Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Bruno Moreno e pubblicato su InfoCatolica. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica. 

 

Papa Francesco e Vìctor Manuel Fernàndez
Papa Francesco e Vìctor Manuel Fernàndez

 

Ho letto con stupore e tristezza la lettera che Papa Francesco ha scritto ai dubia presentati da cinque cardinali sui temi da discutere nel tristemente famoso Sinodo della sinodalità. Non entriamo nel merito se sia stata scritta dal Papa stesso o dal cardinale Fernandez. Non ha molta importanza: è firmata dal Papa e questo è ciò che conta.

Questa “risposta”, com’era prevedibile vista l’attuale confusione, non risponde alle domande, ma si limita a confondere ulteriormente le questioni invece di chiarirle, un modo di agire che, per quanto posso vedere, non ha precedenti nel Magistero di due millenni di storia della Chiesa. Purtroppo, questo non è il peggio, e ho detto che ho letto la risposta con stupore e tristezza perché sono costretto a concludere che non è semplicemente confusa ed errata, ma non soddisfa nemmeno i requisiti minimi per essere considerata cristiana. Almeno secondo il mio (fallibile) giudizio. Esaminiamola brevemente.

Nella risposta ci sono affermazioni stupefacenti che, per quanto posso vedere, in qualsiasi momento della storia della Chiesa (tranne il presente, a quanto pare), avrebbero ricevuto la condanna universale da parte di tutti i cattolici. Per esempio:

“(f) D’altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi della Scrittura che le testimonianze della Tradizione hanno bisogno di un’interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Ciò è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Es 21,20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tollerano la schiavitù (cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non si tratta di una questione secondaria, data la sua intima connessione con la verità perenne della dignità inalienabile della persona umana. Questi testi hanno bisogno di essere interpretati. Lo stesso vale per alcune considerazioni neotestamentarie sulla donna (1 Cor 11,3-10; 1 Tim 2,11-14) e per altri testi della Scrittura e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere materialmente ripetute”.

Questo è semplicemente incredibile. È un dogma di fede che la Sacra Scrittura sia priva di errori. Il Concilio Vaticano II ha ricordato questa verità fondamentale della fede cattolica: “Poiché tutto ciò che affermano gli autori ispirati o gli agiografi deve essere ritenuto affermato dallo Spirito Santo, si deve confessare che i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errori, la verità che Dio ha voluto fissare nelle sacre lettere per la nostra salvezza” (Dei Verbum 11). Se qualcuno non riconosce questa verità fondamentale ed evidente che la Parola di Dio non sbaglia, non può nemmeno essere considerato un cristiano, tanto meno un cattolico.

Non avrei mai pensato di vedere il giorno in cui un documento pontificio avrebbe detto, in modo del tutto naturale, che “alcune considerazioni del Nuovo Testamento sulle donne” e altre questioni “non possono oggi” essere ripetute “materialmente” dalla Chiesa. E cosa ripeteremo allora? Quello che dicono i Veda, il Capitale o L’arte del bacio? Se questo non è porsi al di sopra della Parola di Dio, non so cosa lo sia. Con questo criterio, si può insegnare qualsiasi cosa. Oggi non si può più ripetere ciò che la Parola di Dio dice sulle donne, domani non si accetterà ciò che dice sulle coppie omosessuali o sull’adulterio, e dopodomani sarà la volta dell’omicidio (almeno per i bambini e gli anziani), della resurrezione di Cristo o della Santissima Trinità. Un’assurdità totale.

Dicevo che questo criterio non è nemmeno cristiano perché dissolve completamente la fede e la Chiesa stessa. Dopo tutto, la missione della Chiesa nel suo insieme e del Magistero in particolare è quella di trasmettere la Rivelazione di Gesù Cristo, contenuta nelle due fonti della Scrittura e della Tradizione. Se il Magistero, invece di trasmettere ciò che è rivelato, sceglie quali parti della Scrittura e della Tradizione possono essere “materialmente ripetute” e quali no perché già obsolete, ha fatto del Papa la fonte della rivelazione, una sorta di nuovo Messia, migliore e più misericordioso di Gesù Cristo. È un’idea del tutto incompatibile con la fede.

Per quanto riguarda la schiavitù, e brevemente, per amor di brevità, è deplorevole che il documento si avvalga di una diffusa bufala anticattolica, sostenendo che la Chiesa ha cambiato idea sulla schiavitù (e l’ha fatto abbandonando ciò che la Scrittura afferma sull’argomento!) La realtà, evidente a chiunque sappia qualcosa di morale, è che morale e immorale non sono nomi. La parola “schiavitù” non è né morale né immorale e nel corso della storia si è riferita a un’ampia varietà di realtà, dal lavoro forzato alla servitù coatta, alla servitù per debiti, alla prigionia, ecc. Alcune di queste realtà sono intrinsecamente riprovevoli e altre non lo erano necessariamente nelle loro circostanze.

