.

 

 

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