La cosa immorale, da sempre condannata dalla Chiesa e dalla Parola di Dio, è trattare una persona come se fosse un oggetto. In questo senso, ad esempio, le leggi sulla schiavitù in Nord America (la cosiddetta “chattel slavery”, che considerava gli schiavi come oggetti) permettevano ai padroni di vendere i figli delle schiave, di maltrattarle crudelmente, di andare a letto con le schiave a piacimento e così via, ed erano quindi ovviamente immorali, non per la parola “schiavitù”, ma per le immoralità che permettevano. Nei Paesi cattolici, invece, si capiva che tali immoralità dovevano essere proibite, perché il fatto che qualcuno, legalmente, avesse lo status di “schiavo” non significava che avesse cessato di essere una persona. Allo stesso modo, San Paolo, parlando a un padrone del suo schiavo fuggito Onesimo, gli dice di trattarlo come un “caro fratello nel Signore”, come una persona e non come un oggetto di suo possesso, rifiutando così qualsiasi immoralità. In altre parole, la dottrina morale su questa questione non è cambiata, perché ciò che è immorale oggi lo era anche mille anni fa, anche se ovviamente i giudizi prudenziali sulle strutture giuridiche sono cambiati a seconda delle circostanze. È molto triste che un documento papale utilizzi false accuse anticristiane per “dimostrare” in questo modo che la dottrina cattolica può cambiare.

Inoltre, la risposta papale afferma che “la Chiesa deve costantemente discernere tra ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o meno direttamente collegato a questo obiettivo”. Questo è vero, ma irrilevante per la domanda dei cardinali, a meno che, come sembra, per “distinguere” non si intenda abbandonare ciò che non ci piace e che, proprio a questo scopo, abbiamo etichettato come secondario, come, ad esempio, l’insegnamento della Chiesa sull’immoralità dell’adulterio, l’esistenza di atti intrinsecamente malvagi, la liceità della pena di morte, l’impossibilità che Dio voglia che noi pecchiamo in alcune occasioni, il fatto che Dio dia sempre la grazia necessaria per non peccare, o l’esistenza della guerra giusta, tutte dottrine che sono state negate in vari documenti o dichiarazioni di questo pontificato.

Nella stessa linea di apparente deliberata confusione, ci viene assicurato che “ogni linea teologica ha i suoi rischi ma anche le sue opportunità”. Si tratta di un’evidente assurdità. La “linea teologica” di Lutero, Calvino, Tyrrell o Cerinto, per fare quattro esempi, non aveva semplicemente “rischi” e “opportunità”. Erano eresie, errori gravi che allontanavano i fedeli dalla vera fede. Per questo la Chiesa ha stabilito che non avevano posto nella Chiesa. Questa moderna affermazione che tutto va bene e non c’è nulla di sbagliato (tranne difendere la fede cattolica come sempre) non è altro che un’applicazione di due vecchi proverbi castigliani: di notte tutti i gatti sono marroni e quando il fiume è agitato, i pescatori ci guadagnano. In altre parole, si tratta di un chiaro tentativo di introdurre confusione per ottenere i cambiamenti desiderati, senza che sia troppo evidente la loro totale opposizione alla fede cattolica. Guai a chi chiama il male bene e il bene male, dice Isaia (anche se forse è una di quelle affermazioni della Parola di Dio che non possono essere “materialmente ripetute”, chissà).

Per quanto riguarda le unioni tra persone dello stesso sesso, nel testo abbondano le semplificazioni fuorvianti. Ad esempio, ci viene assicurato che la Chiesa “evita qualsiasi tipo di rito o sacramento che possa contraddire questa convinzione [che il matrimonio è tra un uomo e una donna] e dare l’impressione che qualcosa che non è matrimonio sia riconosciuto come matrimonio”. Si tratta di una semplificazione eccessivamente fuorviante, perché omette il punto più importante: la Chiesa non solo insegna che tali unioni non sono matrimonio. La fede cattolica insegna anche che sono gravemente immorali, contrarie alla legge di Dio e che, per loro stessa natura, portano all’inferno e non al paradiso. Per questo motivo non possono essere benedette e non per il gusto di apparire!

Si semplifica in modo fuorviante anche quando ci viene detto che “non possiamo essere giudici che si limitano a negare, rifiutare, escludere”. Questo è fuorviante perché non esiste assolutamente nessuno al mondo che si limiti a negare, rifiutare o escludere. Quello che si fa è negare, rifiutare o escludere ciò che viola la Legge di Dio, come la Chiesa ha sempre fatto, perché non può fare altrimenti. Non c’è dubbio su questo e certamente non si tratta di “ergersi a giudici”, ma di riconoscere che il Giudice divino ha parlato su questa materia e noi non possiamo fare altro che accettare ciò che Dio comanda. Obbedire e ricordare ciò che Dio stesso ha stabilito è il contrario del diventare giudici, è diventare servi e discepoli. D’altra parte, rifiutare la legge di Dio significa diventare giudici rispetto all’unico Giudice.

Ci viene anche detto che è necessario “che non solo la gerarchia, ma tutto il popolo di Dio, in modi e a livelli diversi, possa far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa”. Ciò che si nasconde in questa apparentemente bella risposta è che chi “fa sentire la sua voce” contro la dottrina della Chiesa, per il fatto stesso di non far parte del Popolo di Dio. Se la sinodalità, come stiamo vedendo e come è già successo nei sinodi precedenti, consiste nell’aprire la strada a tutti per negare senza conseguenze ciò che la Chiesa insegna e per accettare la possibilità di accettare queste negazioni della fede, questo non ha nulla a che fare con il sensus fidei, né con il “cammino della Chiesa”, né con qualcosa di lontanamente cattolico. È semplicemente la confusione di Babele elevata blasfemicamente al rango di Pentecoste.

Ci viene anche assicurato che l’insegnamento della Chiesa sulla differenza essenziale tra il sacerdozio sacramentale e il sacerdozio comune dei fedeli (sottolineato molto chiaramente dal Concilio Vaticano II) equivale a dire che “non è opportuno sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di “seconda categoria” o di minor valore (“un grado inferiore”). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono a vicenda”. Questo è sorprendente. Proprio il fatto che la differenza è essenziale indica che non si può fare questa equiparazione, che mette tutto sullo stesso piano, in cui i sacerdoti ordinati illuminano i laici e i laici illuminano i sacerdoti, come se, in pratica, fossero tutti uguali. La realtà è che una differenza essenziale e qualitativa implica ministeri essenzialmente diversi e che il triplice munus di insegnare, santificare e governare è stato affidato al sacerdozio ordinato per volontà di Dio. I laici possono e devono collaborare con i chierici, ma questo tentativo di usurpare la loro specifica e distinta missione (che si manifesta nel delirante fatto che ai laici sia permesso di votare al Sinodo dei Vescovi come se fosse la stessa cosa essere vescovo e laico) è completamente contrario alla dottrina della Chiesa.

Ancora una volta, c’è un tentativo di seminare confusione piuttosto che fornire chiarezza quando ci viene assicurato che la “natura esatta” della “dichiarazione definitiva” di Giovanni Paolo II, secondo cui la Chiesa non può ordinare le donne, non è pienamente nota. Di fronte a questa affermazione, credo sia opportuno parlare chiaramente: tutti conoscono la “natura esatta” di ciò che Giovanni Paolo II ha insegnato sull’ordinazione delle donne, tranne coloro che si ostinano a negarlo contro ogni previsione. Del resto, la dottrina secondo cui la Chiesa non ha il potere di ordinare le donne è sempre stata insegnata dal Magistero, segue l’esempio di Cristo stesso e fa parte della fede cattolica. Riprendendo una lunga successione di testi magisteriali sullo stesso argomento, San Giovanni Paolo II ha insegnato che:

“Per togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza, che riguarda la stessa costituzione divina della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, e che questa sentenza deve essere considerata come definitiva da tutti i fedeli della Chiesa” (Ordinatio Sacerdotalis).

Come se non bastasse, un anno dopo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che “la Chiesa non ha la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne” e che questa verità “richiede un assenso definitivo”, è “fondata sulla Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio”, “è da intendersi come appartenente al deposito della fede” ed “è stata infallibilmente proposta dal Magistero ordinario e universale” (Congregazione per la Dottrina della Fede, risposta ai dubia del 28 ottobre 1995).

In linea di principio, si potrebbe pensare che “infallibile”, “definitivo”, “Parola di Dio”, “Tradizione” e “deposito della fede” siano sufficienti a rendere perfettamente chiaro un argomento ai cattolici. Tuttavia, a quanto pare, l’autore del documento, che sia il Papa stesso o il cardinale Fernandez, non è chiaro.

Ci sono alcuni paragrafi della lettera papale che lasciano stupefatti, per la confusione che mostrano:

“Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, in persone che hanno un’autostima molto ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma il semplice atto di avvicinarsi alla confessione è un’espressione simbolica di pentimento e di ricerca dell’aiuto divino”.

No, questo è un mero tentativo di rendersi ridicoli. Il pentimento è pentimento. Tutto il resto va bene e Dio ne terrà senz’altro conto, ma non è pentimento. E senza pentimento, compreso il proposito di emendarsi, non c’è e non può esserci perdono dei peccati. Questo è un dogma di fede e nessuno può cambiarlo, come insegna infallibilmente il Concilio di Trento quando afferma che fa parte della materia del sacramento (canone IV, sessione XIV). Se una persona si confessa con l’intenzione di continuare a commettere adulterio (che è quello di cui stiamo parlando), non ha alcun pentimento. Ogni tentativo di oscurare questo fatto fondamentale è, in realtà, una scusa per considerare che alcuni peccati, che sono di moda nel nostro tempo, non sono più veri peccati.

Sono anche sconcertato dal fatto che in questo documento, seguendo una pratica deplorevole che abbiamo osservato in diverse occasioni (a partire da Amoris Laetitia), San Giovanni Paolo II sia citato per dire esattamente il contrario di ciò che ha insegnato. Per esempio, ci viene detto che “seguendo San Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo chiedere ai fedeli risoluzioni di emendamento troppo precise e sicure, che alla fine finiscono per essere astratte o addirittura egocentriche”. La differenza, naturalmente, è che San Giovanni Paolo II, come tutti i moralisti cattolici, sapeva che il proposito di emendarsi non assicura che si agirà bene, come tutti gli altri propositi. Si può avere la risoluzione di non peccare più, e peccare lo stesso il giorno dopo, perché siamo deboli. Questo non ha nulla a che vedere con la situazione che Papa Francesco ha permesso e promosso, in cui le persone che non hanno alcun proposito di emendarsi (perché non intendono smettere di commettere adulterio con il loro nuovo partner) ricevono (invalidamente) l’assoluzione e possono ricevere la Comunione. Questa è l’assenza di pentimento e, ripetiamo, rende impossibile ricevere il perdono.

Allo stesso modo, ci viene assicurato che “tutte le condizioni solitamente poste alla confessione non sono generalmente applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia, o con capacità mentali e psichiche molto limitate”. Anche questo non è vero. Infatti, come abbiamo visto, le condizioni del proposito di emendarsi e del dolore per i peccati sono parte essenziale del sacramento e, senza di esse, non può esserci assoluzione, come la Chiesa ha sempre insegnato. Si può essere dispensati da ciò che è accidentale, ma non da ciò che è essenziale secondo l’insegnamento della Chiesa.

Come tenta il documento di sfuggire a questo evidente insegnamento della Chiesa? Seguendo una tattica che abbiamo già visto molte volte: la dottrina viene affermata in teoria, ma negata in pratica:

“Il pentimento è necessario per la validità dell’assoluzione sacramentale e implica il proposito di non peccare”. Ma qui non c’è matematica, e ancora una volta devo ricordarvi che il confessionale non è una dogana”.

In altre parole, poiché “qui non c’è matematica” non si può dire che il pentimento sia diverso dal non pentimento. Cosa pensa l’autore che sia la “matematica”? Non è la matematica, è la verità più elementare. Se il pentimento, compreso il proposito di emendarsi, è essenziale per ricevere l’assoluzione, ciò significa che senza pentimento non c’è assoluzione, anche se sembra così o anche se un confessore indegno o illuso pronuncia le parole. E anche se un intero Papa afferma il contrario, perché nella Chiesa seguiamo Gesù Cristo e la sua Parola e se qualcuno, chiunque sia, si allontana dalla fede cattolica, dobbiamo rispondere con grande rammarico come ci ha insegnato San Paolo: anathema sit.

Non c’è da stupirsi che i cardinali autori dei dubia abbiano sottolineato che le risposte di Papa Francesco “non hanno risolto i dubbi che avevamo sollevato, ma, semmai, li hanno approfonditi”. A me sembra lo stesso. È molto triste, come ho detto all’inizio, dover scrivere questo articolo, ma magis amica veritas. Se la lettera nega dottrine fondamentali della fede cattolica, semina confusione invece di chiarezza e nega anche la logica più elementare, non posso fare altro che segnalarlo con tutto il dolore che ho nel cuore. E pregare molto per il Papa e per la Chiesa.

Bruno Moreno

 



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